Diderot in giro per il mondo: Cina

Le abitudini di ogni individuo sono fortemente influenzate dalla società in cui è inserito e dalla rispettiva cultura di appartenenza. William Graham Sumner, economista e sociologo americano della metà dell’Ottocento, parlava di etnocentrismo come termine tecnico che designa la concezione per la quale il proprio gruppo è considerato il centro di ogni cosa, e tutti gli altri sono classificati e valutati in rapporto ad esso. Nel nostro caso non ci concentreremo sull’aspetto valutativo e il dispregiativo dei gruppi altrui, ma ci focalizzeremo, invece, sulla proiezione ingenua di idee, significati, interpretazioni proprie a situazioni estranee, che vengono, così, indebitamente assimilate alle proprie. Si tratta di una “estensione” della propria esperienza a contesti conosciuti in maniera superficiale, attraverso una semplificazione che nemmeno immagina l’esistenza di “differenze”. Qualsiasi cosa sperimentiamo nel corso della nostra vita è filtrata da “lenti occidentali”. Nel corso dei secoli gli europei sono stati in grado di costruire realtà con regole e tradizioni, confinando certi aspetti delle culture “straniere” che facevano difficoltà a comprendere o che poco si sposavano con la nostra cultura. Con gli anni abbiamo acquisito una “definizione occidentale” di normalità, di stravaganza, di diverso, di sbagliato, facendola passare come un canone universale. Spesso, anche se siamo stati cresciuti ed educati in contesti e modalità totalmente differenti, abbiamo la presunzione di conoscere e giudicare la vita di qualsiasi persona nel mondo, fingendo di non sapere che, in ogni paese, città, nazione, continente, il modo di pensare e di vedere le cose è completamente diverso. Fin da bambini, in Europa, veniamo educati con libri che riportano quasi esclusivamente la storia del nostro continente: ciò consente di avere una certa conoscenza, in alcuni casi approfondita, della cultura occidentale ma di ignorare, invece, le altre parti del mondo. Se non per piacere o interesse personale, è molto difficile reperire notizie riguardanti Cina, Giappone o Corea e, anzi, si guarda spesso all’oriente con pregiudizio: “i cinesi sono tutti uguali”, “i giapponesi sono fissati con i cartoni”, “in Cina c'è il comunismo e vivono nel terrore” e tanto altro. E se lì la situazione fosse inversa? Perfino con la pandemia da Sars-Cov-2 media e social network non hanno fatto altro che puntare il dito su abitudini particolari di paesi esteri. Quello che non fa parte della cultura “dominante” viene visto spesso con diffidenza e condito con stereotipi. È necessario essere coscienti, invece, della varietà di sistemi di riferimento esistenti e concentrarsi ad imparare il più possibile dal prossimo. Ognuno di noi ha una storia da raccontare. Oggi abbiamo fatto qualche domanda a Paolo Castagna che vive in Cina da dieci anni.

1. Raccontaci il tuo percorso di studi.

Dopo il Liceo mi sentivo disorientato: facevo musica in un gruppo e avevo diversi interessi fra cui la geologia, l’antropologia e l’informatica. È proprio in questo campo, infatti, che ho trovato il mio primo lavoro come programmatore. Verso i 27 anni ho pensato che la vita di ufficio fosse noiosa e ho deciso di iscrivermi a “Lingue orientali” all’ex Caserma Sani, a Piazza Vittorio. Ovviamente per potermi permettere le varie spese ho dovuto affiancare allo studio un lavoro part-time. Ero affascinato, curioso di sapere di più sul taoismo ed in generale sulla cultura orientale.

2. Ecco che ti sei trasferito in Cina. Cosa ti ha portato così lontano dall’Italia?

In realtà già all’inizio degli studi ci pensavo, ho sempre avuto la sensazione di non appartenere al luogo in cui sono nato. Probabilmente è perché non ho mai sentito una grande identità culturale italiana, non so. Poi si vive una volta sola, bisogna provare! Dopo essere stato in Cina per un semestre sono andato via volentieri, avevo voglia di esplorare le cose e non ci ho pensato due volte. Dopo, con il tempo, mi sono riconciliato con Italia ed Europa. Se mi piacerebbe tornare? Farei fatica, ma lo farei.

3. Potresti spiegarci che cosa è la Sinologia?

Lo studio di tutto ciò che far parte della cultura cinese, una delle più antiche al mondo, nei suoi vari aspetti e nelle varie epoche storiche. Il Sinologo deve sapere la lingua cinese ed essere stato in Cina, nonché avere un’adeguata formazione in campi disciplinari quali la letteratura, la storia delle religioni, della filosofia, della scienza, ma anche del rapporto con le popolazioni vicine. Deve diffondere il proprio sapere. Per quanto mi riguarda, è stato un processo abbastanza naturale nonostante i primi tempi siano stati inevitabilmente difficili. Non che non avessi un piano: sono arrivato con un visto studentesco e mi ha ospitato una ragazza, ma ci vuole sempre tempo per ambientarsi completamente. Insomma è una realtà completamente diversa dalla nostra ed ero disorientato all’inizio ma i primi due anni sono stati i più belli della mia vita! Studiavamo in classi composte da ragazzi provenienti da ogni paese, eravamo tutti sulla stessa barca e ci siamo divertiti.

4. Quanto è complesso ottenere un permesso per lavorare e vivere in Cina?

È complesso nella misura in cui trovi un datore di lavoro serio che ti instradi bene. Esistono agenzie che ti aiutano ma dipende molto dal tipo di contratto. Ora, rispetto a qualche anno fa la Cina è molto più esigente sui documenti necessari per trasferirsi. Per ottenere un visto lavorativo, con l’invito in Cina da parte del datore di lavoro, bisogna recarsi all’ambasciata cinese in Italia, fornirsi dei documenti necessari e di un visto per entrare nel paese. Solo una volta arrivati e dopo aver effettuato delle visite mediche il visto ottenuto in Italia viene convertito in visto lavorativo vero e proprio. Ha una durata che può variare in base al tipo di contratto. La situazione è diversa per quanto riguarda visti turistici e studenteschi, in particolare se si vuole studiare in un’università cinese bisogna svolgere l’HSK (Hanyu Shuiping Kaoshi), un test volto a certificare la conoscenza e la capacità di utilizzo della lingua cinese.

5. In occidente ed in particolare in Italia, la religione Cattolica da secoli influenza il pensiero, l’etica e la morale delle persone, la religione ha questa influenza anche in Cina?

È molto diverso. Non è sistematizzata ed istituzionale come in Italia, bensì molto più libera e personale. Alcuni aspetti delle religione sono vissuti come parte integrante della propria vita e si tiene particolarmente al rapporto uomo-natura. È importantissimo lo Yuanfen, il destino: due persone si amano si dice che hanno una alta quantità di destino comune, per esempio. Queste, sono credenze che rimangono e sono vive nella cultura cinese. A parte il Taoismo, dai tempi antichi, è molto popolare il Buddhismo: i templi sono inoltre luoghi di ritrovo, come dei parchi, nei quali i credenti si recano anche per dedicare un pensiero, fare una passeggiata e contemplare il luogo.

6. Esistono classificazioni in caste sociali esplicite o implicite?

Personalmente non sento una grande differenza a livello sociale, credo di no. A volte si può intuire chi è più o meno benestante, ma, particolarmente negli ultimi anni, si è ampliata a dismisura la porzione di popolazione medio-borghese, che può permettersi un buon tenore di vita o di studiare l’inglese nelle scuole private, etc. Senza dubbio ci sono discrepanze fra le aree più importanti (le città principali) e le regioni in via di sviluppo, anche se negli ultimi dieci anni ho notato una rapidità di cambiamento pazzesca che ancora non si arresta. I ragazzi cinesi hanno piani, prospettive, sogni. Persino cantando nei locali la sera si riesce ad accedere uno stipendio decente: pensa che avevo dei giovani amici che riuscivano a pagarsi le varie vacanze semplicemente vendendo quadri.

7. Quale differenza è più evidente tra la cultura occidentale e quella cinese?

Da un punto di vista culturale c’è una differenza fondamentale: nella cultura cinese il pensiero è nel cuore, non nel cervello. È molto interessante il fatto che l’ideogramma che indica il Cuore, a differenza degli ideogrammi degli altri Organi Zang, non possieda il radicale che suggerisce il significato della “carne”. Questo indica come, nell’accezione cinese, il ruolo del Cuore sia più “psichico” che “fisico” (n.d.r.). La non-separazione fra uomo e natura ha mantenuto vive tante tradizioni. La medicina cinese si basa sull’equilibrio tra mente, corpo e spirito; tutti gli organi hanno, di fatto, una dimensione psichica ed emozionale. Il cibo é medicina. Ti dicono di non pensare troppo. In tanti anni trascorsi qui mi è stata trasmessa una visione del mondo un po’ più unitaria: mentre in Occidente l‘individualismo sta sopraffacendo il resto, qui ci si cura del prossimo, l’attenzione è rivolta alla collettività!

8. Le differenze fra la lingua cinese e lingue neolatine sono evidenti. Sapresti spiegarci in modo sintetico come è organizzata la scrittura e cosa in realtà rappresentano gli ideogrammi?

Le origini della scrittura cinese potrebbero risalire addirittura a più di 3000/4000 anni fa. Sicuramente raggiunse il pieno sviluppo nel periodo della “leggendaria” dinastia Shang, da cui sono stati rinvenuti brevi testi religiosi su ossa e gusci di tartaruga. Il cinese mandarino è una lingua tonale, il cui sistema consta di quattro toni più uno neutro. La sillaba “ma”, per esempio, assume quattro significati diversi a seconda del tono. Sembra difficile, ma pensa che il Vietnamita ha addirittura 12 toni! Esiste solamente l’infinito, non ci sono maschili, femminili, singolari e plurali ed una stessa parola, associata ad un altro carattere, assume un significato differente; bisogna capire dal contesto e dalla struttura. Ci sono più di 80.000 caratteri cinesi , ma la maggior parte di essi sono raramente utilizzati oggi.

9. In europa molti centri abitati sono frutto di secoli di evoluzione, come sono organizzate le città in Cina? (leggiamo che molte città vengono edificate da zero oppure interi quartieri vengono rasi al suolo per creare nuovi edifici)

Detta così sembra alquanto radicale! Semplicemente hanno un’urbanizzazione talmente rapida che periodicamente si decide quali aree sono da demolire per lasciare spazio a nuove palazzine più moderne ed alte (le nuove palazzine hanno praticamente trenta piani). Forse l’unico aspetto negativo di avere il patrimonio artistico, culturale e monumentale che ha l’Italia è proprio nell’impossibilità di adattare la città ed i suoi servizi alle necessità dell’uomo moderno. In Cina ci sono dei luoghi più tradizionali, ma non esiste un centro storico in particolare; le città sono funzionali: strade larghe, palazzi alti; addirittura in alcune di esse è permesso circolare con autovetture ed esclusivamente con motorini elettrici. Pensa che tutti medici hanno gli uffici all’interno della struttura ospedaliera ed eseguono analisi anche per un semplice raffreddore; dopo mezz’ora hai i risultati e compri le medicine in seduta stante. Hanno adottato modelli di sviluppo più moderni, mentre in Italia si fa molto fatica a cambiare.

10. Immancabile domanda sul cibo, come sono le abitudini alimentari e la tipologia di gusti preferiti della popolazione, almeno nelle zone in cui hai vissuto?

Niente a che vedere con i ristoranti cinesi in Italia! A parte gli scherzi, devo ammettere di essere stato fortunato ad aver vissuto sempre in zone con piatti tra i più buoni della Cina. Ho trascorso diversi anni in Sichuan dove è fondamentale l’uso del piccante. Le diete cinesi sono diverse, con sapori forti, vivi. Al sud preferiscono il riso, mentre al nord si consuma di più la pasta e la farina. In alcune regioni si mangia più sciapo e ciò che si avvicina di più alla nostra insalata sono le verdure fatte a freddo. Inoltre il cibo è importantissimo perché fa parte di cultura e rapporti: oltre alla cura della presentazione dell’ambiente e della tavola, anche qui ha grande importanza il senso collettivo del cibo.

Paolo, è stato un piacere ascoltarti. Ti ringrazio per il tuo tempo e ti auguro buona fortuna per il futuro!

Grazie a te! Magari ci sentiamo per un secondo appuntamento!


Diderot
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Dalla volontà di impegnarsi in qualcosa di utile che prende vita Diderot, sito divulgativo libero e indipendente, che nasce dal desiderio di proporre una modalità di informazione differente, basata su ricerca, esperienza e passione di giovani che scrivono per altri giovani, per rappresentare un’alternativa ad un ambiente saturo di notizie selezionate e ragionamenti vuoti.

Diego Landini
Diego Landini
Presidente

Studia Ingegneria Informatica a Roma Tre ed è l’ideatore di Diderot. Il suo gusto per la perfezione e la sua leadership lo rendono l’elemento chiave della catena di montaggio; niente va in porto senza il suo permesso. Non si sa bene cosa combini nel tempo libero, ma a fine giornata se ne esce sempre con qualcosa di geniale.

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