Il caso Roman Polański

È venerdì 28 Febbraio, una serata molto importante per il cinema europeo. Il Théâtre du Châtelet a Parigi è gremito di persone vestite in abito da sera in attesa che inizi la cerimonia dei César du cinéma, gli Oscar francesi.

Il clima da sogno che dovrebbe aleggiare nell’aria tuttavia svanisce prima che la serata possa giungere al termine: il premio come Miglior Regista è assegnato a Roman Polanski per la pellicola L’ufficiale e la spia. Timidissimi applausi si alzano dalla platea, l’unica cosa che riesce a spezzare il silenzio è il gesto di due donne, un’attrice e una regista, Adèle Haenel e Céline Sciamma, che decidono di abbandonare la sala appena avvenuto l’annuncio.

Alla fine della premiazione i giornali di tutto il mondo commentano l’accaduto: il titolo del The Guardian recita “Roman Polanski ritira il premio César e rischia il linciaggio”, mentre il New York Times cita il regista stesso in un’intervista di qualche mese addietro: “Che posto può mai trovare in queste deplorevoli condizioni un film sulla difesa della verità, la lotta per la giustizia, l’odio cieco e l’antisemitismo?”. Così l’autore cercava di spiegare il suo punto di vista sulla faccenda.

Dunque perché è successo tutto questo?
Roman Polański è un regista, sceneggiatore, attore e produttore cinematografico polacco naturalizzato francese. Autore di film di calibro illustre, nel 2003 ha avuto la sua consacrazione assoluta nella 75esima edizione degli Academy Awards, dove ha vinto l’ambita statuetta come Miglior Regista per Il pianista.

Nonostante l’enorme successo, la sua vita privata è stata sempre stata fortemente discussa, molto più dei suoi lavori cinematografici. Nel 1977, viene accusato a di “violenza sessuale con l’ausilio di sostanze stupefacenti” ai danni di una ragazzina di tredici anni e undici mesi, Samantha Geimer, una modella, figlia di una conduttrice televisiva; il processo giudiziario è di altissimo impatto mediatico. Dopo che la difesa del regista decide di patteggiare, ottenendo così un importante sconto di pena e il solo capo di imputazione di “rapporto sessuale extramatrimoniale con persona minorenne”, al regista venne prescritta una perizia psicologica per la quale viene detenuto nella prigione di Chino, in California.

Dopo aver trascorso solamente 42 giorni nel penitenziario, Polański viene rilasciato anticipatamente con una valutazione che consigliava una pena detentiva con la condizionale, quindi senza più detenzione. Quando emerge che il giudice non avrebbe seguito la proposta suggerita nella valutazione, il cineasta fugge dagli Stati Uniti per recarsi a Londra. Successivamente si trasferisce in Francia, precisamente a Parigi, dove non avrebbe rischiato l’estradizione dato il possesso della doppia cittadinanza.

Tutt’oggi l’uomo è nella lista rossa delle persone ricercate dall’Interpol e non ha mai effettivamente scontato la sua pena. Da qui nascono le numerose controversie legate alla sua persona, l’enorme zona grigia che ha per oggetto un concetto estremamente spinoso: la dialettica autore-opera. Quanto è giusto valorizzare il lavoro di una figura moralmente ambigua come Polański? O ancora, è possibile scindere l’autore dalla sua opera? In che modo è possibile giostrarsi nei due ambiti: l’oggettivo e l’emotivo?

Innanzitutto occorre cercare di comprendere il motivo per cui la rabbia del pubblico nei confronti di Polański non sia mai cessata ed anzi, abbia avuto un grande impatto sulla sua filmografia. Si può affermare che gli scandali di tipo giudiziario nell’industria cinematografica siano purtroppo piuttosto comuni, tuttavia negli ultimi anni, dopo lo scoppio del caso Weinstein, il tema dell’abuso di potere da parte degli imprenditori ed autori di film è diventato centrale in numerosi dibattiti sociali.

Perché Roman Polański fa arrabbiare così tante persone? Perché avergli consegnato quel premio in Francia è stato considerato un atto infimo? In fondo il suo è solo uno dei numerosi episodi controversi dell’industria filmica. Tra i tanti è possibile considerare il già citato caso Harvey Weinstein che ha dato inizio al movimento #MeToo, le accuse di violenza domestica di Amber Heard nei confronti dell’ex marito Johnny Depp (rivelatesi false ed infondate grazie alla testimonianza della figlia), le presunte accuse di violenza sessuale nei confronti di alcuni dei figli adottivi nello scandalo Woody Allen e l’ormai archiviato caso di presunte molestie sessuali riguardante Kevin Spacey. È impossibile negare che l’immagine pubblica di tutti questi artisti sia stata compromessa, ma tale conseguenza sembra essere un prezzo necessario da pagare al fine di arrivare alla verità.

Un altro punto che è valido considerare è il fatto che in un modo o nell’altro queste persone abbiano chiesto scusa o cercato di raccontare la propria versione dei fatti. Perciò occorre considerare, in primo luogo, l’impunità degli atti commessi da Polanski e, soprattutto, il suo non aver mai rilasciato dichiarazioni o interviste in cui si mostrasse pentimento o rimorso. Successivamente si è discusso molto sulla possibilità involontaria di “normalizzare” questi atti: se un uomo dalla fedina penale sporca e dall’atteggiamento supponente riesce lo stesso a vincere un ambito premio, è poco probabile che si possa far desistere le nuove generazioni dal replicare comportamenti similari. Specialmente va notata la natura del film vincitore, che ha per oggetto l’affare Dreyfus, con il quale il regista ha affermato di rispecchiarsi molto.

Difatti la trama della pellicola tratta “il maggior conflitto politico e sociale della Terza Repubblica, scoppiato in Francia sul finire del XIX secolo, che divise il Paese dal 1894 al 1906, a seguito dell’accusa di tradimento e spionaggio a favore della Germania mossa nei confronti del capitano alsaziano di origine ebraica Alfred Dreyfus, il quale era innocente. Il vero responsabile era difatti il colonnello Ferdinand Walsin Esterhaz”, come recita Wikipedia. Un po’ azzardato forse accostare le due figure.

Infine, c’è da considerare i vissuti di alcune delle attrici presenti alla cerimonia parigina, le quali hanno avuto uno stretto contatto con le violenze e i soprusi avvenuti sul posto di lavoro ed hanno reagito probabilmente in seguito alle loro esperienze personali; questo mostra chiaramente il tipo di risentimento e di delusione che moltissime figure anche dell’industria hanno accumulato nel corso degli anni. Eppure c’è un dato che è impossibile ignorare: le pellicole dirette o scritte da Roman Polański sono oggettivamente ben realizzate.

I suoi lavori hanno emozionato e segnato indiscutibilmente il panorama internazionale cinematografico, mostrando come un uomo che ha deciso di lasciare il paese d’origine alla ricerca di opportunità migliori abbia saputo sfruttare tutte le sue capacità lavorative. È impossibile negare che lo sforzo compiuto dal regista al fine di scalare una vetta incredibilmente ripida sia stato effettivamente difficoltoso e degno di nota. Perciò ecco che si staglia una questione fondamentale: è giusto valutare l’opera in sé a prescindere dalla moralità o dall’etica del suo creatore oppure tutto ciò è indissolubilmente collegato?

La verità è che questo quesito non ha una risposta. Si può scegliere di non guardare un certo film, ascoltare un certo artista o comprare i quadri di un certo pittore e le nostre motivazioni sarebbero valide. Si può decidere invece di godersi un bel film, una canzone che ci emoziona, un dipinto che ci piace soltanto per la bellezza dell’arte stessa e le nostre ragioni sarebbero ancora perfettamente comprensibili. Il dilemma è un altro e non riguarda solo ed unicamente il pubblico fruitore: il problema è la disuguaglianza delle persone davanti alla giustizia.

Le maggiori difficoltà sono legate all’omertà, all’abuso di potere, alle opportunità che vengono precluse; la voragine più grande è insita nel sistema cinematografico, nei meccanismi che lo regolano. È vero che Roman Polański continua a girare i suoi film, ma occorre considerare il fatto che sia circondato da produttori, attori, assistenti, un mondo intero che lo sorregge, che si gira dall’altra parte lasciando che tutti i suoi errori rimangano nell’ombra. Tutto questo, da parte di un’istituzione che promuove i sogni e la possibilità di cambiare la propria vita è un atteggiamento inconcepibile. Concludendo, è opportuno affermare che quello di Roman Polański è un caso ancora aperto al quale occorrerebbe mettere un punto. Forse solo alla fine di questo infinito lungometraggio potremmo tirare le fila dell’intricato discorso. Fino ad allora, non è possibile far altro che sperare che l’epilogo di questo film sia molto più soddisfacente della trama.

Fonti: https://www.google.it/amp/s/amp.theguardian.com/film/2020/feb/27/roman-polanski-pulls-out-of-cesar-awards-an-officer-and-a-spy https://www.google.it/amp/s/www.nytimes.com/2020/02/28/movies/roman-polanski-cesar-awards-france.amp.html https://it.wikipedia.org/wiki/Roman_Pola%C5%84ski


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Francesca Di Pasquo
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Responsabile video

Studentessa del DAMS di Roma Tre, Francesca “Fru” è entrata nella redazione come responsabile del gruppo interviste video. Esperta di cinema e di qualsiasi film sia stato girato, i membri della redazione sfruttano palesemente le sue doti di regista per realizzare interviste a ripetizione.

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