Solitudine da quarantena

Intervista a Paola Contardi, Dottoressa in Psicologia sui rischi psicologici legati alla quarantena

Buongiorno dottoressa, grazie per la disponibilità sull’argomento! Vorrei iniziare con il chiederle effettivamente, a livello storico, da quando si può utilizzare propriamente il termine quarantena e come e da dove è arrivato ai giorni nostri?

“Iniziamo subito dicendo che il termine quarantena deriva dal dialetto veneziano medioevale e per l’appunto, stava a significare proprio “quarantina”, come facilmente intuibile. Questa parola venne molto probabilmente coniata nel corso del XIV e XV secolo durante il periodo della grande peste nera, in un’Europa ancora molto arretrata e ignorante in tema di misure mediche e di contenimento. Si può affermare che uno dei primi metodi di prevenzione sia stato messo in atto proprio dalla Serenissima Repubblica di Venezia, che imponeva alle navi una sosta forzata di 40 giorni nella vicina isola di Santa Maria di Nazareth prima di permettere all’equipaggio e al carico l’ingresso in città. Ciò effettivamente permise un moderato contenimento, anche se in seguito la Serenissima subì ugualmente numerose perdite in termini umani, forse per il fatto che l’infezione fosse veicolata da ratti e pulci, ospiti in simbiosi con il microbo. Questa intuizione, nonostante i limiti dei tempi venne rapidamente emulata nel resto delle grandi città europee, come nel caso di Milano che ne uscì con perdite decisamente minori rispetto alla mortalità media che si riscontrava negli altri agglomerati urbani.”

E invece oggi, nell’epoca dei social media e del globalizzato, come si è evoluta l’idea di quarantena?

“Ovviamente, l’evoluzione è stata una conseguenza inevitabile dell’avanzamento scientifico che contraddistingue la nostra epoca e la quarantena, come possiamo vedere con i nostri occhi, non dura più 40 giorni, ma li supera ampiamente. Queste scelte di chiusura sono determinate da svariati protocolli sanitari d’emergenza, stilati da eminenze istituzionali sotto le direttive di organizzazioni nazionali e internazionali, come ad esempio l’Istituto Superiore di Sanità o l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità). Nel caso del COVID-19, patologia mai vista fino ad ora, molti protocolli si sono dovuti adattare a una situazione totalmente nuova, alla quale il mondo non era affatto preparato, complice l’insidiosità del virus stesso e la facilità di contagio.”

Bene, mi sembra di capire che, alla luce di questa inesperienza, la contromisura più efficace sembra proprio la medioevale quarantena e l’isolamento sociale per un medio-lungo periodo. La domanda che ci poniamo tutti sembra ovvia: quali danni può arrecare questo genere di chiusura alla salute mentale di un individuo? Quali sono i soggetti più a rischio?

“Una situazione del genere sta portando un grandissimo disagio a numerose persone. Dopotutto, la routine quotidiana di tutti è stata bruscamente interrotta da un momento all'altro. Non ce lo aspettavamo.

Sottolineo quest’aspetto: è assolutamente fondamentale ricordare che ritrovarsi senza stimoli per chi è costretto a casa, senza magari poter passare allo smart work è fortemente alienante, l’assenza di distrazioni e l’inattività è una condizione favorevole per l’insorgenza di condizioni come la depressione. Io stessa posso lavorare solo con determinati pazienti in videochiamata, con chi me lo permette e con chi già conosco, proprio a causa della delicatezza della mia professione. Altro fattore da non sottovalutare sono quelle situazioni familiari a rischio, nelle quali la violenza regna padrona: se prima la routine quotidiana rappresentava una via di fuga da queste situazioni, ora questo non è più possibile e crescono i casi di violenza domestica, ma nonostante questo le denunce diminuiscono per paura di ritorsioni durante nel corso della convivenza obbligatoria. A queste famiglie consiglio vivamente di affidarsi al numero verde istituito appositamente per l’emergenza da parte della Croce Rossa: 800065510.

Un consiglio che do a tutti, è di evitare il rimuginare fatto di “se” e “ma”. Pensare a come sarebbe potuta essere la nostra vita e a quello che avremmo potuto fare se non ci fosse stata quest'emergenza è estremamente tossico per la salute psicofisica dell’individuo. Evidenzia tutti i limiti dettati dalla situazione, facendoci percepire impotenti e inermi, avvicinandoci all’area del disagio psicologico portando a rabbia e malinconia o, nei casi più estremi, a sintomi depressivi”.

Quali consigli darebbe per distrarsi da questa negatività?

“Fortunatamente, noi stessi possiamo ridurre questa serie di pensieri negativi, che sono sì naturali e istintivi, ma, come abbiamo già detto, soprattutto dannosi. Il modo più semplice è quello di cercare di programmare la giornata, semplicemente tentando di rimanere agganciati a quella che era la nostra quotidianità prima dell’emergenza. Prepararci come se si dovesse uscire o dividere gli spazi domestici in base alle nostre attività. Un'altra cosa molto utile può essere quella di condividere tutti insieme l’aspettativa della serata, come trovare escamotage riguardo una cena, ma anche un aperitivo self-made può venirci in aiuto, per darci un’energia in più per vivere la giornata.

Indubbiamente, un’altra modalità per investire il proprio tempo in maniera utile è quella di apprendere qualcosa in base ai propri interessi: riprendere in mano quel libro che abbandonammo dopo averlo acquistato con molto entusiasmo, dare sfogo alla nostra passione per i film, provare a scrivere, dedicarci a qualche hobby che di solito non abbiamo il tempo di fare. In parole povere, cercare di occupare il tempo nella maniera più produttiva possibile senza alienarsi.”

Grazie per i consigli Dottoressa, ne faremo certamente tesoro. Invece, quale può essere il pericolo più grande in cui può incappare una persona durante l’isolamento?

“Rispondo immediatamente: senza dubbio il pericolo più grande è il disturbo post-traumatico da stress, capace di compromettere seriamente il nostro benessere psichico. Si tratta di un disturbo decisamente subdolo, in quanto insorge, come si evince dal nome, dopo un periodo di forte stress, condizione in cui non è poi tanto difficile ritrovarsi di questi giorni. A mio dire, quello che ci troveremo ad affrontare sarà totalmente inedito. La canonica psicologia dell’emergenza ha fatto fronte fino a questo momento a drammi derivanti da calamità naturali di vario genere o a conflitti armati, ora, per la prima volta, dovrà invece occuparsi di un post traumatico “invertito”. Nelle situazioni “classiche" sopracitate le persone perdevano la casa, mentre in questo caso dobbiamo stare in casa! Il modo più facile per riconoscere questo disturbo è partendo dai sintomi che, in questo caso specifico, si definiscono intrusivi. Il più comune è la possibilità ricorrente di avere flash-back dell’evento traumatico: pensate alle persone che usciranno dalla condizione di terapia intensiva dopo essere state

intubate, immaginate medici e infermieri ad assistere a una mortalità così estesa e atroce, in piena solitudine, pensate al mancato addio dei cari agli infetti con prognosi fatale che non potranno ricevere un funerale. Un altro sintomo tipico è legato alla repulsione e al rigetto patologico di tutto ciò che ricorda il trauma: un meccanismo di difesa che ci porta a negare a noi stessi che certe cose siano realmente accadute, con il rischio che questi ricordi possano ripresentarsi più violenti di prima. È un processo mentale che può portare le persone a sviluppare delle idee negative verso sé stessi e verso ciò che le circonda, con la perdita di interesse verso le normali attività e un distacco sociale non forzato, ma volontario”.

Sembra assolutamente una cosa da cui stare bene in guardia, cosa consiglia in questo caso?

“Anzitutto, è comune ritrovare nelle persone che soffrono di questo disturbo un senso di vergogna e di negazione, con la mancata volontà di farsi assistere nonostante abbiano risposte esagerate a stimoli emotivi minimi. In questo caso, l’errore più grande che si possa fare è non chiedere aiuto. Sarebbe un buon comportamento, con l’insorgenza di questi sintomi, contattare il proprio medico di base o uno psicoterapeuta per cercare di contrastare in tempo questo disturbo”.

Bene, la nostra intervista giunge al termine. Colgo l’occasione per ringraziarla un’altra volta del tempo che ci ha dedicato e per queste preziose informazioni che ha voluto condividere!

“Come in ogni situazione, da sempre nel corso dei secoli e anche dopo questa chiacchierata, ci dovrebbe essere ormai chiaro un concetto: il nostro più grande nemico possiamo diventare, per ironia della sorte, proprio noi stessi”.

Reportage di Leonardo Zolovkins Ringraziamo la dottoressa Contardi e i ragazzi di Green Atlas per la stesura di questo reportage grazie alla conferenza da loro indetta al riguardo.


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