The language of the unheard

Gli Stati Uniti d’America sono conosciuti in tutto il mondo come una grandissima potenza e come la tanto decantata terra della libertà, o terra dei diritti, il che suona relativamente contraddittorio se pensiamo agli oltre 300 anni di schiavitù a cui sono stati sottoposti i neri da parte dei loro padroni bianchi. È ancora più contraddittorio se pensiamo che in un Paese così grande la sanità è privata e vincolata ad una logica di mercato che esclude chi non può partecipare ai suoi giochi. Ci suona contraddittorio pensare che potenzialmente tutti potrebbero possedere un’arma da fuoco e che la pena di morte sia attualmente legale in ben 37 stati. Insomma, più che la terra dei diritti sembra la terra delle contraddizioni. In virtù di queste contraddizioni occorre far luce sui recenti avvenimenti che hanno sconvolto gli States nelle ultime due settimane. Le giornate di rivolta sono state aggravate anche da un’estenuante situazione economica e sanitaria dovuta all’emergenza Covid-19 che, come sappiamo, ha portato fino ad oggi a 1.809.109 casi e 105.099 morti nel Paese. Le statistiche hanno evidenziato che una gran parte dei contagi riguarda la popolazione afroamericana e i latini. Inizialmente si è parlato di motivi genetici, ma poi ci si è accorti che questa risultava essere solo una banale scusa per evitare la realtà dei fatti: è l’ennesima conseguenza di un sistema che si nutre di diseguaglianze. I contagi infatti riguardano fasce della popolazione più impiegate nel settore dei servizi, il quale non è stato bloccato dal lockdown e che nella maggior parte dei casi non ha offerto adeguate tutele. Inoltre, afroamericani e latinoamericani, non hanno le stesse possibilità economiche di accedere al sistema sanitario, a differenza dei bianchi, fattore che evidenzia senza alcun dubbio il palese stato di diseguaglianza sociale in cui versa il Paese. Una diseguaglianza sociale che in questi giorni ci è saltata all’occhio più di altri. Perché? Per l’omicidio di George Floyd, afroamericano di 46 anni, fermato dalla polizia per una banconota da 20 dollari falsa, brutalmente soffocato da un agente di polizia di Minneapolis con la partecipazione passiva di altri agenti sul posto. L’omicidio di George Floyd ha di fatto portato a galla una rabbia repressa e motivata, soffocata per decenni da parte della comunità afroamericana, che attualmente occupa piazze e strade protestando per l’ennesimo sopruso. Le violenze della polizia nei confronti degli afroamericani e non solo, anche dei latinoamericani, non sono affatto sconosciute.

Per parlare di questo, occorre fare un passo indietro. Dobbiamo spolverare i vecchi libri di storia e la Costituzione Americana e riprendere in mano il XIII emendamento: “Né la schiavitù né il servizio non volontario - eccetto che come punizione per un crimine per cui la parte sarà stata riconosciuta colpevole nelle forme dovute - potranno esistere negli Stati Uniti o in qualsiasi luogo sottoposto alla loro giurisdizione (…)". Questo emendamento vieta qualsiasi forma di schiavitù, cioè in altre parole garantisce la libertà a tutti gli americani, nascondendo però un segreto oscuro, una sottigliezza: “eccetto che come punizione per un crimine”. Dunque, ci sono delle eccezioni per quel che riguarda i criminali. Risulta essere una vera e propria scorciatoia, una falla nella struttura e nel linguaggio costituzionale che garantisce il suo stesso uso in virtù di qualunque scopo si voglia raggiungere. Perché non si può ignorare questo particolare? Dopo la guerra civile americana, la schiavitù venne abolita. Ebbene, occorre ricordare quanto la schiavitù fosse funzionale all’economia, in particolare nel sud del Paese. Con l’abolizione della stessa, rimanevano fuori dal sistema economico milioni di persone improvvisamente rese libere ed era necessario fare qualcosa con queste persone, tentare di risollevare l’economia della Nazione. È qui che subentrò la scappatoia del XIII emendamento e si verificarono le prime forme di incarcerazione di massa della popolazione afroamericana e la conseguente criminalizzazione della loro persona. Venivano arrestati per crimini minori, come vagabondaggio, messi in carcere e attraverso la clausola “eccetto che come punizione per un crimine” venivano sfruttati e schiavizzati per produrre manodopera e risollevare l’economia. Il tutto fu alimentato dalla diffusione di un’immagine degli afroamericani come mostri violenti da tenere lontani, paragonati a minacce viventi e a stupratori (ricordiamo lo storico film “La nascita di una Nazione”), atteggiamento non distante dalla nostra attuale, diffusa percezione dei migranti. Insomma, un mito creato perché le élites bianche avevano bisogno di manodopera nera. La storia afroamericana è vittima di perpetrata schiavitù mascherata da finta libertà, di continui linciaggi e violenze da parte di folle di bianchi convinti che l’uomo nero fosse il male più assoluto. Quando i linciaggi e gli omicidi divennero intollerabili si arrivò alla segregazione: un’ulteriore, a tratti macabra, concessione di parziali diritti nei confronti della popolazione afroamericana; segregazione che, di fatto, affermava sempre più che si trattasse di una popolazione di serie B. Ricordiamo tutti le lotte della comunità afro nei confronti della segregazione razziale e delle leggi Jim Crow, in particolare il ruolo fondamentale di uomini e donne come Martin Luther King, Rosa Parks e Malcom X, ognuno secondo le sue modalità ma tutti trasformando l’idea della criminalizzazione dei neri, portandola da stigma a una forma di autodeterminazione della propria libertà. È proprio per questo che la guerra contro il crimine inizia ad affermarsi come una strategia politica contro i movimenti per i diritti civili. Nixon incarna perfettamente questa strategia, il presidente del famigerato “Law and Order", che alla fine si tramuterà nella strategia del sud che noi italiani conosciamo bene, che rivediamo oggi nella nostra bella Italia, con Salvini in particolare. Si ottiene il consenso delle masse popolari, dei poveri, con imponenti discorsi, senza fare un aperto riferimento alla razza ma attraverso delle sottigliezze. In particolare Nixon sfruttava la retorica della legge e l’ordine per innescare una reazione negativa nei confronti dei movimenti civili, additandoli come anarchici e distruttori; non solo, sfruttò anche la lotta alla droga per alimentare la criminalizzazione dei neri. Anni dopo sarà rivelato da un suo funzionario, John Ehrlichman, che la campagna di Nixon del 1968 serviva solo per mandare i neri in galera.

La questione non si è minimamente conclusa con Nixon, è perpetuata con Regean e con Clinton e sussiste ancora oggi. Emerge in particolare un elemento su cui dobbiamo insistere: la criminalizzazione come nuova forma di segregazione e soprattutto schiavitù. Il sistema americano, come abbiamo detto, è un sistema contraddittorio che addirittura prevede la privatizzazione delle carceri e dunque un conseguente guadagno per ogni condanna effettuata. Non c’è da stupirsi se si cerca in ogni modo di condannare più gente possibile e non c’è nuovamente da stupirsi se la maggior parte della gente è afroamericana e latinoamericana. I detenuti sono il modo attraverso cui le carceri guadagnano il loro profitto e, ancora più sconvolgente, molte aziende conosciutissime (ricordiamo tra queste Victoria’s Secrets) sfruttano il lavoro dei detenuti per il proprio guadagno, grazie a collaborazioni tra le stesse imprese private e il settore penitenziario. Questa è la testimonianza di un sistema con delle basi totalmente sbagliate che andrebbe sradicato e ricostruito da zero. Un sistema che non si è mai liberato della schiavitù ma che le ha solo cambiato nome, l’ha (legittimata e giustificata*, così come il razzismo. Dopo aver scoperto questo, chi trova il coraggio di dire che gli afroamericani godono degli stessi diritti e privilegi dei bianchi? Di tal proposito si è parlato strenuamente in questi giorni a seguito dell’omicidio dell’ennesimo uomo nero. I social si sono movimentati a tal punto da rendere proteste locali delle *proteste globali*. **Trasformando una lotta di alcuni, in una lotta di tutti**, com’è giusto che sia. Una lotta che ha coinvolto celebrità di tutto il pianeta e anche il gruppo di cyber attivisti ed hacker *Anonymous*, che hanno portato a galla scandali di una portata non indifferente di cui però non abbiamo prove certe. Questi riguarderebbero traffico di minori e prostituzione (legati al già conosciuto *caso Epstein*) che a quanto pare investono molte celebrità e *l’attuale Presidente degli USA, Donald Trump*.

Tutti abbiamo visto i video dell’omicidio di Floyd, la brutalità della sua morte, e anche le conseguenti proteste per chiedere giustizia e per manifestare lo sdegno, la rabbia (più che lecita) verso un razzismo strutturale in un Paese costruito sulla schiavitù dei neri. La parola privilegio è all’ordine del giorno, utilizzata da attivisti di tutto il mondo per svegliare le coscienze di tutti coloro che non si credono coinvolti. Ed è vero, si tratta di un privilegio. Noi bianchi viviamo una condizione paradisiaca rispetto a quella dei neri ed è proprio per questo che non potremo mai comprendere a pieno la loro condizione e, al momento, la loro rabbia e, sì, anche la loro violenza. Non la possiamo comprendere perché siamo bianchi, non condividiamo un passato e un presente costernato da continui soprusi, schiavitù, omicidi e continua negazione di diritti. Un passato che nel loro caso ha acuito la loro coscienza di “classe” (per dirla in termini marxisti), e li ha affratellati in una comunità profondamente condivisa. È proprio per questo che mai come in questa settimana vale il motto del “Toccano uno, toccano tutti”, proprio perché non si tratta dell’omicidio di un uomo, ma di una schiavitù ed una segregazione che dura da secoli. Risiede proprio in questo il motivo per cui i bianchi, e in particolare uomini e donne europee/i che oltretutto si trovano dall’altra parte dell’oceano, non dovrebbero permettersi di puntare il dito contro i manifestanti. Individui che stanno letteralmente urlando di smettere di ucciderli e sfruttarli, e la gente ha il coraggio di dire “ma”: ma non usate la violenza, ma non fate razzie, ma non fate saccheggi, ma non rompete le vetrine. Tutte cose razionalmente giuste da obiettare ma cosa c’è di razionale e giusto in un sistema che per fare un paio di mutande di Victoria’s Secrets sfrutta le braccia di uomini e donne nere incarcerate esageratamente spesso per nessun motivo (ricordiamo il caso emblematico di Kalief Browder), o costrette alla galera a vita (quando non vengono uccise/i) per crimini minori? È un circolo vizioso di violenze in cui ci siamo incastrati. O meglio, in cui li abbiamo incastrati. Lo abbiamo iniziato noi, questo circolo e non è giusto che siano loro a chiuderlo. Dobbiamo essere noi. Con una riforma radicale del sistema giudiziario americano e con una presa di coscienza che il razzismo esiste, è una piaga indomabile che dobbiamo imparare a debellare e distruggere. Per farlo occorre iniziare dalle basi, dalla gente, ma soprattutto agendo su un sistema che si nutre di queste diseguaglianze. Non è sfornando slogan come “All lives matter” che si risolve il problema, anzi, questo tipo di appropriazione nasconde esattamente la radice del problema: il desiderio inesauribile di mantenere intatta questa supremazia bianca e questo white privilege che tanto ci piace, senza però dare agli altri la soddisfazione di chiamarci “fascisti” o “razzisti”. Dunque, dietro alle proteste che questi giorni stanno infuocando l’opinione pubblica di tutto il mondo, si nasconde un’atroce verità che merita di essere ascoltata e affermata. Lo stesso Martin Luther King diceva dall’alto della sua indimenticabile e nobilissima lotta: “Lasciatemi dire come ho sempre detto che le rivolte sono socialmente distruttive e autolesioniste … Ma, in ultima conclusione, una rivolta non è altro che la risposta dell’inascoltato". Dentro a questa frase è celato tutto quello che, in primis, a noi bianchi è concesso capire e rispettare e, in secondo luogo, una delle verità più importanti delle lotte e dei conflitti sociali. Da tenere bene a mente per il futuro prossimo.


Diderot
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