A lezione da Livio: storia, epidemie e letteratura

La storia non si snoda/come una caten/di anelli ininterrotta./In ogni caso/molti anelli non tengono./La storia non contiene/il prima e il dopo,/nulla che borbotti/a lento fuoco./La storia non è prodotta/da chi la pensa e neppure/da chi/l’ignora./La storia/non si fa strada, si ostina,/detesta il poco a poco, non procede/né recede, si sposta di binario/e la sua direzione/non è nell’orario./La storia non giustifica/e non deplora,/la storia non è intrinseca/perché e fuori./La storia non somministra/carezze o colpi di frusta./La storia non è magistra/di niente che ci riguardi./Accorgersene non serve/a farla più vera e più giusta. (Montale La Storia, Satura, Mondadori 1971)

Al liceo ci fanno studiare la storia affinché possiamo imparare da essa. Sapere ciò che è successo nel passato può aiutarci a capire quello che accade nel presente e forse ciò che potrebbe accadere in futuro. Dopotutto, è fin dalla fine del XVII secolo con Giambattista Vico che si parla di corsi e ricorsi storici. Eppure, ciò non significa, come comunemente si interpreta, che la storia si ripeta, ma piuttosto che l’uomo è sempre uguale a sé stesso, pur nel cambiamento delle situazioni e dei comportamenti storici.

Quest’idea che la storia sia, come dicevano i latini, magistra vitae ha perso di valore nel momento in cui si è scoperto che il mondo era molto più grande di quello che si pensava e che la sua storia non è unica (solo occidentale) ma varia. Un grande contributo viene anche dallo sviluppo delle tecnologie che hanno provocato nell’uomo cambiamenti repentini ed epocali dai quali non si potrà mai tornare indietro. Con questo non si vuole certo dire che la memoria del passato non sia importante, anzi, il ricordo di eventi importanti e tragici, soprattutto dell’età moderna, può aiutarci a tenere a mente i valori del nostro tempo.

Quello che vogliamo fare in questo articolo è provare a usare la storia, non cercando di paragonare singoli momenti del passato a singoli momenti del presente, ma cercando collegamenti che possano aiutarci a delineare un quadro generale. Dopotutto, come afferma lo storico francese del 1900 Fernand Braudel nel suo libro Storia, misura del mondo (1977) “Quando vogliamo spiegare una cosa, dobbiamo diffidare ad ogni istante dell’eccessiva semplicità delle nostre suddivisioni. Non dimentichiamo che la vita è un tutto unico, che anche la storia deve esserlo e che non bisogna perdere di vista in nessuna occasione, neppure per un attimo, l’intrecciarsi infinito delle cause e delle conseguenze”. Non dobbiamo quindi usarla per spiegare ciò che noi vogliamo e neanche riempirla di domande, ma più che altro dobbiamo cercare di fare le domande giuste al presente che possano aiutarci a capire se nel passato c’èstato qualcosa di simile o meno.

A peste, fame et bello, libera nos Domine (rogazione medioevale)

Come tristemente stiamo apprendendo in queste lunghe settimane, le epidemie e gli agenti patogeni esistono da molto prima della comparsa della civiltà umana sul pianeta e continueranno a convivere silenziosamente al nostro fianco. La storia ha riportato fedelmente descrizioni degli incontri tra uomo e malattia, rivelando che i più grandi avvenimenti de genere umano non sono stati solamente battaglie, trionfi e sconfitte, ma anche e soprattutto la diffusione dei morbi e le conseguenze sociali che essi hanno portato.

L’impatto che l’arrivo della peste ha avuto sulle popolazioni europee è stato talmente forte che molti storici indicano il 1347, anno della prima, grande pandemia e il secondo episodio, tra il 1629 e il 1633, come due degli eventi più segnanti della storia umana, veri e propri episodi caratterizzanti dell’epoca moderna. Il termine epidemia descrive la diffusione celere di una malattia contagiosa in una collettività di soggetti; una pandemia, invece, è quel che si verifica quando il contagio si estende rapidamente in aree molto vaste, percorrendo interi continenti. Come disse infatti in un’intervista radiofonica di qualche mese fa la celebre virologa Ilaria Capua: “Pandemia non significa che moriremo tutti, ma solo che si espanderà in tutto il mondo”.

Quella del male silenzioso che arriva e distrugge tutto ciò che incontra è un tema molto lontano a noi abitanti di un mondo moderno, sicuro e a volte persino saccente, ma qualche secolo fa rappresentava non solo un rischio, ma anche una possibilità concreta, qualcosa non così lontano dal realizzarsi, specialmente in tempi di guerra e carestie. Analizziamo come la peste e più in generale il concetto di epidemia ha segnato l’uomo del passato nella salute, nella mentalità e nei costumi.

Tre sole parole la peste mandano via:/Presto, lontano, tardi, ovunque tu sia/Presto partire, lontano andare;/Fino a tardi non tornare (medico persiano Rhazes, 854-925 dopo Cristo)

Al pari di tutte le epidemie della storia, anche la Morte Nera giunse rapidamente. La malattia era stata ampliamente descritta nella Bibbia e alcuni focolai erano comparsi nel 541 a.C. in Africa, lungo il corso del Nilo, diffondendosi nei porti del Mediterraneo, fino ad estinguersi del tutto nel corso del secolo successivo. Quando fece ritorno in Occidente, trovò una popolazione europea in aumento e sulla via dell’arricchimento, con floridi commerci, città emergenti, nuove classi sociali in formazione, ma terribilmente sguarnita sul fronte sanitario, un continente che si basava su pratiche mediche di dubbia efficacia e con abitudini igieniche pressoché inesistenti. Lavarsi le mani, cambiare i vestiti, arieggiare gli ambienti sono pratiche ormai comuni e anzi considerate necessarie per la casa, quasi un indice, se vogliamo, di buone maniere e ultimamente ci siamo resi conto che questi accorgimenti banali sono il primo modo di placcare l’avanzata di un microrganismo, ma nei secoli XIV e XVII niente di tutto questo veniva praticato, erano del tutto inesistenti.

Spesso ci siamo fermati a riflettere come una simile emergenza come quella in cui ci siamo ritrovati possa essere scaturita da un semplice uomo, o peggio ancora, da un innocuo animale notturno. Oggi rimaniamo colpiti dalla rapidità disarmante con cui siamo stati coinvolti in un pericolo simile, ma facilmente dimentichiamo di essere, in fin dei conti, entità biologiche inserite in un sistema vivente enorme, pullulato da milioni di microrganismi, nello specifico. Esistono delle strategie di prevenzione del contagio molto efficaci, che rendono l’idea della pandemia un concetto quasi distopico, ma proprio per questo si commette l’errore di sottovalutare il grado di pericolosità di queste situazioni, offrendo una via preferenziale per la diffusione di un patogeno.

Accadde che, nel XII secolo, alcune tribù mongoliche migrarono in Asia Centrale e che alcuni mercanti europei si spingessero verso l’Estremo Oriente, per la tratta di spezie e tessuti. Un secolo dopo, ancora per puro caso, un piccolo bacillo alle pendici delle Himalaya compì lo spillover, il salto di specie, infettando delle pulci, che morsero dei topi, che morsero degli uomini, i quali fecero la guerra. Il contagio esplose nel giro di 2 anni: da Astrakhan a Caffa nel 1346, per andare a Messina, Marsiglia, Genova, Ragusa, Londra, Venezia nel 1347, fino a Firenze, alla Danimarca, alle Fiandre e alla Russia nel 1348.

“Quasi nel principio della primavera dell’anno predetto orribilmente cominciò i suoi dolorosi effetti, e in miracolosa maniera, a dimostrare. E non come in Oriente aveva fatto, dove a chiunque usciva il sangue del naso era manifesto segno di inevitabile morte: ma nascevano nel cominciamento d’essa a’ maschi e alle femine parimente o nella anguinaia o sotto le ditella certe enfiature, delle quali alcune crescevano come una comunal mela, altre come uno uovo, e alcune più e alcun’altre meno, le quali i volgari nominavan gavoccioli” (Boccaccio, “Decameron”, Introduzione, 1353)

L’enorme potenziale infettivo fu conferito dall’effetto combinato di abitudini sanitarie errate, assembramenti, processioni, denutrizione e assenza di un piano di contrasto efficace. Sintomi netti e terribili ed una rapidissima incubazione convinsero in poco tempo l’Europa intera che l’umanità fosse giunta al termine dei propri giorni, poiché non esisteva un rimedio efficace di contrastare la falce invisibile della peste, la quale aleggiava nel continente con una letalità del 30%, toccando picchi di 60%-70% in Italia. Città come Firenze e Venezia persero quasi 2/3 dei loro abitanti. L’incubo si ripeté 3 secoli più tardi, quando i lanzichenecchi scesero in Italia dalla Svizzera, portando con ogni probabilità il contagio nel Nord Italia, che fu di fatto l’area più intensamente colpita, specialmente la città di Milano.

“La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero […]. L’uno e l’altro storico dicono che fu un soldato italiano al servizio di Spagna; […] Entrò questo fante sventurato e portator di sventura, con un gran fagotto di vesti comprate o rubate a soldati alemanni; andò a fermarsi in una casa di suoi parenti, nel borgo di porta orientale,[…] s’ammalò; fu portato allo spedale; dove un bubbone che gli si scoprì sotto un’ascella, mise chi lo curava in sospetto di ciò ch’era infatti; il quarto giorno morì”. (Manzoni, “I promessi sposi”, cap. XXXI, 1827)

Per certi versi, si può dire che le città italiane avevano appreso la lezione precedente ed erano stati istituiti, già in epoca medioevale, uffici di sanità pubblica il cui compito era quello di scongiurare l’esplosione dei contagi. Le tecniche non erano poi così lontane da quelle suggerito oggi dall’OMS: individuazione repentina dei casi accertati, isolamento del soggetto malato e dei suoi familiari, confinamento nei lazzaretti. Tuttavia, la pestilenza del 1630 fu agevolata dalla presenza di una grave carestia, da un forte impoverimento delle classi sociali impiegate nel settore agricolo e manifatturiero e da un lungo procrastinare da parte delle autorità, le quali non si convincevano della vera minaccia e non ascoltavano il parere di medici contemporanei, cedendo volentieri alle opinioni popolari e sottovalutando i primi casi sporadici.

“Di quando in quando, ora in questo, ora in quel quartiere, a qualcheduno s’attaccava, qualcheduno ne moriva: e la radezza stessa de’ casi allontanava il sospetto della verità, confermava sempre più il pubblico in quella stupida e micidiale fiducia che non ci fosse peste, né ci fosse stata neppure un momento[…]” (Manzoni, “I promessi sposi”, cap. XXXI, 1827)

“[…] altri medici che, convinti come loro, della realtà del contagio, suggerivano precauzioni, cercavano di comunicare a tutti la loro dolorosa certezza. I più discreti li tacciavano di credulità e d’ostinazione: per tutti gli altri, era manifesta impostura, cabala ordita per far bottega sul pubblico spavento”. (Manzoni, “I promessi sposi”, cap. XXXI, 1827)

Un impulso notevole al dilagare epidemico fu certamente la presenza di agglomerati urbani relativamente grandi, per lo meno sicuramente più popolati delle campagne ad essi circostanti. Sia nel Medioevo che nel XVII secolo, le città furono i focolai delle ondate epidemiche, con tassi di mortalità elevatissima, a causa non soltanto del gran numero di persone che vi risiedeva, ma soprattutto per via delle condizioni igieniche insufficienti a contrastare l’avanzata dell’epidemia. Basti pensare che fino al 1800 non si diede mai importanza all’igiene personale.

Già alla fine del 1200 si era potuto assistere ad una migrazione dalla ruralità all’ambiente urbano, nel quale si concentravano classi cittadine ricche come la nascente borghesia e anche molto limitate come quelle dei lavoratori, immobilizzati nel sistema delle Arti e corporazioni. I centri urbani erano i luoghi nei quali non vi era quasi mai scarsità di beni primari, con una buona offerta di beni alimentari e l’arricchimento rapido di molti individui aveva supportato una forte crescita demografica. In quest’atmosfera di promettente benessere, spuntavano numerosi punti deboli: non esisteva un sistema fognario adeguato, la pavimentazione della maggior parte delle case era in terra battuta, un habitat favorevole per i topi, le abitazioni erano quasi tutte realizzate solamente in legno, gli ambienti comunitari erano spesso sovraffollati e angusti.

Sebbene nel 1600 la situazione fosse diversa da quella medioevale, tuttavia le città rimanevano aree densamente abitate, con grande differenza di tenori di vita dei loro abitanti e strettamente dipendenti dall’approvvigionamento delle campagne. Se vi era una carestia o scoppiava una guerra, la povertà dilagava; anche dopo il 1347, dunque, le città erano ottimi sistemi di propagazione per un agente patogeno, anche perché erano spesso protagoniste di processioni e assembramenti. L’epidemia avrebbe portato importanti cambiamenti nell’impostazione sociale, decimando letteralmente le varie classi e lasciando, una volta finita, sopravvissuti impoveriti, stremati e desiderosi di ricavarsi un nuovo posto all’interno della collettività, poiché l’assenza fisica di persone aveva lasciato “scoperti” molti ruoli. Prima della fine dell’emergenza, però, non vi erano tutti quegli episodi di solidarietà di cui oggi sentiamo parlare, anzi, l’ignoranza e la paura spingevano le persone ad abbandonare le città vittime del morbo e a fuggire nelle campagne adiacenti, talvolta portandole alla salvezza, talvolta aumentando le proporzioni del problema, portando il contagio anche nelle zone più scarsamente abitate.

“E lasciamo stare che l’uno cittadino l’altro schifasse e quasi niuno vicino avesse dell’altro cura e i parenti insieme rade volte o non mai si visitassero e di lontano: era con sì fatto spavento questa tribulazione entrata né petti degli uomini e delle donne, che l’un fratello l’altro abbandonava e il zio il nipote e la sorella il fratello e spesse volte la donna il suo marito; e (che maggior cosa è e quasi non credibile), li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano”. (Boccaccio, “Decameron”, Introduzione, 1353)

Inutile dire che, tanto nel 1348 quanto nel 1630, le figure dei medici erano del tutto incapaci di proporre soluzioni efficaci contro il morbo. La maggior parte dei sedicenti medici medioevali erano, in realtà, cerusici, semplici curatori che conoscevano a malapena le basi della medicina, capaci di curare febbre, consunzione, forse la polmonite, di amputare, disinfettare, ma sui quali non si poteva fare largo affidamento. Essi non costituivano, né per numero né per preparazione, una valida soluzione al diffondersi della malattia.

Secoli dopo, con la peste di Milano, la cultura era bene di pochissimi eletti, con trasmissione prevalentemente orizzontali tra le classi elitarie dei paesi europei e soprattutto ostacolata dall’imprimatur ecclesiastico e più in generale dall’Indice dei libri proibiti che la Chiesa aveva diffuso. La religione aveva un ruolo centrale nella vita della maggior parte della gente e la Chiesa aveva un potere che spesso sottovalutiamo: qualsiasi libro, testo e trattato direttamente o indirettamente connessi con la Chiesa avevano bisogno di un’approvazione per essere pubblicati e tutto ciò che andava contro la parola religiosa veniva censurato e condannato. Non si poteva contare, in nessun episodio, sullo scambio e comunanza di esperienze come oggi sembra naturale, non esisteva una risposta decisa e unita da parte dei medici.

Le città si riempirono dei lugubri dottori della peste, con le loro visiere a becco colme di erbe mediche e odori, che avrebbero dovuto impedire all’aria venefica di entrare nel loro organismo; le loro terapie si basavano su superstizioni e credenze popolari, rimedi di natura empirica e non scientificamente verificati. Quando una malattia era popolare, l’antica definizione per i casi di epidemia, si cercavano risposte nelle falde acquifere, nell’aria calda e umidiccia che avvelenava i corpi o nella posizione delle stelle, ritenuta responsabile dell’esalazione di miasmi letali dal terreno. Con la peste, i medici si accorsero rapidamente che i soliti intrugli di erbe medicamentose e i salassi non avevano alcun effetto, anzi, debilitavano ulteriormente i pazienti e questo portò una sfiducia generale nei confronti della scienza medica. Uno dei rimedi più diffusi e pubblicizzati dai dottori era la vendita della falghera, un’erba dai poteri curativi miracolosi raccolta a Maiorca nella notte tra il 23 e il 24 Giugno, la notte di San Giovanni, spacciata per soluzione magica alla peste. Notizie false non mancavano, proprio come accade oggi.

“A cura delle quali infermità né consiglio di medico né virtù di medicina alcuna pareva che valesse o facesse profitto: anzi, o che natura del malore nol patisse o che la ignoranza de’ medicanti (de’ quali, oltre al numero degli scienziati, così di femine come d’uomini senza avere alcuna dottrina di medicina avuta giammai, era il numero divenuto grandissimo) non conoscesse da che si movesse e per consequente debito argomento non vi prendesse, non solamente pochi ne guarivano, anzi quasi tutti infra ’l terzo giorno dalla apparizione de’ sopra detti segni, chi più tosto e chi meno e i più senza alcuna febbre o altro accidente, morivano”. (Boccaccio, “Decameron”, Introduzione, 1353)

Una figura che vale la pena sottolineare, comparsa nella peste di Milano, è quella del monatto, di cui la storia fornisce un ritratto a metà tra il farabutto e uno pseudo-infermiere. A trasportare i malati e i cadaveri, purtroppo, ai lazzaretti e ai cimiteri erano proprio i monatti, individui sopravvissuti alla peste, pertanto immuni, che circolavano per le città a bordo dei loro carri. L’arrivo dei monatti era, come si può ben pensare, un triste evento per una famiglia, non soltanto perché preannunciavano la presenza della malattia nella casa, ma perché spesso compivano violenze e furti ai danni degli sventurati, derubandoli dei loro averi e facendosi forti della loro immunità dal patogeno. Addirittura, essi stessi minacciavano di contagiare le loro vittime nel caso in cui queste avessero opposto resistenza.

“[…]si fecero, i monatti principalmente, arbitri d’ogni cosa. Entravano da padroni, da nemici nelle case, e, senza parlar de rubamenti, e come trattavano gl’infelici ridotti dalla peste a passar per tali mani, le mettevano, quelle mani infette e scellerate, sui sani, figliuoli, parenti, mogli, mariti, minacciando di strascinarli al lazzaretto, se non si riscattavano […] con danaro. Si disse […], che monatti e apparitori lasciassero cadere apposta dai carri robe infette, per propagare e mantenere la pestilenza, divenuta per essi un’entrata”. (Manzoni, “I promessi sposi”, cap. XXXI, 1827)

Con le malattie viaggia un altro grande nemico dell’uomo: la paura. Nei libri e nei film, specialmente quelli che ci propongono la visione di un’epoca ormai passata, il binomio “paura e potere” è sempre presente, e spesso quella piccola congiunzione si trasforma in un vero e proprio verbo. La paura, se usata da persone capaci di controllarla, è potere. In momenti di crisi, quando le certezze crollano e morte e carestie fanno da padrone, indirizzare il popolo verso uno stesso nemico aiuta le persone a compattarsi, riconoscendosi reciprocamente un’identità collettiva. Le streghe e gli eretici erano il bersaglio preferito dai sovrani che, con l’appoggio della Chiesa, permisero al popolo e ai soldati di portare avanti delle vere e proprie persecuzioni. Pensiamo alla caccia alle streghe in Europa e America che dal 1450 al 1750 circa, causò tra le 35 mila e le 100 mila vittime. Oppure, potremmo far riferimento al processo alle Streghe di Salem del 1692.

Le credenze popolari e le superstizioni erano, e sono, il collante di un popolo e nei secoli scorsi erano sicuramente più potenti di quelli che circolano adesso. Non che ora non ci siano casi del genere, basti pensare all’accanimento contro i runner dell’ultimo periodo, o contro chi si vede, in questa fase due dell’emergenza COVID-19, con amici e fidanzati come se fossero loro il vero problema. È però quando il pericolo non si conosce e chi ha in mano il potere non sa dare sufficienti informazioni che il popolo è preda del vero nemico. L’incertezza, quando non si conosce il pericolo o non si hanno direttive sull’immediato futuro, si trasforma in angoscia facendo compiere alle persone i gesti più disperati. Descartes e Spinoza ma anche i filosofi del Positivismo furono tra i primi a considerare le passioni nemiche dell’uomo. Qualcosa da tenere a freno, totalmente opposto alla fredda ragione Illuminista che, essendo in grado di rispondere a quasi tutte le nostre domande, ci permette di gestire le situazioni senza farsi travolgere dall’angoscia che porta con sé l’ignoto. È l’ignoto che ci spaventa e ci rende inermi difronte al pericolo, non la paura che è invece un’emozione talmente forte che fa capo al bisogno più profondo dell’uomo: l’istinto di sopravvivenza.

Fonti:

1.“POTERE E GOVERNO DELLA PAURA NELLA FILOSOFIA DI SPINOZA”, Francesco Cerrato, Università di Bologna, Dipartimento di Filosofia, francesco.cerrato@unibo.it

2.“Storia e identità: dal Medioevo all’Età Moderna” (P. Viola, A. Prosperi, G. Zagrebelsky, M. Battini)

3.“I promessi sposi”, A. Manzoni

4.“Decamerone”, Boccaccio


Diderot
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Flaminia Di Paolo
Flaminia Di Paolo
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Lorenzo Feltoni Gurini
Lorenzo Feltoni Gurini
Vice-presidente

Studente di Biotecnologie presso La Sapienza di Roma, ha da subito sostenuto con entusiasmo il progetto di Diderot. Un gran vice-presidente, trascorre le pause dallo studio arrabbiandosi con il resto della redazione.

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