Intervista a Lucha y Siesta (Seconda parte)

Dato il periodo in cui ci troviamo, per famiglie e coppie la convivenza si fa più stretta. In Cina sono in aumento i casi di violenza domestica registrati: il rischio è elevato e potrebbe già essersi concretizzato anche qui. Inoltre la condizione scoraggia ulteriormente la denuncia. Come vi siete poste di fronte davanti a questa situazione?

“Noi, essendo un’associazione di contrasto alla violenza di genere, abbiamo subito pensato: oddio, tutte le donne che vivevano già in una situazione di violenza e pericolo ora si troveranno a vivere un incubo. Ora non possono uscire per avere momenti, anche minimi, di svago o vedere qualcuno con cui sfogarsi e in cui trovare supporto. Non va dimenticato che nella maggior parte dei casi la persona maltrattante è sempre dentro casa, perciò è più facile che si scatenino conflitti anche molto violenti. Le voci provenienti dai coordinamenti dei centri antiviolenza riferiscono di molte chiamate da parte di donne, magari effettuate sotto la doccia per non farsi sentire o nella mezz’ora in cui vanno a fare la spesa. Per molte è difficile telefonare, le conseguenze di tutto questo si vedranno fra qualche tempo. Ora più che mai è necessario che i servizi mantengano attive determinate modalità; noi abbiamo rilanciato in maniera ancora più forte lo sportello antiviolenza in cui si può chiedere aiuto chiamando al nostro numero telefonico, aprendo inoltre una mail: nonseisola.lucha@gmail.com “.

Fra le donne che avete aiutato, ve ne sono alcune che sono diventate militanti di Lucha y Siesta riacquistando fiducia in loro stesse dopo le aggressioni fisiche e psicologiche subite?

“Non esattamente. È chiaro che le donne che escono da qui restano affettivamente legate a noi e rimangono in contatto, magari per passare insieme il Natale o il compleanno, alcune di loro passano da noi per vedere come vanno le attività. Le donne che si avvicinano a noi non lo fanno per scelta, ma per una necessità, a differenza dell’attivista, imparando ad amare e partecipare alle attività in modo diverso. Il tipo di relazione che s’ instaura con il posto è molto diverso da donna a donna. C’è chi fatica moltissimo a uscire da Lucha y Siesta: dopo aver passato mediamente 2 anni di vita con determinate persone la Casa è diventata la tua migliore amica, la tua famiglia, la persona con cui sono cresciuti i tuoi bambini. C’è una fase di allontanamento in cui si ha il bisogno di riprendere in mano la propria vita, staccarsi è un passaggio talmente duro che è difficile poi tornare ad avvicinarsi”.

La Casa è unione di storie, debolezze e forze femminili, ma anche un punto d’incontro fra diverse culture. Questo aspetto cosa aggiunge al percorso per il raggiungimento dell’obiettivo, fra i molti, di risveglio sociale e culturale? In base alla cultura di appartenenza, come viene vissuto dalle diverse donne il rapporto con la società?

“Lucha y Siesta è sicuramente un luogo di incontro e scontro fra culture. È una comunità in cui sono presenti delle regole stabilite dalle stesse donne che la vivono e periodicamente rinegoziate. Ci si può dire tutte d’accordo o esprimere esigenze per cambiarle e aggiornarle. Essendo un’organizzazione autogestita, non vi è nessuno che vuole fare il controllore, ma questo aspetto è sicuramente tema di discussione. Capita spesso che ci sia il bisogno di confrontarsi su ciò che per la cultura di una donna è tanto naturale quanto assurdo per la cultura di un’altra e trovare un punto di accordo. Nella vita quotidiana gestire tutto questo è più difficile di quanto sembri, può riguardare la divisione degli spazi e la gestione di quelli comuni, ad esempio la cucina, o altre questioni come quello che va cucinato. Chi è da più tempo all’interno della Casa è chiamata ad aiutare le nuove arrivate ad entrare nell’ottica di queste regole. Insomma Lucha y Siesta è una continua mediazione, un accorgersi che spesso le regole sono fatte per essere rimodellate e permettere ad ognuna di vivere la casa in modo sereno e tranquillo, dedicandosi completamente al proprio percorso”.

Vi è mai capitato di trovarvi di fronte a uomini, denunciati in precedenza dalle ospiti, venuti a “rivendicare” qualcosa?

“È accaduto rarissime volte, forse un paio. Noi del collettivo siamo nella Casa tutti giorni o quasi, ma non 24 ore su 24, magari cose di questo genere succedono di notte e noi non possiamo controllarle. Per fortuna all’interno della casa c'è solidarietà, quindi un meccanismo di sicurezza e consapevolezza del pericolo. Gli episodi sono stati abbastanza gestibili, nulla di particolarmente preoccupante o violento. È anche vero che nella maggior parte dei casi le donne non rivelano dove si trovano, quindi pur volendole cercare è molto complicato, a volte vengono da posti lontani e per gli uomini è praticamente impossibile trovarle. Nel caso di donne migranti spesso l’evento traumatico è stato parte del viaggio, quindi sono arrivate da noi sole e non correvano nessun pericolo di questo tipo”.

È mai capitato che venissero autonomamente a chiedere aiuto minori in difficoltà per violenze subite dalle loro madri o da loro stessi?

“Sì, abbiamo ricevuto chiamate al numero del centro antiviolenza, mai che si siano presentati fisicamente. In quel caso le operatrici devono attivare un percorso diverso rispetto al canonico che, paradossalmente, deve includere il genitore, almeno uno dei due, o un altro adulto che possa affiancare il minore in qualche modo. Questo meccanismo si attua in rete con i servizi sociali, quindi se ci sono situazioni che necessitano un intervento diverso si fa attivando chi di dovere e competenza”.

Percepite qualche cambiamento nella coscienza delle persone dal momento in cui è iniziato il vostro impegno sino ad oggi? È aumentato il numero di persone che sostengono attivamente la causa? Si riscontra nella società una maggiore consapevolezza della situazione attuale in cui le donne sono costrette a fronteggiare molte difficoltà?

“Il livello di solidarietà attorno a noi è tangibile, a partire dal fatto che voi conoscete l’esperienza e che tanti di voi ci chiedono una testimonianza o un intervento. Tutto ciò significa che l’esperienza sta girando. Non che si porti avanti il lavoro di sensibilizzazione richiesto ma, rispetto a 10 anni fa, a livello individuale e collettivo, il tema della violenza di genere ha acquisito una dignità che non aveva. Prima si credeva che il fenomeno fosse concentrato solo in determinate fasce della società, che fosse sporadico e richiedesse un’attivazione da parte dello stato e dell’opinione pubblica molto limitata. Pian piano le voci che parlano della questione si sono moltiplicate e la rete dei centri antiviolenza ha acquisito maggiore autorevolezza nel discorso pubblico. Chiaramente un’attività volontaria ha un raggio di efficacia limitato, per cui serve una voce di bilancio che permetta di aprire più case di accoglienza e farlo per più tempo, con più sportelli, più interventi di sensibilizzazione a partire dalle scuole. Il sistema di accoglienza è talmente saturo che spesso le donne che si rivolgono ai centri antiviolenza sono costrette a tornare a casa demotivate dalla risposta ottenuta, portate a credere che quello che hanno fatto sia inutile. Penso poi che sia passato il messaggio che l’intervento contro la violenza possa essere fatto anche in maniera diversa, favorendo l’autonomia della donna, la sua rete di relazioni e di amicizie o la scelta di un lavoro che le piaccia”.

Vi trovate spesso di fronte a uomini e donne che negano l’esistenza o la gravità di questa situazione sociale e culturale a scapito della donna?

“Una persona che si avvicina alle attività della Casa solitamente ha una certa consapevolezza del fenomeno. Nella Casa capita spesso che sia trasformato e integrato il concetto di violenza, ti rendi conto di quanto la tua concezione fosse parziale rendendola diversa e più ampia, arrivando anche a chiederti se in qualche occasione sia stato tu stesso agente della violenza. Venendo a contatto con diverse dinamiche riportate nella Casa e partecipando alle attività, metti un po’ in discussione quelle che sono le tue certezze in merito alla violenza di genere. Questo per Lucha y Siesta è il raggiungimento di un piccolo obiettivo”.

Quanto è lontana la vostra società utopica da quella in cui viviamo? Secondo voi da cosa dovremmo partire per raggiungerla?

“Non saprei quantificarlo, credo che parte della società che vorremmo vivere sta proprio nel costruirla, quindi ci siamo già un po’ dentro, forse in chiave ottimistica. Diamo molto valore al piano relazionale all’interno del gruppo e al collettivo che partecipa alle attività, c’è un sistema orizzontale secondo cui siamo tutte uguali e nessuna comanda sull’altra nonostante sia inevitabile che ognuna abbia il proprio ruolo e obiettivo lì dentro. È un tipo di relazione che va costruito, non stabilito. Lo scopo di tutte, ospiti e membri del collettivo, è interiorizzare questi valori, giacché per molte donne che arrivano non sono scontati, essendo spesso abituate ad essere svalorizzate fino all’osso. Costruendo l’uguaglianza fra loro saranno in grado di portarla anche fuori e rivendicarla all’interno della società, in cui ritengo che il valore della dignità umana sia essenziale”.

Esiste una rete di collegamento con altre organizzazioni di questo tipo presenti in altre province e città italiane ed europee?

Non una di meno, immagino la conosciate, è una rete internazionale, non si dedica nello specifico alla questione della violenza di genere, ma di attivismo femminista in senso più ampio, anche se spesso viene segnalata per ricevere richieste di aiuto. Sin dall’inizio siamo all’interno della loro piattaforma e sono state per noi un sostegno importante, e nella mobilitazione e nella campagna social che ci ha riguardato. Poi c’è la rete D. i. Re (Donne in Rete contro la violenza), la quale rappresenta il coordinamento dei centri antiviolenza; non ne facciamo parte formalmente, però è un ottimo veicolo di informazioni pratiche. In questo momento si chiede che la rete si allarghi; regioni come l’Emilia Romagna hanno un altissimo livello di servizi, per esempio a Bologna c’è una rete di comunicazione che si chiama Comunicattive e ha fatto una campagna di comunicazione dei centri della regione davvero bellissima. Purtroppo, invece, ci sono regioni come la Calabria o la Sicilia in cui il numero dei centri antiviolenza è troppo basso per creare reti di comunicazione. Nel Lazio diciamo che ogni provincia ha un suo servizio, ma ci sono zone meno coperte di altre”.

Quali potrebbero essere figure femminili di riferimento, se non modelli, per le donne che aiutate ed ospitate? All’interno della Casa si trova una biblioteca di cui si può usufruire. Potrebbero esser scovate proprio fra quegli scaffali donne a cui ispirarsi con le loro storie?

“La BibLyS, la biblioteca di Lucha Y Siesta, è un progetto che va avanti da qualche anno e nasce per inserirsi all’interno di una rete di biblioteche autogestite di vari spazi sociali della città, ma vuole anche esser messa a disposizione delle donne della Casa, quindi contiene una buona parte di narrativa italiana. Ha un patrimonio che si concentra nello specifico sulla questione di genere, quindi su pensatrici come Simone de Beauvoir e Angela Davis, o anche più vicine a noi come la docente dell’Università Roma Tre e presidentessa del comitato Federica Giardini”.

Ci sono storie di donne accolte che, si potrebbe dire, hanno aggiunto mattoni alla vostra Casa, che vorreste raccontarci?

“Mi viene in mente la storia di una ragazza nigeriana che è arrivata in Italia attraverso mille vicissitudini, attraversamenti e violenze di ogni tipo. E’ stata accolta a Lucha y Siesta, dove è rimasta per tanto tempo perché quando è arrivata era talmente piccola, stava studiando per fare la maturità con grande fatica. È stato proprio un percorso di crescita, iniziato ottenendo i documenti ed imparando l’italiano e proseguito con un corso per diventare operatrice sociosanitaria; ora lavora in una clinica. Queste sono storie che ci rimangono nel cuore, penso ci consideri la sua famiglia e non si libererà facilmente di noi!

Un’altra storia cui sono legata è quella di una ragazza del Bangladesh arrivata a Roma dal Nord Italia, da un matrimonio forzato che si era rivelato un incubo. Lui aveva già una donna e con il tempo era diventato violento, finché questa ragazza non ha deciso di andar via, denunciandolo. Tramite altre associazioni ha scoperto Lucha y Siesta, dove ha avuto inizio il suo percorso; anche lei non parlava una parola di italiano, perciò ha dovuto impararlo con fatica. Ha fatto poi un corso di cucina interculturale grazie ad una ONG e adesso lavora in un ristorante. Queste storie sarebbero potute andare molto diversamente, ma con uno sforzo comune e semplici possibilità come quella di imparare una lingua o fare un corso sono diventate per noi piccole storie di successo”.

Grazie per questa testimonianza preziosissima, Michela! Un grande in bocca al lupo e speriamo che Lucha y Siesta possa continuare ad essere il luogo sicuro di tutte coloro che fuggono dalla violenza.

Diderot
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Lorenzo Feltoni Gurini
Lorenzo Feltoni Gurini
Vice-presidente

Studente di Biotecnologie presso La Sapienza di Roma, ha da subito sostenuto con entusiasmo il progetto di Diderot. Un gran vice-presidente, trascorre le pause dallo studio arrabbiandosi con il resto della redazione.

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