Un 25 Aprile al telefono con i nonni

Scrivere e parlare di libertà è sempre difficile. Oggi siamo abituati a darla per scontata, è uno dei diritti fondamentali dell’uomo, e i nostri genitori ci insegnano che nasciamo e cresciamo liberi. Eppure ancora oggi in alcune parti del mondo essere liberi resta un’utopia ed anche in Italia, fino a poche decine di anni fa, la libertà era qualcosa di diverso: una conquista. Spesso durante le ricorrenze non ci capita di fermarci davvero a riflettere sul loro significato. Ogni anno è difficile che qualcuno ci aiuti a riflettere sul fatto che la Liberazione ha rappresentato molto più di un cambiamento storico o politico. È qualcosa che va oltre l’oggettività: tante vite sono cambiate, migliorate e peggiorate, in quel lontanissimo 25 Aprile. Oggi ne conserviamo la memoria ma forse ci sfugge ancora il significato umano ed emotivo, per questo abbiamo deciso di celebrare la ricorrenza della Liberazione facendo parlare chi l’ha vissuta in prima persona, i bambini e i ragazzi di 75 anni fa: i nostri nonni. Non c’era niente di più giusto se non alzare la cornetta e chiamarli, ripetendo a tutti le stesse tre domande: Come hai vissuto la liberazione? Ricordi un evento, delle parole specifiche che in quel periodo ti colpirono? Da cosa non siamo ancora liberi oggi? Queste sono le loro risposte, le loro testimonianze: pezzi di vita con cui vale la pena rendere omaggio al 25 Aprile.

Nonna Mariuccia

“Io vivevo a Bagnasco, un paesino tra Liguria e Piemonte diviso in 2 borghi; abbiamo convissuto tanto tempo con i tedeschi. Noi avevamo dovuto ospitarli, non per ricevere chissà quale trattamento, ma perché erano arrivati e avevano deciso di sistemarsi in casa nostra. Mamma li teneva tutti in riga. Non erano cattivi, alcuni aiutavano le persone in paese e ricordo che questo loro atteggiamento ci aveva colpito sin da subito. Non tutti stavano agli ordini dei superiori: nonostante avessero razziato tutta la regione e si nascondessero nella zona di mezzo tra i 2 nuclei del paese, noi abbiamo un ricordo diverso dei tedeschi, più umano, perché ci aiutavano e alcuni collaboravano persino con i partigiani. La notte del 25 non andammo a dormire per via del trambusto: i tedeschi non stettero agli ordini di causare maggiori danni possibili nella loro ritirata e noi siamo rimasti a sentire i rumori della loro fuga scatenata. Se penso a oggi dico che tutti ragionano da soli ed è una cosa nociva, tengono la testa bassa come i cavalli. Sono tutti testardi nelle proprie convinzioni, manca collaborazione. Non c’è più traccia dei tedeschi, ma rischiamo molto più la vita di prima, per via del disprezzo, della lontananza e dell’abitudine a demolire anziché fare qualcosa di costruttivo”.

Nonna Vincenzina

“È stato un periodo terribile e la faccenda mi ha riguardato da vicino. Io avevo 6 anni: quando se ne sono andati siamo scesi dalla montagna giù a Pico e l’unica cosa che ci era rimasta erano le mura di casa, il resto completamente saccheggiato. Abbiamo dovuto ricominciare da zero, papà recuperava qualcosa nei posti in cui erano stati i soldati. Non c’erano partigiani a Pico, soltanto tedeschi che commettevano crimini e poi americani. Una volta una contadina ci ha offerto di fermarci a riposare da lei, noi cambiavano posto di continuo, ma siamo andati avanti e poi abbiamo saputo che i soldati erano passati di lì e avevano violentato la figlia. Tra i tedeschi c’erano anche soldati buoni e ci dicevano di lasciare la porta aperta ad un’ora precisa per lasciarci il pane, qualcosa da mangiare. Ricordo che la fame ci faceva impazzire. Avevano sotterrato delle galline che erano inevitabilmente morte e quando siamo tornati giù le abbiamo dissotterrate, messe a bagno e le abbiamo mangiate lo stesso. Oggi ci sono tante libertà rispetto a quando ero piccola, pure troppe se vogliamo”.

Nonno Pietro

“Aspettavamo tutti quella notizia con ansia, ci stava la guerra e quando è finita abbiamo tirato un sospiro di sollievo. Ai tempi della Liberazione abitavo a Roma, a Tomba di Nerone, sulla Cassia e c’era molta più campagna, con una casa ogni chilometro o ogni 500 metri, eravamo lontani insomma. I nostri genitori erano contenti perché non c’erano più i tedeschi e invece erano arrivate le truppe alleate a liberare. In giro c’erano gli americani e regalavano sempre a me e ai miei fratelli la cioccolata e anche il ciungam. Vicino casa nostra, a 500 metri, una cosa del genere, si erano stabilite le truppe neozelandesi e allora andavo ad elemosinare del cibo. Loro mi preparavano un barattolo dei pomodori svuotato, quello da 5 chili, lo riempivano di minestra e poi tornavo a casa e ce lo spartivamo. La fame che avevamo: mangiavo la semola quando non c’era niente. La farina non era venduta già setacciata e allora si passava col setaccio e si preparavano pane e pizza. La crusca si dava a galline e maiali, perché avevamo un po’ di terreno. Quando non ci stava nulla mamma impastava la crusca con un po’ di farina e ci mangiavamo le pizzette. Poi andavamo nei boschi, prima non si poteva andare, non ci lasciavano uscire nemmeno i nostri genitori. Prendevamo la frutta e i contadini ci cacciavano: il contadino dei cocomeri appena ci vedeva ci cacciava e appena trovavamo un albero da frutta prendevamo tutto quanto. C’era un ruscello e facevamo i bagni, facevamo un po’ i selvaggi, ecco. Oggi sei libero di fare tutto, si può parlare, qualsiasi attività è permessa; si può giudicare, criticare, ma prima c’era solamente il fascismo, dovevi sottostare alle regole. Quando sono arrivati gli americani e gli alleati ci regalavano le caramelle e i fichi secchi avvolti nel celofan e io non sapevo cosa fosse, per noi la spesa era prendere i sacchi di farina o piselli o fagioli e il gestore preparava un cartoccio. Con loro si poteva parlare e ci si poteva esprimere come più volevi; oggi puoi giudicare la politica, l’Italia, invece prima ti davano il ricino, ti sistemavano insomma. Ero piccolo quando siamo scappati da Aprilia perché bombardavano, avevo 3 anni. Quando stavamo a Tomba di Nerone andavamo nei rifugi, che era una grotta naturale e ci mettevamo ad aspettare i bombardieri. Erano pesanti e facevano un rumore pazzesco e allora scappavamo tutti nei rifugi; ci mettevamo a guardare, i miei fratelli stavano a guardare e poi avvisavano mamma o papà e correvamo via nelle grotte. Una volta un caccia è arrivato all’improvviso, i tedeschi già non ci stavano più, ha cominciato a sparare e mamma ci ha preso e ci ha messo a terra. Un gallo per il trambusto è saltato sul davanzale e gli spari gli hanno bucato la testa. I tedeschi erano scappati a Viterbo, la Cassia era l’unica strada che portava al nord“.

Nonna Carla

“Vivevo a Roma e fortunatamente non pativamo la fame: papà lavorava alla centrale del latte e rimediava sempre un po’ di cibo, poi noi facevamo il burro e riuscivamo a cavarcela. Una volta i tedeschi hanno provato a portar via papà e mia mamma li ha supplicati di lasciarlo, mio fratello aveva ancora solo 1 anno. Alla fine lo hanno lasciato con noi; quando sono andati via e sono arrivati gli americani c’è stata una grande festa e i soldati giravano con il cibo e lo distribuivano”.

Nonna Gemma

“Ero solo una bambina quando stava finendo. Vivevo a Caltanissetta, in Sicilia; la mia casa era stata distrutta durante un bombardamento e la mia famiglia era ospitata in un palazzo messo a disposizione per tutti gli sfollati. Non avevamo vestiti e soffrivamo il freddo e la fame: le mie mani e i miei piedi erano pieni di ferite aperte dai geloni. Un giorno ero in strada a giocare e un soldato americano mi ha visto e mi è venuto incontro; mi sono spaventata e sono scappata, ma mi ha raggiunto e mi ha passato una lozione sulle ferite, che dopo pochi giorni sono guarite. Non è stato l’unico gesto di gentilezza riservatomi degli americani. Un altro giorno, sempre mentre giocavo in strada, io e altri bambini abbiamo visto passare una camionetta e siamo rimasti sbalorditi. Un soldato ha notato questa mandria di scalmanati e ha lanciato dalla jeep una cassa, quella delle razioni militari, che si è rotta e ha riversato il contenuto di caramelle e dolci per terra. Tutti ci siamo buttati per arraffarne il più possibile, ma la camionetta si è arrestata di colpo e il ragazzo americano è venuto verso di noi con fare minaccioso, intimando a tutti di riporre quanto preso nella cassa e una volta richiusa me la ha messa in braccio e ha detto “vattene via, ora” “. Ovviamente io l’ho divisa con i miei amici, ma quel gesto rimane il ricordo più felice di quel periodo di miseria”.

Nonno Carlo

“Avevo meno di 7 anni, ricordo solo cose brutte, tristi. C’era un’atmosfera pesante e ho vissuto male la Liberazione perché dopo la guerra io e la mia famiglia siamo stati sfollati per diversi anni, i tedeschi che se ne andavano portavano via tutto quanto”.

Nonna Leda

“Non ricordo proprio tutto, anche se avevo 15 anni ed eravamo ragazzini non ci arrivava quasi nessuna notizia. Ad Ortucchio i tedeschi arrivavano continuamente perché scappavano da Montecassino diretti ad Avezzano, dove c’era la ferrovia, passando prima per la Marsica. Ortucchio stava nella zona di appoggio al fronte e infatti ricordo i carri armati nascosti per le vie del paese, tutti ricoperti di fronde e ramoscelli. Noi non ce li avevamo in casa, ma mamma e papà avevano un alimentari e i soldati venivano a comprare il vino. Ricordo pure che papà nascondeva mio fratello Ennio in soffitta, perché altrimenti venivano i soldati a bussare per reclutare i ragazzi per spalare la neve. E poi Ennio ogni tanto andava su al cimitero a dar da mangiare ai prigionieri inglesi, perché lui sapeva parlare la loro lingua. La notte che se ne andarono rimanemmo in casa per paura che venissero a cercarci e ricordo che temevo per le galline, che poi ci rubarono. La mattina dopo mi sembrava di non essere mai stata così libera, eravamo felici e i paesani sono andati a liberare i prigionieri su alla Grotta del Porco, quella del cimitero e secondo me anche loro hanno fatto festa. Se penso ad oggi, non mi sento libera dalle chiacchiere di tutti questi politici e c’è troppa gente che non apprezza nulla”.


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