Il fondamentalismo culturale ed i meccanismi della discriminazione

In un mondo globalizzato, in cui i confini fisici e culturali tra i popoli si fanno più sfumati e le società sono sempre più multietniche ed aperte all’integrazione, si potrebbe pensare che fenomeni di discriminazione razziale siano lontani e superati, eppure la cronaca ci presenta un problema più attuale di quanto ci piacerebbe ammettere, con episodi di razzismo ancora troppo frequenti.

Le forme della discriminazione razziale sono cambiate nel corso del tempo e con esse il modo in cui si insinuano nella nostra quotidianità, al punto che anche la scuola o il posto di lavoro, un ospedale, un negozio oppure un luogo di svago, tutto può diventarne sfondo. Si può combattere un fenomeno così ampiamente diffuso? La risposta è sì, ma come ogni lotta degna di questo nome la prima arma da imbracciare è la conoscenza.

Prendere coscienza tanto del problema quanto delle sue origini –e soprattutto capire dove siamo noi rispetto ad esso – forse non è la soluzione definitiva, però è sicuramente un concreto passo avanti che tutti nel nostro piccolo possiamo fare. Prima d’ogni altra cosa è bene porsi una domanda: cos’è il razzismo? Razzismo è quel fenomeno per cui differenze fisiche, come il colore della pelle, vengono utilizzate per giustificare ed alimentare una forma più o meno violenta di ostilità nei confronti dell’altro. Ma perché ostilità? Da dove nasce la convinzione che il diverso sia il nemico? Facciamo un salto indietro nel tempo.

Due secoli fa il termine razza iniziò ad assumere il significato attuale e si diffuse di pari passo con dottrine caratterizzate dalla convinzione, oggi scientificamente smentita, dell’esistenza di una differenza biologica tra le specie umane, alle quali erano associate caratteristiche specifiche, al punto da classificarle all’interno di una rigida gerarchia. In cima alla piramide immaginaria era stata collocata la razza bianca. Tale superiorità non era dimostrata solo da risultati pseudoscientifici, ma soprattutto da fattori estetici, quali bellezza, regolarità dei tratti e proporzione delle membra, che apparivano come segni di inequivocabile elezione sulle altre razze umane.

Un ruolo in prima linea tra i sostenitori di queste teorie fu quello assunto da Joseph Arthur De Gobineau, autore del Saggio sulla disuguaglianza delle razze umane , che con i suoi studi non soltanto si impegnò a dimostrare la classificazione delle razze, ma fornì anche un punto di vista inedito riguardo la storia stessa dell’uomo, proponendola come un lungo processo di degenerazione di un archetipo perfetto.

In parole povere, De Gobineau era convinto che la storia implicasse necessariamente mescolamenti e che questi minacciassero l’autenticità della razza. I bianchi, unici esemplari umani capaci di creare una civiltà superiore, erano i più vulnerabili davanti al pericolo degli incroci con altre razze, perché il patrimonio genetico ne sarebbe risultato in ogni caso impoverito. Si tratta di una visione impregnata di rassegnazione, che non pretende di trovare soluzioni, lucidamente consapevole che con l’avanzare dei tempo non si potesse in alcun modo evitare i mescolamenti e riteneva, anzi, che la sua stessa società fosse già pienamente parte di questo processo di decadimento. A differenza delle civiltà degli antichi greci e romani, considerate ancora pure, quella del suo secolo era composta di soli ibridi, già vittime degli incroci.
Oggi questa è una visione superata, lo stesso termine razza è considerato non solo obsoleto, ma errato sotto ogni punto di vista, tanto quello scientifico quanto quello etico.

Approdati alla certezza scientifica che le razze non esistano, ecco che appare logico credere che il razzismo sia un pericolo appartenente ad un’epoca storica passata e dai confini netti, eppure non è così. Il razzismo si evolve e cambia forma seguendo i ritmi della società stessa, insediandosi nella quotidianità e nel linguaggio comune. Persino la parola etnia, pur indicando nella sua accezione attuale un gruppo che condivide gli stessi elementi culturali, può caricarsi di connotazioni discriminatorie.

Se ci fermiamo un attimo a pensare, l’aggettivo etnico è usato per indicare sempre gli altri e solitamente le minoranze. Ovviamente il problema in sé non è questo ma il rischio che si corre, cioè quello di concepire l’appartenenza etnica come una proprietà immutabile, di avere un’immagine statica, compatta e divisionista delle culture. E quindi? È davvero un pericolo così grande? Ha delle conseguenze? Si, molte più di quelle che immaginiamo.

Secondo un rapporto dell’istituto di ricerca Eurispes (Istituto di Studi Politici, Economici e Sociali) del Gennaio 2020, circa il 33% degli italiani crede che gli immigrati siano una “minaccia per l’identità culturale nazionale”. Tale affermazione nasce proprio dalla tendenza a vedere culture ed etnie come gruppi stagni, divisi tra loro ed appartenenti in maniera radicata ad un determinato territorio; si tratta di una nuova forma di razzismo, forse più subdola, ma troppo presente nel nostro Paese: è il razzismo differenzialista o fondamentalismo culturale.

Non si parla più di razze o differenze naturali, il razzismo differenzialista non rivendica una superiorità: è una forma di discrinaziome che utilizza le culture e le etnie per indicare le radici che tengono insieme un popolo, che lo distinguono allo stesso tempo dagli altri e che lo circoscrivono ad un determinato territorio. Si giunge alla conclusione che, se la vita di ognuno di noi, i valori e le convinzioni morali, sono radicate nelle culture, allora queste non devono essere mescolate e confuse per salvaguardare le diverse identità davanti ad un elevato rischio di omologazione. Contro quel 33% di individui fortemente convinto di dover preservare la propria identità dalla minaccia del mescolamento, esiste un’altra consistente percentuale che possiamo dedurre sia contraria alle nuove forme di razzismo: anche questa grande fetta di popolazione è parte di una questione molto più complessa di quanto appaia.

L’antirazzismo corre non soltanto il rischio di utilizzare gli stessi strumenti ideologici del razzismo, ma anche di riprodurne i meccanismi, costruendo il razzista, un nemico astratto comune. L’analisi del discorso razzista, si occupa proprio di ricercare quelle forme di razzismo dissimulato e non esplicito, facendo emergere che anche chi si dichiara antirazzista è in realtà impregnato di stereotipi e pregiudizi; gli strumenti per questo tipo di studi sono però discutibili e spesso si cade in un vero e proprio accanimento nella ricerca di forme di discriminazione persino in discorsi volti a combatterle.

Purtroppo la nostra società è ricca di connotazioni estetiche e morali legate al dualismo nero/bianco, a cui si associa spesso l’opposizione bene/male, innocenza/peccato. La stessa paura dell’uomo nero che viene tramandata ad ogni bambino può essere potenzialmente razzista. Il pericolo è di non riuscire più a distinguere i differenti livelli di pregiudizio. Gli studiosi della materia hanno ritenuto dunque necessario cercare dei punti comuni tra la discriminazione razziale di ieri, nelle sue manifestazioni più evidenti dal nazismo al Ku Klux Klan, e quella di oggi. Il sociologo Pierre-André Taguieff ha individuato come denominatori comuni tre atteggiamenti mentali, che vengono associati a altrettante azioni pratiche correlate.

La prima di queste trappole mentali è la tendenza, anche inconscia, a ridurre un individuo al suo gruppo di appartenenza. Che cosa vuol dire? Significa che l’individuo viene visto esclusivamente come parte di un gruppo ed immobilizzato in tutte le caratteristiche ad esso associate. Questo certamente produce un pregiudizio, ma perché assuma carattere razzista è necessario sia affiancato da un’asimmetria di potere, cioè sia operato da parte di un gruppo più forte verso uno più debole.

Il passo successivo è la stigmatizzazione, ovvero l’esclusione simbolica e l’attribuzione di stereotipi negativi e difetti congeniti associati al gruppo di appartenenza, che rendono l’altro pericoloso tanto da identificarlo con il nemico, deumanizzandolo. Questo meccanismo psicologico era tipico, ad esempio, del rapporto vittima/carnefice nei lager nazisti. Il terzo elemento è la barbarizzazione, estremizzazione del pensiero precedente, basata sulla convinzione che alcune categorie umane non siano civilizzabili. Il barbaro rappresenta l’antitesi stessa della società, colui che non è in grado di riconoscere i valori fondanti di una civiltà e dunque non può esservi assimilato, aprendo la strada a politiche eliminazioniste.

Dal punto di vista dell’atteggiamento pratico individuiamo tre tipi di azioni. In principio troviamo pratiche discriminatorie di esclusione sociale, a cui segue la persecuzione, spesso associata alla violenza, che viene superata dall’atto finale: il genocidio. Ad una prima lettura sembrerebbe quasi che Taguieff abbia coscientemente riprodotto le fasi dell’Olocausto. In realtà ciò che risulta dal suo studio è che, a differenza di tutte le interpretazioni che considerano la Shoa come un unicum storico, il genocidio, in modalità diverse, è sempre inscritto come possibilità nella discriminazione razziale. Davanti a questo tipo di considerazioni viene istintivo prendere le distanze, metterci automaticamente dalla parte dei giusti, dei buoni. se siamo tutti così buoni, la storia non può ripetersi. Giusto? Non c’è risposta a questa domanda. Taguieff ci parla di una possibilità che nasce dai nostri atteggiamenti mentali, la cui realizzazione dipende da noi e dalla consapevolezza che il male è più normale di quanto ci aspettiamo ed ha esattamente il nostro aspetto.

A dimostrarlo è il celebre esperimento di Milgram. È il 1961 quando Stanley Milgram inizia i suoi studi, focalizzati sul tema dell’obbedienza; la sua riflessione nasce dalla popolarità dell’ideologia nazista, dalla morte di milioni di persone per volontà di un solo uomo i cui ordini venivano eseguiti in larga scala. Com’è stato possibile? L’ipotesi di Milgram è che le circostanze e il senso d’obbedienza possano indurre le persone a mettere in atto determinati comportamenti al di là dell’etica e forse dell’umanità stessa. Milgram decide di testare la tendenza dell’uomo all’obbedienza con partecipanti di diversa estrazione sociale, cui viene detto che stanno per collaborare ad un esperimento sulla memoria basato su due ruoli che da impersonare: allievo ed insegnante.

Coloro che impersonano gli allievi sono collaboratori di Milgram, ai quali viene attaccato un elettrodo in modo da simulare una scossa elettrica. La scossa, che viene inferta dagli insegnanti all’oscuro di tutto e convinti di star veramente facendo del male all’allievo, cresce in intensità, fino a raggiungere livelli altamente pericolosi. I risultati sono sconcertanti : il 65% del campione arriva a somministrare la scossa letale, sotto le insistenze delle autorità che gli sta accanto. Tutti hanno somministrato la dolorosissima scossa di 300 volt; ciascuno dei volontari ha avuto delle esitazioni, dubitando dell’etica dell’esperimento, eppure dalla maggioranza dei soggetti la prova viene portata a termine. Sono rassicurati dal fatto che l’intera responsabilità delle loro azioni sia a carico dello sperimentatore. Non è colpa loro.

L’esperimento di Milgram ci offre uno spunto di riflessione e una lettura dei genocidi pienamente in linea con quella di Taguieff e ci pone nella condizione di spostare l’idea del male da un nemico lontano a noi stessi, alla nostra normalità. Come ci insegna Hannah Arendt il male è banale e nella sua storia ha l’aspetto quello che si definiva un semplice burocrate della grande macchina nazista, Adolf Eichmann. A suo dire, Eichmann non aveva fatto direttamente male a nessuno, il suo era un lavoro prettamente organizzativo e lui tentava di svolgerlo nel miglior modo possibile. Ancora una volta , non era certo colpa sua.
La Arendt decise di prendere per buona l’immagine del burocrate, non tanto come giustificazione, ma come emblema della natura del male nella modernità: anonimo e senza mostri.

Esiste quindi una continuità tra quella che è la nostra normalità ed il genocidio? L’antropologa Nancy Scheper-Hughes ha sviluppato questa idea attraverso una nuova nozione detta cotinuum genocida. Si tratta della ricerca di un nesso tra un’azione estrema ed apparentemente lontana da noi come lo sterminio di massa e quelle violenze quotidiane, nascoste e spesso autorizzate, che si praticano “negli spazi sociali normativi: scuole pubbliche, cliniche, pronto soccorso, corsie d’ospedale, case di cura, tribunali, prigioni, riformatori e obitori pubblici”. Questo continuum ci riporta al punto di partenza, ossia alla capacità umana di ridurre gli altri allo status di non-persone, di mostri o di cose per mezzo di forme di esclusione sociale e spersonalizzazione che normalizzano la violenza verso gli altri.

Ciò che caratterizza queste forme di violenza è il legame con istituzioni di cui si denuncia la complicità nel trasmettere determinati sentimenti sociali. D’altro canto sono proprio le stesse istituzioni che contengono anche le potenzialità per risolvere il problema, muovendosi verso la pace e la giustizia sociale. In conclusione dobbiamo prendere coscienza del fatto che in quale direzione vengano spinte è un problema che riguarda noi, le nostre scelte politiche ed etiche, e che, ancora una volta, l’aspetto del mondo in cui vogliamo vivere si conferma essere una nostra responsabilità.

Note:

  1. https://www.nytimes.com/2013/04/29/arts/music/donald-shirley-pianist-and-composer-dies-at-86.html (fonte ultima foto)

Diderot
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