La normalità che ci manca

“La normalità è una strada asfaltata: è comoda per camminare, ma non vi crescono fiori."

Vincent van Gogh*

A pochi giorni dall’inizio dell’emergenza lo slogan era “Tutto questo ci renderà migliori”, ma è stato veramente così? Normalità è spesso utilizzata come sinonimo di “giusto” e come metro di paragone per giudicare gli altri ed è forse una delle parole che, se usata con cattiveria, può fare più male. Ma cos’è? Esiste, o l’abbiamo inventata noi per stare più sereni, per sentirci protetti e in qualche modo giustificati?

Spesso è accostata a stereotipi e pregiudizi, dei quali ogni cultura si serve per osservare il mondo che la circonda, per guardare con gli occhiali giusti quello che succede, per avere un universo simbolico a cui fare riferimento. Cosa accade però quando siamo tutti uguali e gli stereotipi vengono meno?

Ciò che è accaduto in questi mesi è stato quanto di più a-normale possa esistere. Non siamo fatti per vivere dentro casa e neanche per stare sempre solo con le medesime persone. Dopotutto, come scrisse il filosofo greco Aristotele nella sua Politica, IV sec a.C., “l’uomo è un animale sociale”e la socialità può essere possibile solo con l’interazione tra persone diverse. Molti hanno visto la quarantena, come un avvenimento avverso ad uno dei diritti fondamentali dell’uomo, la libertà, altra parola abusata e spesso stravolta.

La verità però è che nessuno ci ha privato della nostra libertà, nessuno ci ha impedito di uscire per fare un torto alla nostra persona, si è solo deciso, in un momento di grave emergenza, di far prevalere un diritto fondamentale sull’altro: il diritto alla vita e il diritto alla salute sono stati salvaguardati in nome di un piccolo sacrificio.

QUANDO TORNEREMO ALLA NORMALITÀ?

Tutti ci chiediamo, chi per un motivo chi per un altro, “Quando avrà fine tutto questo?”. Molti Paesi dell’Europa e del mondo sono già tornati a una parziale routine, mettendo in atto specifiche misure di sicurezza e prevenzione: pulizia incrementata, spostamenti supervisionati, distanziamento sociale, così il resto del mondo va avanti. Quindi perché qui si fa ancora fatica e cosa è cambiato tra la fase 1 e la fase 2?

L’Italia è sicuramente un Paese diverso, che ha attuato delle misure contenitive radicali perché costretta: l’esodo dalla Lombardia nella notte dell’8 marzo, quando molte persone hanno deciso di partire per tornare a casa dai familiari per sfuggire al confinamento nella propria dimora, ha costretto il governo a dichiarare l’intero Paese zona rossa per evitare che il virus si propagasse ulteriormente nelle zone in cui la sanità è più debole. La Lombardia è tutt’ora il più grande focolaio della penisola e i casi aumentano giorno dopo giorno, per questo l’allentamento delle misure di emergenza è così graduale.

I mesi sono passati e la situazione sembrava migliorare. Dov’è il problema? È ancora una volta delle parole usate e dell’incartamento di giornalisti e politici che spesso sembrano non sapere dove mettere le mani. La fase 2, diciamolo chiaramente, non è diversa dalla fase 1: la parola congiunti non è altro che un modo per consegnare alle persone un falso senso di miglioramento. Cambia poco tra amici e parenti, specialmente per quelle persone che non hanno una famiglia in grado di sostenerle, e, soprattutto, gli uni non sono più immuni degli altri!

La verità è che molti si sono soffermati su questa parola perché siamo sempre bravi a giocare, analizzare e portare all’estremo i termini usati, ci soffermiamo sul piccolo dimenticando il quadro generale: bisognava attuare una misura che avrebbe permesso alle persone di riacquistare un po’ di libertà, di vedere i propri affetti senza però dare loro un ampio raggio di movimento. Concentrandosi su questo ci si è dimenticati ancora una volta l’importanza di spiegare perché si prendono determinate decisioni: l’emergenza non è ancora passata, il virus non è un interruttore che si preme e piano piano tutto comincia a spegnersi, è qualcosa di instabile, la cui capacità di contagiare è legata a così tanti fattori da essere poco prevedibile.

È vero che vedersi con i propri affetti ci permette di avvicinarci alla così tanto agognata normalità ma la verità è che ci facciamo tutti la domanda sbagliata. Dobbiamo abbandonare l’ottica di “Quando la normalità?” per avvicinarci a “Quale normalità?” Tutto è cambiato anche se ancora non ce ne accorgiamo.

Da Marzo, la routine di tutti è stata interrotta all’improvviso, molte persone erano spaesate e confuse, spaventate da un futuro incerto; la mentalità di ognuno, le abitudini delle famiglie, i pensieri personali sono irrimediabilmente compromessi. Eppure, è proprio in nome di questa perdita di normalità che si parlava di un nuovo inizio, si diceva che con tutta questa tragedia le persone avrebbero imparato a odiare di meno e a pensare di più, a guardare oltre il loro naso e i propri interessi. Quello che abbiamo vissuto in questi mesi è un’esperienza che ci ha segnato e che forse ci consegnerà un nuovo modo di guardare al mondo, dei nuovi occhiali attraverso cui vedere la normalità. Gli esperti dicono che è un virus che ci porteremo avanti forse per altri due anni ed è ovvio che in tutto questo tempo le cose non potranno rimanere come ora. Tutto dovrà ripartire, il più in fretta possibile, ma nulla sarà più come prima.

Ogni cosa sarà diversa ed è forse proprio questo che ci permetterà di stare più attenti agli altri oppure, paradossalmente, che ci renderà ancora più paurosi, più diffidenti e più chiusi nel nostro piccolo. La gente ha molta più paura adesso e non avendo potuto additare un colpevole per tutti questi mesi sarà ancora più propensa ad accanirsi verso il diverso.

IL VERO NEMICO È PROPRIO L’IDEA DI NORMALITÀ

Accostata all’idea di quarantena, confinamento e privazione di tutto quello che prima ci apparteneva, un’altra voce si è alzata potente dal coro: il futuro che verrà sarà sicuramente più bello, la quarantena ci renderà persone migliori, cambieremo le nostre abitudini, staremo più attenti e impareremo da tutti gli errori che abbiamo fatto in passato. Eppure, la verità è che molte cose sono ripartite e questa idea di progresso e miglioramento è rimasta un’utopia e forse molte cose sono anche peggiorate.

Nulla sembra essere cambiato nelle abitudini delle persone, solo gli sguardi che si riservano agli estranei e a coloro che si è sempre additato come “diversi” hanno un nuovo significato. Pensiamo ad esempio a cosa è successo in Corea qualche giorno fa, dove l’emergenza era ormai dichiarata finita e tutto stava finalmente riaprendo. Un giovane di 29 anni in una sola sera, spostandosi in the locali diversi, ha contagiato migliaia di persone e tutto è ripartito. Questa volta però in un modo diverso: il ragazzo che ha fatto ripartire il contagio fa parte di una minoranza e le persone hanno qualcuno verso cui puntare il dito. Così come negli anni Ottanta vennero additati come colpevoli di aver diffuso l’AIDS gli omosessuali, oggi in Corea accade la stessa cosa. Il ragazzo è gay e l’odio della popolazione, fomentato dalla paura di un nuovo lockdown, si sposta sulla comunità LGBTQ+, da sempre considerata promiscua e troppo libera.

Ancora una volta, il diverso viene considerato pericoloso perché ciò che non si conforma al pensiero della maggioranza può solo essere additato ed etichettato come a-normale e sbagliato. Gli esempi però li abbiamo anche “in casa nostra” e ci mostrano quanto in realtà la mentalità non sia cambiata, quanto le persone abbiano ancora voglia di dire la loro su tutto, di trovare errori e di giudicare gli altri senza conoscere la loro storia e ciò che hanno passato. La volontaria milanese Silvia Romano, 25 anni, è tornata a casa dopo essere stata sequestrata per 18 mesi, rapita in Kenya e liberata in Somalia sabato scorso grazie al lavoro dell’intelligence italiana. La notizia non è stata accolta da tutti allo stesso modo, tra la gioia e le congratulazioni infatti i commenti di odio sul web non sono mancati “Quanto ci è costata?”, “Non dovevamo liberarla perché se le è successo è colpa sua”.

Parole che sembrano assurde se si pensa che sono state dette da persone che potrebbero essere padri e madri, e che sicuramente, se nella terribile situazione di Silvia si fossero trovati i loro figli, avrebbero cercato di fare di tutto per riportarli a casa il prima possibile, a qualsiasi costo. Ciò che però ha davvero sconvolto la maggior parte delle persone non è stata tanto l’idea del pagamento di un riscatto, quanto l’aspetto “poco normale” della ragazza appena tornata in Italia. Silvia Romano a detta di molti si è presentata “vestita con gli abiti dei suoi carcerieri”, avvolta in un jilbab verde.

Su internet il risentimento di un gruppo di gente, amplificato dalla forza del web, si è subito fatto sentire mettendo a confronto due foto della ragazza: una risalente a qualche anno fa che mostra la ragazza con indosso un abito blu corto, l’altra di pochi giorni fa che mostra Silvia con l’jilbab. Interessante notare come un abbigliamento che in una situazione diversa avrebbe sconvolto e richiamato su di sé insulti beceri e maschilisti, sia ora presentato come un sinonimo di libertà. In una situazione diversa si sarebbe urlato all’eccesso, alla volgarità: un vestito troppo attillato, le gambe troppo scoperte, i tacchi troppo alti. Ora, paragonato all’abito troppo coprente che le abbiamo visto indossare, diventa invece l’esempio di libertà e civiltà, della donna emancipata capace di prendere le proprie scelte e di essere padrona del suo corpo. Poco importa che ci sia stata la libertà di scegliere in entrambi i casi.

Una notizia come questa sarebbe dovuta essere accolta solo con gioia perché la ragazza è finalmente tornata a casa e nessuno sa cosa le sia accaduto veramente, possiamo solo fare speculazioni. Dovremmo essere felici solo di questo eppure, ancora una volta, le persone si sentono in grado di giudicare qualcosa che non conoscono, che non hanno provato sulla loro pelle, e l’unione del Paese di cui ci si vantava tanto a Marzo è stata nuovamente dimenticata.


Diderot
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Flaminia Di Paolo
Flaminia Di Paolo
Vice-caporedattore, Graphic designer

Brillante studentessa di Comunicazione Pubblica e di Impresa presso La Sapienza di Roma, “Flami” è il fiore all’occhiello della redazione. Le sue qualità sono pressoche illimitate e tra queste rientra quella di problem-solver. Gentile e creativa, è la disegnatrice di fiducia di Diderot.

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