Rojava: il principio di autodeterminazione dei popoli

“Un’alternativa al capitalismo, che in tutto il mondo distrugge l’ambiente e la vita delle persone, una possibilità non solo per il Medio Oriente, ma per tutto il mondo: proprio per questo è sotto attacco”. (Beitan, 25enne curda)

Il Rojava è una regione del Kurdistan, all’interno del territorio siriano. Le vicende degli ultimi anni di questa terra e del popolo che vi abita sono arrivate al centro del dibattito e della cronaca, toccando temi come la lotta allo stato Islamico, la rivoluzione delle donne e l’ecologismo. Da dove nasce la Rivoluzione del Rojava e del popolo Curdo?  Che cosa è avvenuto negli ultimi mesi? 

La storia del Kurdistan 

Il popolo curdo ha le sue radici nel cuore del Medio-Oriente, nel territorio della Mezzaluna Fertile estremamente ricco di risorse come petrolio, oro, cromo e gas naturali. È proprio a causa dell’importanza strategica e della ricchezza della loro terra che ad oggi quello curdo è il popolo più numeroso (conta circa 40 milioni di individui) a non avere un proprio Stato.  La storia del Kurdistan è legata a quella dei Paesi e degli avvenimenti di una delle zone più travagliate e contese dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Pur essendo appartenuto all’Impero Ottomano fino alla sua caduta, il Kurdistan riuscì, grazie alla posizione geografica e alle difficili vie di accesso, a mantenere una propria autonomia, sviluppando una cultura comune e forte. Con la sconfitta della Turchia nella Prima Guerra Mondiale, i curdi sperarono di ottenere il riconoscimento e la nascita di un proprio Paese, ma nonostante le promesse degli Stati occidentali a prevalere furono gli interessi economici.  Quando vennero ristabiliti i confini del Kurdistan, il territorio, con le sue ricchezze, fu ridistribuito su quattro stati:  -la zona settentrionale (il Bakur), che rimase alla Turchia;

  • la zona orientale (il Rojhelat), che rientrò nei confini dell’Iran, controllato sia dagli inglesi che dai russi; -la zona sud-orientale (il Bashur) fu assegnata all’ Iraq colonia inglese; -il territorio sud-occidentale (il Rojava) rientrò nel territorio siriano, allora sotto il controllo francese. 

Le rivendicazioni e le spinte nazionalistiche dei curdi da quel momento in poi furono utilizzate per arrivare al potere, sia dalle forze europee, prima della Seconda Guerra Mondiale, sia dai protagonisti dei conflitti intestini, subito dopo la “decolonizzazione”.  Gli agenti in campo nelle numerose guerre richiesero o concessero l’appoggio alla causa curda a più riprese, con la promessa dell’autonomia e dell’unità, che vennero però sempre negate e ostacolate in quanto una minaccia ai rispettivi interessi. 

Il Kurdistan iracheno riuscì a ottenere la propria autonomia regionale soltanto nell’Aprile del 1991, dopo che l’Iraq di Saddam Hussein uscì sconfitto e indebolito dalla Guerra del Golfo scaturita dall’occupazione del Kuwait.  In Iran nel 1945 ci fu la prima esperienza di governo curdo, come conseguenza dell’istituzione di una zona cuscinetto fra Unione Sovietica e Gran Bretagna, che si concluse solamente dopo un anno con la ritirata delle truppe dell’URSS e l’arrivo dell’esercito iraniano nella capitale Mahabad. Il governo adottò una politica durissima nei confronti dei curdi anche dopo la rivoluzione che portò alla nascita della Repubblica Islamica, guidata da Khomeini, che nel 1979 intraprese una “guerra santa” contro i ribelli. Nel tempo, violenza e repressione sono diminuite giungendo così ad una tregua, per quanto precaria, che non prevede alcuna forma di indipendenza. 

In Turchia la guerra tra curdi e governo centrale è stata la più sanguinosa.  Ebbe inizio nel 1923, anno della rivoluzione che portò al potere Mustafa Kemal, il quale nonostante l’appoggio turco nella liberazione del territorio dalle truppe straniere, soffocò ogni rivendicazione nazionalistica curda e nel 1925, come risposta ad una rivolta, adottò leggi d’emergenza che autorizzarono violenze eccezionali, ritirate poi soltanto nel 1946. Dopo una tregua, alcuni partiti curdi riuscirono persino ad entrare nel Parlamento turco, ma nel 1960 ci fu un altro colpo di stato di un movimento di stampo ideologico “kemalista” che represse i partiti e il movimento curdo, vietando a questo popolo l’utilizzo della lingua, la produzione di libri e di musica.  Negli anni ’70 la questione tornò centrale con la nascita del Quarto Congresso del “Partito dei Lavoratori curdi” e con la scesa in campo di  Abdoullah Ocalan. Rinominato “Apo” (“zio” in curdo), Ocalan è il fondatore del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan), forte sostenitore dell’unità del Kurdistan, colui che riorganizzò le forze militari, creando basi di comando anche in Siria, Iran e Iraq.  Con il suo arresto nel 1999, la strategia del PKK è mutata virando sulla sola autodifesa e su un ridimensionamento degli obiettivi politici. La guerra tra la resistenza curda e la Turchia, anche dopo l’arrivo al potere di Erdogan nel 2002,  è ancora in atto e si è inevitabilmente intrecciata con gli avvenimenti che hanno travolto la Siria, dove invece la minoranza curda dopo la repressione, durata dal ritiro delle truppe francesi fino agli anni ‘80, stava conoscendo un periodo di normalizzazione. 

Lo scenario di guerra Siriano è il più travagliato e il più complesso degli ultimi anni.  In campo sono coinvolti interessi economici e politici, motivazioni religiose ed etniche, forze locali e internazionali.  Dall’inizio delle manifestazioni contro il governo di Assad, nel 2011, la situazione è precipitata sviluppandosi in una vera guerra civile fra le forze militari del governo centrale (Forze Lealiste) e i ribelli (Esercito Siriano Libero), a questi ultimi si è affiancato il Fronte al-Nusra, estremisti sunniti legati ad al-Qaida.  Al-Nusra ha combattuto con attacchi di stampo terroristico discostandosi sempre di più dall’esercito ribelle, arrivando allo scontro quando, dopo aver conquistato Raqqa, la hanno resa roccaforte dell’ISIS, che nel frattempo si era esteso dall’Iraq arrivando nel nord-est della Siria.  Anche gli stati stranieri intervengono nel conflitto con USA, Gran Bretagna, Francia e Turchia che appoggiano i ribelli, mentre la Russia, la Cina e l’Iran sostengono Assad.  In questo contesto nasce l’esperienza rivoluzionaria dei Curdi in Siria che nel 2013, sfruttando il vuoto di potere nel nord del Paese, proclamano la nascita dell’Amministrazione autonoma del Rojava.

Il Confederalismo Democratico

“Con l’intento di perseguire libertà, giustizia, dignità e democrazia, nel rispetto del principio di uguaglianza e nella ricerca di un equilibrio ecologico, la Carta proclama  un nuovo contratto sociale, basato sulla reciproca comprensione e la pacifica convivenza fra tutti gli strati della società, nel rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, riaffermando il principio di autodeterminazione  dei popoli." (Carta del Rojava)

La guida politica dei curdi, anche siriani, appartiene dagli anni ‘70 ad Abdoullah Ocalan, ma la svolta per il Rojava e per la rivoluzione sta forse proprio nell’arresto del loro leader, che dal carcere cambia la sua visione politica, e insieme ad essa la strategia del PKK.  Fondamentale in questa “conversione” sono i libri e i pensieri di Murray Bookchin, filosofo e sociologo americano nato nel 1922, passato dall’ideologia marxista a quella anarchica per arrivare, ad inizio secolo, ad un modello politico ed organizzativo capace di combattere i mutamenti che la società e il capitalismo avevano prodotto. Da questo scambio ideologico nasce un nuovo programma politico e insieme ad esso nel 2003 nasce il PYD (Partito dell’Unione Democratica), la principale forza politica alla guida del processo che nel 2013 portò alla proclamazione dell’Amministrazione autonoma del Rojava, comprendente i cantoni di Afrîn, Cîzire e Kobane che, pur non ottenendo una continuità territoriale, si sono uniti nella forma del Confederalismo Democratico. Non si è trattato di una rivoluzione etnica dei curdi, né di una rivoluzione guidata da motivazioni religiose: è nata e si è sviluppata con la volontà di portare avanti principi di libertà, ecologia, femminismo e convivenza fra i popoli che la abitano, dando vita così a uno dei programmi politici più radicali non solo della regione ma del globo.

Uno dei principi che ha dato forza alle regioni autonome è quello dell’antiautoritarismo che permea tutta la società dal processo decisionale alla struttura dei partiti e delle organizzazioni fino ai gruppi dei combattenti come le YPG, le unità di protezione del popolo, istituite dal PYD. È un esercito di origine popolare composto da tutte le etnie che abitano il Rojava, dove le decisioni e le strategie sono decise democraticamente attraverso assemblee giornaliere. Dopo la liberazione dalle truppe di Assad nascono anche le YPJ, unità di protezione delle donne composte da sole donne. 

Dalla nascita ad oggi   Sin dalla nascita delle regioni autonome, le YPG e le YPJ hanno combattuto su tutti i fronti che si sono creati nel contesto della guerra civile siriana, dovendosi scontrare sia contro l’esercito regolare sia contro quello ribelle, e dovendosi difendere anche dalla Turchia.  La forza e l’innovazione del programma del Rojava attirano l’attenzione e le simpatie della comunità internazionale nel conflitto contro l’ISIS, di cui la battaglia di Kobane nel Settembre 2014 è stato un episodio simbolico, nel quale la città è stata assediata dalle forze del califfato.  Durante questo conflitto diventa fondamentale e contraddittorio il ruolo della Turchia di Erdogan, nei cui confini vengono convogliati circa 400.000 sfollati e che allo stesso tempo favorisce gli spostamenti e le azioni dello stato islamico in chiave anti-curda.  L’avanzata di Daesh prosegue fino a Ottobre quando inizia la controffensiva delle YPG e delle YPJ che porta, il 26 gennaio 2015, alla proclamazione della riconquista della città.  Anche dopo la liberazione di Kobane e di quasi tutto il cantone nel Giugno 2015, prosegue la guerra contro il Califfato, in ritiro nell’est della Siria a Raqqa, che cade nell’Ottobre del 2017.

Durante questo conflitto l’importanza e la novità che il progetto nel Rojava rappresentano hanno spinto ragazzi e ragazze sia dai Paesi vicini che da quelli occidentali ad andare sul territorio; c'è chi è andato per testimoniare e portare solidarietà a quello che stava avvenendo, molti per prenderne parte. Da questa spinta internazionalista, ispirandosi alle brigate internazionali che nel 1939  combatterono il franchismo iberico, nasce nel 2015 l’IFB (International Freedom Battalion) con l’obiettivo di organizzare i militanti politici provenienti da molti Paesi a combattere Daesh e sostenere la rivoluzione.  Tra questi gruppi nasce anche il battaglione AntifaTabur composto da ragazzi italiani, tra cui ha combattuto Lorenzo Orsetti, deceduto il 18 marzo 2019 per mano dell’ISIS in un villaggio vicino il confine iracheno.

Nel Gennaio 2018 la Turchia avvia la campagna “Ramoscello di Ulivo” e insieme all’esercito ribelle supera il confine siriano, attacca il cantone di Afrîn nell’ovest, e a marzo prende il controllo della città.  A causa della presenza militare degli USA, ancora impegnati a combattere l’ISIS insieme ai curdi, Erdogan ferma l’avanzata verso est fino al 9 ottobre del 2019 quando Trump comunica il ritiro delle truppe dalla Siria. Il giorno stesso la Turchia avvia un raid aereo sul Rojava e nei mesi successivi l’esercito Turco arriva vicino Kobane. Assad ha ripreso il controllo di quasi tutta la Siria escluso il nord dove la situazione è ancora critica, ad Idlib nel nord-ovest combattono ancora esercito regolare e ribelle provocando centinaia di migliaia di profughi. Dopo il ritiro delle truppe americane e l’attacco della Turchia, le YPG/YPJ hanno stretto un accordo con Assad per la protezione dall’attacco di Ankara.

Il destino del Rojava

Nel complesso scenario medio-orientale, all’interno del quale convivono tantissimi popoli di etnie e religioni diverse, dove si sono susseguite e si susseguono ancora oggi lotte e colpi di stato, il Rojava e il Confederalismo Democratico rappresentano un’alternativa per la convivenza e  comprensione tra i  popoli, nella quale le donne hanno assunto un ruolo centrale sia nelle decisioni che nella difesa, dove la via per giungere ad una pace non viene imposta dalle forze internazionali, ma si delinei autonoma e libera dai loro obiettivi economici e politici.

Il conflitto curdo-turco ha radici secolari: le YPG sono considerati  alla stregua di terroristi ed Erdogan è deciso a terminare l’esperienza rivoluzionaria del Rojava, che rappresenta una minaccia per il suo paese dove la presenza curda è molto forte.  Nonostante il sospetto di aiuti all’ISIS da parte della Turchia e la denuncia di crimini di guerra, l’UE si trova costretta a non intervenire sotto la minaccia che il presidente turco lasci entrare in Europa i tre milioni di profughi che si trovano nel suo territorio.  Secondo i dati ISTAT, dall’Italia in particolare, nonostante la vicinanza verbale alla causa curda e l’annuncio del blocco della vendita di armi alla Turchia, nel  2019  sono  partite armi per 100 milioni di euro di cui 25 solo nel mese di Ottobre, quando ha avuto luogo l’offensiva Turca.  

In tutto il mondo ci sono state manifestazioni di solidarietà per i Curdi invitando i governi a prenderne le parti. A Roma il 1 Novembre insieme a UIKI (ufficio informazione Kurdistan Italia) e Rete Kurdistan Italia hanno manifestato anche FridaysForfFuture e Cobas , ricordando che: “Voi tutti avete un debito, non solo con i curdi, ma con tutte le persone in Rojava, perché hanno sconfitto l’Isis. Non abbiamo combattuto solo per noi, ma per il mondo intero”. (Erol  esponente Uiki)

NOTE:

  1. https://www.google.com/url?sa=t&source=web&rct=j&url=http://www.rojavaresiste.org/wp-content/uploads/Libro_rojava_resiste_VERSIONE_PDF_Novembre_2019.pdf&ved=2ahUKEwi2sIKqk6TpAhVE26QKHVl4D5QQFjAEegQIBRAB&usg=AOvVaw38fMrAOqFw6FQTXG59OTir

  2. https://www.researchgate.net/publication/44235302_Il_Kurdistan_una_terra_e_il_suo_popolo

  3. https://altreconomia.it/armi-italiane-in-turchia-record-ottobre-2019/

  4. https://www.valigiablu.it/turchia-guerra-curdi/

  5. https://www.retekurdistan.it/2015/01/19/oltre-ai-baffi-cosa-avevano-in-comune-bookchin-e-ocalan-lo-spiega-janeth-biel/


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