Revenge porn: L'intimità negata

Revenge porn è un’espressione che negli ultimi giorni è saltata di bocca in bocca e di post in post. L’abbiamo sicuramente sentita al telegiornale, letta su Twitter o Facebook, vista su Instagram, ne abbiamo parlato con gli amici, ma quanti si sono davvero interrogati sul suo significato? Si tratta di un’espressione inglese la cui traduzione è abbastanza intuitiva, composta dalle parole revenge (‘vendetta’) e porn (‘porno’). Chi pensa però che faccia riferimento a un particolare tipo di vendetta “pornografica” si sbaglia: come tutti sappiamo nella lingua inglese il soggetto è secondo all’aggettivo, non primo e da questo si intuisce la sfumatura drammatica del termine. Non si tratta di una vendetta pornografica, ma di un tipo di porno divulgato con intento vendicativo.

L’Oxford English Dictionary lo presenta così:

revenge porn(also revenge pornography)

NOUN

mass noun

Revealing or sexually explicit images or videos of a person posted on the Internet, typically by a former sexual partner, without the consent of the subject and in order to cause them distress or embarrassment.

Non si fa riferimento quindi a una vendetta privata, ma a un vero e proprio reato le cui caratteristiche principali sono la diffusione di immagini senza il consenso della persona interessata, con intento doloso, al fine ad esempio di causare grande ansia o isolamento sociale. Spesso non si tratta solamente della vendetta di una singola persona verso un ex partner, sebbene sia la circostanza cui più facilmente assistiamo, ma anche di altri comportamenti, come la diffusione da parte di terzi e in alcuni casi la pubblicazione di foto provocanti di personaggi famosi ottenute tramite hackeraggio, non solo per ritorsione, ma anche per estorsione.

Il revenge porn viene considerato principalmente come un fenomeno di genere, un reato perpetrato nel 90% dei casi ai danni di una donna da parte, solitamente, di un gruppo di uomini. Il meccanismo psicologico che ne costituisce il motore propulsivo non è differente da quello che è alla base di una lunghissima serie di violenze che ben conosciamo: il tentativo di affermare la propria virilità, in una forma esasperata di machismo, attraverso l’annichilimento dell’interessata. Questo tuttavia non dovrebbe sorprenderci: le donne, ogni volta che si sentono fiduciose di esprimere la loro sessualità e la loro libertà, vengono sempre additate come immorali, devono essere punite, annichilite e umiliate. Esse sono costrette forzatamente alla dicotomia tradizionalista “donna di casa o di bordello” e chi vive la propria sessualità senza sottomettersi all’uomo non è degna di rispetto, non è wife material, non è da sposare.

Una vittima di revenge porn viene spesso additata come causa del proprio male anche da altre donne, perché non più ritenuta degna di salire sul carro di coloro considerate sante e vincitrici in questa lotta per l’approvazione, che in realtà ci vede tutte sconfitte. Diventa in questo modo meritevole di discredito, del disprezzo di tutti gli uomini, dell’intero branco.

È nella logica del branco che il revenge porn vede infatti il terreno più fertile per il suo sviluppo: l’uomo afferma la propria mascolinità, alimenta il proprio ego e riceve consenso, agisce in un sottobosco in cui non si sente vulnerabile, il gruppo lo protegge e lo aiuta ad aggredire e a sbranare la vittima. Alcuni potrebbero obiettare dicendo che questi comportamenti non si verificherebbero se, semplicemente, loro evitassero sia di mettere online foto dove appaiono troppo svestite, sia di inviare immagini sensibili ai propri partner. La vittima, dopotutto, è da sempre additata come causa del suo male e loro “se la sono cercata”, “non sono state attente” o “ci avrebbero dovuto pensare prima”.

L’arma del sesso in questa società è sempre stato un coltello facilmente impugnabile dalla parte del manico: viene usato come punizione, per richiedere favori in cambio di agevolazioni al lavoro ma anche, in alcune circostanze, offerto come unico modo per guadagnarsi rispetto. Il revenge porn è chiaramente frutto di un’omosocialità mal declinata attraverso l’ostentazione di distacco emotivo e oggettivazione sessuale della partner.

Una volta appurato che il revenge porn non è un fenomeno nato il 2 aprile 2020 e non è figlio di sé stesso, ma di una mentalità diffusa, dovremmo tutti procedere ad un attento esame di coscienza. Come è vero che non tutti gli uomini sono complici, così non tutte le donne sono vittime. Sono infatti spesso le donne stesse ad adottare comportamenti di victim blaming, a non mostrarsi solidali e a essere le più efficaci portatrici di una mentalità patriarcale, che il più delle volte è un boomerang che prima o poi ritornerà indietro con più forza rispetto a quando è stato lanciato.

Considerato che il revenge porn è la punta di un iceberg, è giusto ricordare che viene sorretto da una serie di comportamenti messi in atto da donne come da uomini, partendo dal silenzio diffuso, dall’idea che fa capolino nelle nostre teste che “sì in fondo potevano evitarlo”, dal mostrare la foto del nostro partner alla nostra cerchia di conoscenti, dal deridere qualcuno per l’aspetto fisico o per il modo di vivere o esternare la sessualità. Il nostro silenzio in quanto donne alimenta la zona grigia in cui questo fenomeno prende piede, i nostri atteggiamenti scorretti o commenti hanno un peso specifico a volte maggiore rispetto a quello che immaginiamo, proprio perché più fortemente colpite, è proprio per questo che abbiamo una responsabilità a volte maggiore. Pochi inoltre sottolineano che in quel 10% di non-donne rientrano anche uomini e bambini.

Ciò che ha sconvolto chi ha letto gli articoli dell’ultimo periodo sul revenge porn, e forse dovrebbe preoccupare maggiormente, è che non solo venivano pubblicati foto di nudi, o semplicemente volti di donne, ma anche di bambini, o in generale minori, accompagnate da vere e proprie richieste o incoraggiamenti all’abuso, configurando un tipo di reato ben diverso: la pedopornografia.

I social e la politica

L’obiettivo del revenge porn non è semplicemente il piacere sessuale, ma si spinge molto oltre e trova origine in sentimenti del tutto differenti. Il vero scopo non è tanto godere del corpo di una persona che non ha prestato il suo consenso e che probabilmente non è nemmeno a conoscenza del gesto che viene compiuto, quanto quello di esercitare il controllo e il dominio sulla sfera privata della vittima. Solitamente alle foto delle ragazze vengono associati dati personali, numeri di cellulare, contatti social e indirizzi; si configurano così una serie di reati correlati a quello di revenge porn che vanno anche oltre la pedopornografia, come il doxxing (ossia la condivisione non consensuale di dati personali) e lo stalking. Allo scambio di foto e dati seguono spesso inviti a contattare, seguire e perseguitare le vittime, esercitando potere sulle loro vite, dalla sfera privata e familiare a quella lavorativa.

Come racconta in un’intervista l’attivista Silvia Semenzin, ricercatrice di Sociologia digitale, è necessario contestualizzare il fenomeno, è obbligatorio imparare a identificare il revenge porn non solo come caso limite che si riscontra nei gruppi Telegram di cui si è parlato, ma come parte di una piramide alla cui base si trovano tutti gli altri frutti della cultura dello stupro che solitamente tendiamo a sottovalutare.

Oltre al branco un ulteriore elemento aggregante e che contribuisce a far sentire al sicuro è la scelta del social. Solitamente, qualora una piattaforma inizi ad esercitare controllo attivo sui contenuti che circolano nei gruppi, questi migrano e scelgono un’altra piattaforma. Abbiamo notato con facilità come si prediliga di gran lunga l’uso di Telegram, questo perché la piattaforma garantisce un parziale anonimato, gli utenti si iscrivono con il numero di telefono che non è però visibile ed utilizzano nickname. La politica di Telegram dichiara di non tollerare lo scambio di contenuti pedopornografici o pornografici in generale, tuttavia il controllo esercitato non è attivo, ma avviene su segnalazione, pertanto i gruppi hanno lunga vita prima di essere chiusi e in ogni caso sono soliti spostarsi prontamente su un gruppo di riserva, senza che i contenuti inviati vadano persi. Importante sottolineare che il social mette a disposizione delle funzionalità che non sono di per sé predisposte a questo utilizzo, ma che lo facilitano, rimane ai soggetti scegliere che utilizzo farne.

Altro punto di fondamentale importanza, significativo nella lotta al revenge porn è l’esistenza in Italia di una legge specifica che identifica lo scambio di materiale intimo non consensuale come reato. La legge 19 luglio 2019 n.69iii stata approvata in seguito ad un travagliato iter che vede la sua origine nella campagna #intimitàviolata, promossa dall’associazione Bossy, I sentinelli di Milano e Insieme in rete, con il sostegno attivo di Laura Boldrini, che nel giro di pochissimo tempo ha raccolto più di 100.000 firme. Dopo essere stato esaminato da una commissione in sede referente, il progetto viene approvato in aula il 3 aprile 2019. Il disegno di legge passa al Senato e nel frattempo scoppia lo scandalo Sarti (vengono diffuse foto di una deputata del movimento 5 stelle che la ritraevano in momenti intimi), il Senato vota per fare diventare il revenge porn un reato, ma il d.d.l. non viene approvato; le senatrici donne protestano, chiedendo che il voto venga rinviato. Il progetto viene nuovamente votato in Senato il 17 luglio 2019 e il revenge porn diventa, finalmente, reato.

L’Italia è una delle poche nazioni in Europa ad avere una legge apposita che identifichi la diffusione di materiale intimo non consensuale come una fattispecie di reato, tuttavia il testo di legge presenta ancora alcune lacune. In primo luogo, il tempo che la vittima ha a disposizione per presentare querela è estremamente breve, sei mesi. Non si tiene così conto del grave trauma psicologico che subiscono le donne vittime di revenge porn e dello stigma sociale che tale fenomeno si trascina dietro. Spesso occorrono mesi alle donne per riuscire a riconoscersi come vittime, ed ancora più è il tempo necessario per elaborare il trauma subito e trovare il coraggio di denunciare, accettando la gogna mediatica e sociale a cui sono e saranno inevitabilmente condannate.

Non viene trattato nello specifico il caso in cui le vittime siano minori, come spesso avviene, per tali fattispecie vengono semplicemente operati rinvii alla legge sulla pedopornografia. Nulla è previsto contro la violenza verbale e l’incitamento all’odio presente in maniera dilagante in tali situazioni né vi sono particolari previsioni per tutti i reati connessi, ma vengono operati genericamente rimandi alle leggi competenti in materia, non prevedendo aggravanti nel caso in cui i reati siano perpetrati congiuntamente e facciano dunque parte di un disegno unitario.

La legge non pone particolare attenzione alla responsabilità delle piattaforme e al fatto che il reato si configuri come frutto di una catena, sottovalutando la visione d’insieme del fenomeno. Nel caso in cui la condivisione di materiale intimo avvenga da parte del coniuge è giustamente prevista un’aggravante di pena, ponendosi attenzione al tradimento della fiducia alla base dell’istituto del matrimonio.

Se quindi tanta strada è stata fatta nella lotta al revenge porn, è vero anche che tanta ancora ne abbiamo da percorrere e che la strategia più efficace è quella condotta attraverso l’educazione sessuale, di genere e digitale. Solo prendendo parte attiva in questa battaglia, ci rivolgiamo sia agli uomini che alle donne, sporcandoci le mani, mettendoci la faccia, prendendo posizione a gran voce, riusciremo a liberarci di questi soffocanti stereotipi maschilisti che ancora oggi, ci fa male dirlo, continuano ad opprimerci.

NOTE:

  1. https://www.lexico.com/definition/revenge_porn

  2. http://blog.terminologiaetc.it/2019/04/03/significato-traduzione-revenge-porn/

  3. https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2019/07/25/19G00076/sg


Diderot
Diderot

Dalla volontà di impegnarsi in qualcosa di utile che prende vita Diderot, sito divulgativo libero e indipendente, che nasce dal desiderio di proporre una modalità di informazione differente, basata su ricerca, esperienza e passione di giovani che scrivono per altri giovani, per rappresentare un’alternativa ad un ambiente saturo di notizie selezionate e ragionamenti vuoti.

Flaminia Di Paolo
Flaminia Di Paolo
Vice-caporedattore, Graphic designer

Brillante studentessa di Comunicazione Pubblica e di Impresa presso La Sapienza di Roma, “Flami” è il fiore all’occhiello della redazione. Le sue qualità sono pressoche illimitate e tra queste rientra quella di problem-solver. Gentile e creativa, è la disegnatrice di fiducia di Diderot.

comments powered by Disqus

Correlato