Intervista ai ragazzi di Xnovo

La pandemia globale per cui ricorderemo il 2020 ha causato una lunga serie di riflessioni personali e collettive. Ogni settore è stato scosso e messo in discussione, così come il nostro modo di vivere, produrre e consumare. Non è quindi un’esagerazione dire che il settore della moda potrebbe uscirne totalmente rivoluzionato. E’ insolito pensarvi, ma anche l’industria della moda determina un considerevole impatto ambientale e prima del lockdown era chiaro già da tempo che il fashion system dovesse rallentare: oltre 92 milioni di tonnellate di rifiuti e 79 trilioni di litri d’acqua consumati all’anno sono frutto della sola industria. Inoltre, rispetto a 20 anni fa, la produzione dei fashion brands è quasi raddoppiata e si prevede un aumento del 60% per il 2030 (sciencefocus.com). Dati che fanno immaginare un vero e proprio rischio di sovrapproduzione. Tuttavia, ora che le cose stanno tornando cautamente alla normalità è il momento di mettere in atto le lezioni imparate mentre il mondo era in pausa. La community di consumatori e appassionati ha fatto molta pressione negli ultimi tempi, e lo stop dovuto alla pandemia ha portato il CFDA (Council of Fashion Designers of America) e il BFC (British Fashion Council) ad unirsi in un appello rivolto a tutta l’industria: rallentare e ridurre le stagioni a due l’anno. Se in Italia questo messaggio è stato subito accolto da molti brand, come Gucci e Armani, dall’altra parte c’è una realtà più piccola che si è mobilitata già da un po’ con un progetto locale. Ci troviamo nella Capitale, in particolare nel quadrante sud di Roma. È il quartiere storico di Garbatella a fare da culla al progetto XNOVO di Francesco Malitesta, Lorenzo Pizzo, Lorenzo Cannizzo ed Edoardo Croce, scopo del quale è tornare a concepire il fare moda come qualcosa che debba essere sostenibile, etico e creativo contemporaneamente. L’idea, insomma, è riuscire ad allungare la vita dei vestiti, solitamente troppo breve, tramite una riduzione e una rigenerazione di quelli che sono considerati scarti dei nostri guardaroba, al fine di promuovere un modello di economia circolare. Diderot ha intervistato i giovani fondatori romani di Xnovo per conoscere meglio il loro progetto e capire come immaginare la moda post Covid-19. Piccolo spoiler: spazio all’importanza del “locale” e alla creatività.

Com’è nato il progetto Xnovo e quanto è cresciuto dall’inizio ad oggi?

Francesco: Xnovo nasce come un progetto di moda sostenibile, ma essendosi sviluppato nel municipio VIII ci siamo trovati a confronto con una realtà artistica molto ricca e collegata a noi. L’unione con quest’ultima ha portato poi all’evoluzione dell’idea, che è diventato quindi un progetto di moda sostenibile dalle sfaccettature più ampie. Da qui è nato ad esempio l’artwear, ovvero la personalizzazione da parte di artisti di quei capi inutilizzati o che le persone ci hanno portato. Sostanzialmente abbiamo un approvvigionamento di capi che si fonda sull’attività di scambio vestiti e dopo una valorizzazione dei capi attraverso l’apporto creativo degli artisti.

La moda è una delle industrie più inquinanti in assoluto. Quando pensiamo a riciclare, spesso ci dimentichiamo del nostro guardaroba. Come contribuisce Xnovo a sensibilizzare le persone al riguardo?

Francesco: Noi abbiamo cercato sin da subito di comunicare l’importanza di unirsi alla nostra attività, in quanto è attraverso la donazione, lo scambio, che si crea un meccanismo positivo per l’ambiente oltre che per il proprio guardaroba. Questo perché ovviamente le persone si sbarazzano dei capi inutilizzati e la loro azione ha un impatto a livello ambientale attraverso il riciclo dei vestiti, questo abbiamo cercato di comunicarlo molto sui social e durante le attività. Anche durante gli eventi abbiamo distribuito materiale informativo. Ovviamente crediamo che maggiore sia la crescita che avremo, maggiore sarà la sensibilizzazione che riusciremo ad avere sul nostro pubblico.

Durante la pandemia il mondo intero si è fermato e la moda rientra tra i settori più colpiti dal calo drastico dei consumi. Lo stesso Giorgio Armani ha fatto un appello contro il ritmo incessante che aveva travolto il fashion system negli ultimi anni. Dove si colloca un progetto come Xnovo in questo dibattito?

Lorenzo: “Il mondo della moda in quanto esemplificazione della globalizzazione ha vissuto i prodromi di questo virus. Prima è stata colpita la produzione, poi la supply chain, poi le settimane della moda di Milano e Parigi. Quello che ha detto Giorgio Armani è un po’ quello che si percepisce in tutto il settore, cioè la volontà di tornare ad un fashion più etico. Del resto lui ne è sempre stato un portavoce, come Virgil Abloh (direttore creativo di LV uomo), secondo il quale vintage e second hand devono diventare fonti principali. Lo dice anche Alessandro Michele, creative director di Gucci, che sostiene di ridurre le presentazioni a due per anno riutilizzando gli stessi capi più a lungo. Xnovo in questo ha in parte precorso i tempi o comunque cavalcato un’onda che da pioggerella ora comincia davvero a diventare un acquazzone, uno tsunami quasi! E noi vogliamo continuare a sensibilizzare le persone, proseguire la nostra opera e far emergere il bisogno di una moda più etica, più sostenibile, legata al locale e alle declinazioni locali della creatività. Non è per forza giusto che la moda debba essere globalizzata, massificata, anzi il bello è sempre stato il distinguersi. E in questo Xnovo porta avanti la sua voce”.

Siete riusciti a rimanere connessi con il vostro pubblico durante il lockdown?

Lorenzo: “Durante il lockdown abbiamo lavorato in parte sotto traccia, in parte sui social. Abbiamo fatto questionari per i giovani del quartiere, per capire i loro bisogni. Abbiamo preparato un progetto con le scuole per il prossimo futuro. E poi si è continuato a progettare il nostro servizio che si sta spostando dal mondo degli eventi, che erano la nostra principale fonte di approvvigionamento di vestiti e di contatto con il pubblico, ad un ecosistema più digitale… come un po’ tutti i servizi in questo periodo. Quindi ci siamo concentrati su come sviluppare e implementare il servizio anche in questo campo, attraverso un potenziale decluttering (ossia la selezione di oggetti inutili, che non usiamo più, per poi cederli o barattarli) per prendere i vestiti direttamente a casa dei nostri utenti e poi aggiungerli alla nostra piattaforma, per uno scambio/vendita mediata con lo scopo di promuovere sempre il massimo utilizzo che si può avere da ogni capo. E poi abbiamo anche fatto qualche fashion challenge per intrattenere il nostro pubblico, per dirgli che anche durante il lockdown era meglio alzarsi e vestirsi bene, nella nuova normalità. Che poi non deve essere normalità, ma solo un motivo in più per rinascere e trovare un nuovo valore in quello che abbiamo”.

Molte voci sostengono che l’industria della moda non sarà mai più la stessa dopo questa esperienza. Voi avete già pensato o messo in atto qualche cambiamento nel vostro progetto?

Lorenzo: “Sì, molti sostengono che non sarà più la stessa e sono d’accordo, andrà sicuramente così. Diventerà più legata al locale, all’upcycling e alla personalizzazione, si legherà anche a nuovi concetti come quello di economia circolare, che noi essenzialmente promuoviamo”.

Quale aspetto pensate debba assolutamente cambiare nell’industria della moda?

Lorenzo: “Il mondo della moda deve andare incontro ai cambiamenti che stanno affrontando tutti i settori, ossia mettere al centro del suo business la sostenibilità a 360 gradi. La sostenibilità deve essere il motore trainante, la ricerca di metodi, di processi sostenibili, in tutte le aree e gli anelli della catena del valore. Deve essere il centro della nuova moda. Non può essere più il fast fashion con le sue 52 stagioni l’anno, il ritmo sfrenato per trovare sempre un nuovo capo che risponda alle esigenze momentanee, alla soddisfazione immediata del consumer. Deve essere un marketing e un vivere il fashion in maniera più etica, più sostenibile, più verde, più circolare, e anche più creativo. La creativity secondo me avrà in questo un ruolo centrale”.


Diderot
Diderot

Dalla volontà di impegnarsi in qualcosa di utile che prende vita Diderot, sito divulgativo libero e indipendente, che nasce dal desiderio di proporre una modalità di informazione differente, basata su ricerca, esperienza e passione di giovani che scrivono per altri giovani, per rappresentare un’alternativa ad un ambiente saturo di notizie selezionate e ragionamenti vuoti.

comments powered by Disqus

Correlato