Intervista a Lucha y Siesta (Prima parte)

Questo mese Diderot intervista Michela Cicculli, membro del collettivo fondatore della Casa delle donne Lucha y Siesta, la quale ormai da anni offre sostegno e speranza a tutte quelle donne, e non solo, che cercano rifugio e alleanza. Il sostegno non si concretizza soltanto nell’ospitarle in un luogo sicuro e lontano da ogni violenza maschile, ma anche nella spinta alla loro rivalsa in una società ancora fin troppo cieca e sorda a questo tipo di problematiche, nonché irrispettosa della figura femminile sotto diversi aspetti.

Ciao Michela, grazie per averci regalato la possibilità di conoscere meglio questa realtà di cui fai parte. Raccontaci come nasce Lucha y Siesta. C’è stato un evento o stimolo in particolare che ha portato alla sua realizzazione?

“La Casa è nata nel 2008, in un immobile che si trova in via Lucio Sestio, da qui il gioco di parole nel nome. Si trova in una posizione strategica, vicina alla stazione della metro Lucio Sestio, per l’appunto, quindi è facilissima da raggiungere ed è comoda per muoversi, andare a lavoro, a scuola o per qualsiasi altra necessità. Possiamo dire che si trova in una posizione molto strategica.

Il progetto nasce da un gruppo di donne che hanno capito quanto l’autorganizzazione fra donne con determinate problematiche, che poi si sono rivelate comuni, potesse dare una risposta valida a ciò che poi in questi anni è emerso come evidente: una fetta di popolazione femminile subisce una serie di discriminazioni legate al reddito, al lavoro e alla violenza, fisica o anche solo psicologica che sia, che le rende ancor più fragili rispetto alle categorie cosiddette svantaggiate.

L’idea di Lucha y Siesta si è sviluppata da queste intuizioni che 12 anni fa non erano così formate come lo sono oggi, traendo forza anche da un fatto di cronaca, un femminicidio. Una donna fu stuprata ed uccisa sulla Cassia nei pressi di una ferrovia e il suo cadavere fu abbandonato; si trattò di un evento che rimase impresso nelle menti di tutte e tutti in città e che diede il via ad una campagna di sicurezza, promossa dal sindaco Alemanno, molto legata alla protezione della donna vista come vulnerabile. Questo era un tema molto calcato dalla destra romana, che proponeva una soluzione securitaria e basata sull’irrigidimento dei controlli piuttosto che sulla sensibilizzazione, il tutto in chiave razzista. C’erano dei termini di questo discorso che non quadravano: non basta proteggere chi è in difficoltà, si devono fornire degli strumenti per essere più forti. Quello fu un evento che accadde per strada ma, in seguito, l’Istat ha evidenziato che la maggior parte delle violenze, anche sessuali, avvengono da parte di un conoscente, un partner, un parente, un ex marito, un collega. A questo punto fu chiaro che quell’episodio non aveva a che fare con la mancanza di sicurezza o con l’immigrazione, ma con la violenza di genere e, se vogliamo, anche la relazione di potere fra uomo e donna“.

Qual è il tuo ruolo all’interno della Casa?

“La Casa è un collettivo di 15-20 persone, non abbiamo ruoli ben stabiliti. Solitamente io mi occupo dell’accoglienza delle donne e della parte riguardante la comunicazione. Nella Casa ci sono altri gruppi e altre attività, per esempio le 2-3 persone che si occupano della parte culturale, quindi l’organizzazione delle iniziative, dalle presentazioni di libri ai laboratori. Alcune si occupano degli sportelli, di tenere colloqui con le donne che non vivono dentro la Casa e che vengono tenuti al suo interno su appuntamento, per questo c’è un numero telefonico sempre attivo. C’è un gruppo di psicologi che ovviamente si occupa delle consulenze psicologiche, c’è una signora che ha sempre fatto la sarta quindi ha dato vita al laboratorio di sartoria e fa corsi di riuso e riciclo. Insomma, ci sono diverse aree di competenza, ma siamo abbastanza dinamiche e morbide in questa organizzazione”.

Quali sono le attività principali di Lucha y Siesta? Per quali obiettivi sono portate avanti?

“Lucha y Siesta è per definizione una Casa delle donne, quindi ha in sé una componente di accoglienza abitativa e allo stesso tempo una parte forte di attività sociali e culturali indirizzate al territorio e all’intera città. L’idea è di unire un servizio che si occupa di accoglienza e sostegno a donne che escono da una situazione di violenza alla sensibilizzazione e soprattutto alla prevenzione. Chiaramente in questi anni le attività sono andate un po’ evolvendo rispetto a quanto l’esperienza veniva conosciuta in città. Siamo state chiamate per fare interventi di sensibilizzazione, sia che riguardassero il racconto di Lucha y Siesta sia che si trattasse di laboratori o attività sulla questione della violenza di genere. Per esempio, negli ultimi sei mesi è capitato che ci chiamassero dalle scuole; siamo sempre disponibili ad andare perché sono veramente poche le voci che parlano di contrasto alla violenza di questo tipo”.

Chi sono le donne che la Casa accoglie?

“Sono donne, talvolta con minori, in situazioni di difficoltà. Le stanze disponibili di Lucha y Siesta sono 13, abbiamo sempre ritenuto importante che si accogliessero quante più donne possibili. Gli ospiti che vivono a Lucha y Siesta permangono per un tempo che non è stabilito in entrata, come invece succede in altre strutture. Lucha y Siesta è un esperimento che nasce dal basso, da un’occupazione che ha voluto in qualche modo ribaltare le procedure già conosciute provando a sperimentare un intervento diverso: è l’ospite che, dopo una serie di colloqui con le operatrici, decide se le “piace”, se vuole restare.

Dal momento in cui si accetta di entrare, ha inizio un percorso che richiede una serie di passaggi e che viene man mano definito nei tempi; è chiaro che ci sono dei limiti attraverso colloqui mensili per evitare che si vada avanti all’infinito. In questo modo si è pensato di dare alla donna la possibilità di lavorare sui propri tempi e di essere più dinamica. Fino ad oggi, le donne passate da Lucha y Siesta sono centinaia, quelle che vi hanno vissuto circa 160, quelle che invece si sono rivolte allo sportello di orientamento e ascolto sono più di 1000”.

Quali sono difficoltà ricorrenti riportate dalle donne? E come agite per aiutarle?

“Come sappiamo il fenomeno della violenza di genere è talmente diffuso e in talmente tanti strati sociali e contesti diversi che a Lucha y Siesta arrivano o arriviamo a contattare donne molto diverse. Ad esempio migranti che vivono da poco in Italia in una condizione di violenza domestica o comunque di difficoltà, che non hanno una rete di relazioni, familiare o di amicizie, dato che vengono da un altro paese e che si rivolgono a noi proprio per riuscire a costruirla insieme. Spesso ci sono anche donne italiane che per poter uscire dalla situazione di difficoltà devono necessariamente uscire di casa; è chiaro che se non possono farlo è impossibile denunciare, sarebbe ancora più pericoloso ritrovarsi a dormire con quella stessa persona. Si rivolgono a noi per chiedere un posto dove dormire, da sole o con dei figli minori, per poi iniziare un percorso che parta dalla denuncia, appunto.

Poi c’è da gestire la parte legale nel caso in cui fosse un procedimento in corso, una parte di sostegno psicologico se la donna lo richiede e un accompagnamento alla genitorialità se ci sono dei minori. Per molte lo step successivo è affrontare la questione del lavoro, perché spesso vivendo in una simile condizione non lavorano, magari da molto tempo, oppure perdono il loro lavoro proprio nel momento in cui si allontanano da casa, non potendo presentarsi per lunghi periodi o essendo troppo lontane per raggiungerlo. Di conseguenza non hanno un’autonomia economica neanche per la minima sussistenza e bisogna mettere in campo una serie di azioni per la ricerca del lavoro a partire dalla creazione di un curriculum, la frequentazione di corsi di formazione o una preparazione universitaria, se è quello che vogliono fare. È importante che la donna punti a fare un lavoro che ha il piacere di fare, ottenerlo proprio perché lo ha cercato molto, in modo che abbia un po’ di sicurezza in più che la renda più forte. Ci siamo trovate a parlare con donne venute da un altro paese che facevano le badanti, ma che in realtà avevano una formazione professionale diversa, come farmaciste o agronome, ma erano ormai talmente demotivate e sminuite che non potevano neanche pensare di fare un altro lavoro. Noi cerchiamo di aiutarle anche sotto questo aspetto, chiaramente non è facile perché c'è un mercato del lavoro a cui noi dobbiamo rispondere, ma con uno sforzo e una vasta rete di relazioni un lavoro migliore si può trovare”.

Come definireste i vostri rapporti con il Comune? Ci puoi parlare dello sgombero?

“L’edificio in cui è nata la Casa è uno dei tanti immobili di Atac sparsi per la capitale ed è risaputo che l’azienda è in dissesto economico da anni, perciò preferisce quasi sempre la soluzione della vendita all’asta dei propri beni e anche dello spazio in cui si è sviluppata Lucha y Siesta. Ormai sono molti anni che il collettivo tenta di aprire un dialogo con l’amministrazione comunale e con Atac, ma non c’è stata mai dall’altra parte la capacità politica, oltre che umana, di capire che il valore di questa esperienza è talmente alto che è necessario trovare una soluzione politica alla vicenda. L’Atac è una società al 100% partecipata dal Comune, perciò l’amministrazione pubblica, alla luce della funzione sociale, culturale e pubblica della Casa, dovrebbe trovare delle strade per salvaguardarla e non dire, come ha fatto fino ad adesso, che purtroppo non c’è nulla che possano fare per impedire la decisione dei proprietari di vendere. Noi pensiamo quindi che qualcosa si sarebbe potuto fare, chiaramente però intervenendo prima, prima che arrivassimo alla situazione in cui ci troviamo ora”.

Sul vostro sito abbiamo letto alcuni nomi coinvolti nella vicena dello sgombero. Come vivete il fatto che siano anche donne, a partire dalla sindaca, a favorirlo?

“Ti dirò di più, sono solo donne. La sindaca è donna, tutte le persone con cui ci siamo relazionate degli uffici sono donne; per fortuna in Regione Lazio abbiamo trovato una collaborazione positiva con l’assessorato alle Pari Opportunità della dottoressa Pugliese, quindi da una parte c’è anche una solidarietà femminile che sta funzionando nella vicenda. Riguardo al fatto che la sindaca donna stia facendo tutto questo, noi abbiamo sempre detto che per occuparti di questioni di genere con un atteggiamento femminile non è sufficiente essere donna, altrimenti non si porrebbe il problema. Anche la giudice fallimentare che ha in mano la vicenda è una donna, le curatrici fallimentari che sono state nominate dal Tribunale sono donne e tutto questo ci sembrava un dato positivo, ma, insomma, così non è stato”.

Come immagini una sensibilizzazione della sindaca in merito alla vostra causa?

“Noi le abbiamo provate tutte, dalla lettera, al video, all’invito a visitare la Casa. La sensibilizzazione agisce quando non si ha consapevolezza di qualcosa, qui la consapevolezza del fatto che la Casa possa chiudere c’è, è un dato di fatto. La sindaca e l’assessora alle Politiche Sociali hanno detto di comprendere l’importanza dell’esperienza ma di non poter far niente, un po’ come la condanna di un innocente. Da parte nostra non crediamo che l’esperienza di Lucha y Siesta chiuderà, non perché riteniamo che loro mentano, ma perché riteniamo sia un controsenso talmente grande da essere inaccettabile. La città, tutti quelli che ci hanno sostenuto…da settembre abbiamo aperto una raccolta fondi dal basso che fino ad oggi, in 6 mesi, ha raccolto 120-130 mila euro. C’è una sensibilità per questa vicenda che sta a significare che la nostra esperienza non può chiudersi così”.

Il consiglio regionale del Lazio ha stanziato 2,4 milioni di euro per salvare la Casa. Avete, quindi, sentito il sostegno della regione?

“Sì, la Regione Lazio ha approvato, appunto, lo stanziamento di 2,4 milioni per il contrasto alla violenza di genere. Successivamente la stessa Regione ha specificato che intende partecipare all’asta pubblica per la vendita dell’immobile, alla quale chiunque lo desideri può partecipare. Ora è tutto fermo, data l’emergenza in corso, vediamo cosa accadrà”.

Cosa siete ancora disposte a fare per salvare la vostra Casa? Quali sono le prossime mosse?

“Noi intendiamo solo continuare le nostre attività, legate alla violenza di genere e alla sensibilizzazione. È assurdo che in una città come Roma ci siano così pochi posti e servizi in violazione di una serie di norme internazionali. Per continuare abbiamo lanciato la campagna “Lucha alla città”, perché pensiamo che debba essere presente in ogni territorio e municipio e che esperienze come la nostra debbano moltiplicarsi. Roma non ha abbastanza luoghi di accoglienza dedicati alle donne che escono dalla violenza, talmente pochi che il Comune non riesce in nessun modo a rispondere a questa domanda così forte. Lucha y Siesta fornisce alla città 14 posti per un totale di circa 30 fra case rifugio e case di semiautonomia. È chiaro, quindi, come quei posti siano un bene preziosissimo. *Siamo tutte Lucha y Siesta”.


Diderot
Diderot

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Lorenzo Feltoni Gurini
Lorenzo Feltoni Gurini
Vice-presidente

Studente di Biotecnologie presso La Sapienza di Roma, ha da subito sostenuto con entusiasmo il progetto di Diderot. Un gran vice-presidente, trascorre le pause dallo studio arrabbiandosi con il resto della redazione.

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