La voce degli invisibili - Viaggio nelle favelas

Che cosa vuol dire favela?

Le definizioni sono tante. Si possono ad esempio definire come tali i quartieri di baraccopoli brasiliane che sorgono generalmente nelle periferie delle maggiori città e che sono riconosciute o meno dallo Stato. Sebbene le più famose fra esse siano localizzate nei sobborghi di Rio de Janeiro, vi sono favelas in tutte le principali città del Paese. La verità però è che non è possibile capire davvero di cosa si sta parlando finché non ci si ritrova immersi nella loro quotidianità.

Ho trascorso l’agosto 2019 nello Stato del Rio Grande do Sul, in Brasile, in una favela, o barrio come la chiama chi ci abita, di Sao Leopoldo. Occupacao do Justo sta affrontando una battaglia contro le autorità per rivendicare la sua esistenza e la sua legittimità. A differenza di quanto si possa credere, non tutte le favelas sono illegali: ci sono quelle riconosciute dalla legge e quelle un po’ più sfortunate, come nel caso della piccola favela che è rimasta dentro il mio cuore.

Le file di casupole fatiscenti che siamo abituati a vedere in televisione sono abitazioni di fortuna, costruite con diversi materiali, spesso scadenti, tra cui semplici mattoni, scarti recuperati dall’immondizia o coperture in Eternit. I problemi più comuni della vita nelle favela sono il degrado, la criminalità diffusa e le gravi mancanze nell’igiene pubblica dovute alla scarsità di idonei sistemi di fognatura e acqua potabile. In quelle più povere, le malattie sono all’ordine del giorno e i tassi di mortalità infantile sono elevati. La maggior parte delle favelas moderne è apparsa negli anni ‘70 del secolo scorso, in concomitanza di un esodo rurale che ha visto molte persone lasciare le campagne del Brasile per trasferirsi in città. Incapaci di trovare posti in cui vivere, si sono presto aggregate in queste baraccopoli; nello stesso periodo, però, la dittatura militare del Brasile ha dato avvio ad una politica di eradicazione della favela che ha costretto allo sfollamento di centinaia di migliaia di residenti in tutto il Paese. Ben presto la malavita organizzata ha trovato modo di farsi spazio tra le baraccopoli: la criminalità è caratterizzata principalmente da violenza e narcotraffico, come il commercio di cocaina con il continente europeo.

Tra gli anni ’80 e ‘90, le politiche pubbliche sono passate dal tentativo di eradicazione totale delle favelas alla loro conservazione, cercando di apportare persino delle migliorie laddove possibile, stilando vari programmi che includevano il miglioramento degli standard di vita dei favelados, i residenti di questi giganteschi agglomerati, la messa a disposizione di servizi igienico-sanitari di base, l’istituzione di servizi sociali, la costruzione di collegamenti stradali tra favelas e comunità urbane, la fruizione di spazi pubblici in comune e la concessione legalizzata del possesso di terra. Nonostante questi provvedimenti, l’intervento aggressivo non è mai totalmente scomparso dall’agenda pubblica, tant’è che, come accennavo prima, molte sono state le favelas rimaste illegali e non riconosciute dallo Stato.

Le favela sono spesso considerate una disgrazia ed una vergogna dai brasiliani, ma possono essere viste come una conseguenza della distribuzione iniqua della ricchezza nel Paese e della mancanza di politiche a sostegno della popolazione più povera. Le più note sono quelle attorno a Rio de Janeiro, drammatiche illustrazioni della differenza esistente tra la povertà ed il benessere, essendo posizionate proprio accanto a edifici lussuosi e appartamenti della società d'élite della metropoli. Per apprezzare il netto contrasto tra le due società non c’è bisogno di recarsi nella grande ed affollata Rio: mi è bastato fare un giro nella piccola Ocupacao do Justo di Sao Leopoldo per vedere da una parte baracche, dall’altra villette a schiera della media borghesia, da una parte terriccio rosso, dall’altra la pavimentazione tipica dei quartieri benestanti.

Ocupaçao do Justo è una piccola e “giovane” favela costruita negli anni ‘90 a seguito dell’eradicazione forzata dei suoi abitanti da una collina lì vicina per far spazio alla costruzione di una rete ferroviaria. In questa ho prestato il mio servizio di volontariato la scorsa estate.

Come dicevo, dagli anni ’90, grazie all’aiuto delle Missionarie di Cristo Risorto e di altre cooperative, gli abitanti della ex favela hanno vissuto un vero e proprio esodo alla ricerca di un posto sicuro da occupare, per poi stanziarsi spontaneamente e illegalmente in un piccolo lotto di terra abbandonato appartenente al latifondista Justo.

Ogni famiglia ha segnato il confine della propria nuova proprietà e ha cominciato a dar forma alla propria dimora utilizzando assi di legno, molte volte già marciti, mattoncini, lamiere di metallo e tutto ciò che aveva trovato e accumulato durante lo spostamento.

Tante famiglie, povertà elevata, numerosi sacrifici, tanta sofferenza, ma soprattutto tanta voglia di esistere, di essere riconosciuti dallo Stato, di non essere calpestati e di non veder distrutti i propri sogni e la propria realtà. Questa è la vita tra le capanne di Ocupaçao do Justo.

Dal desiderio di essere riconosciuti ha preso vita l’idea delle Missionarie di essere portavoce di quest’urlo di battaglia, creando nel 2011 un’associazione della favela ed una “Tenda dell’incontro”, e nel 2016 un campetto da calcio ad essa adiacente, con il solo scopo di offrire una nuova speranza a tutti i bambini e a tutti gli esponenti della favela. Un posto in cui potersi rifugiare, dove dimenticare temporaneamente la violenza e le proprie storie familiari, un posto in cui potersi riunire e creare coesione e forza, cultura, formazione e dibattiti, con lo scopo di essere riconosciuti dalla società. La lotta per la legalizzazione delle nuove dimore è divenuta il punto cardine dell’azione degli esponenti della favela, dei missionari, ma anche delle istituzioni che si sono mostrare a loro favore. Un esempio di queste è l’Unisinos, un grande complesso universitario (con sede a Sao Leopoldo e a Porto Alegre), che sostiene questa vera e propria battaglia, che ha avuto un’evoluzione ma che ancora non è terminata.

Ho avuto l’occasione di poter partecipare ad un incontro tra una classe di giornalismo dell’Unisinos ed i tre maggiori esponenti della favela Justo.

Questi ultimi, durante un incontro emozionante, hanno potuto raccontare parte delle loro storie, dalla loro perseveranza nel cercare di ottenere la legalizzazione, alle pessime condizioni di vita, tutto ciò che potesse far capire agli studenti quanto sia per loro importante esistere in un luogo che non viva sotto la minaccia di poter essere cancellato, senza preavviso, da gru ed escavatori. Con questo incontro sono state avviate le procedure di legalizzazione della parte del latifondo della famiglia Justo occupata illegalmente dalla comunità precedentemente sfrattata.

Sono subito seguite una concitata manifestazione dei favelados davanti al palazzo del Tribunale ed una riunione degli esponenti della favela con le autorità comunali che hanno firmato dei documenti a favore dell’occupazione Justo. Da allora, le lunghe pratiche per la legalizzazione del terreno occupato, purtroppo, non sono andate avanti nel loro iter; tuttavia, l’ardore continua a pervadere il cuore dei favelados, ma anche quello di noi volontari che abbiamo in parte vissuto le loro emozioni, dell’Unisinos e dei missionari.

Ciò che più di tutto accomuna la maggior parte dei favelados di tutta l’America Latina è la speranza in un futuro migliore, riunendo in un’unica condizione le diverse etnie che coabitano nelle favelas.

La questione razziale è uno dei principali problemi che minano l’integrità della società brasiliana, dentro e fuori le falevas. E’ infiatti dagli anni ’30 e ’40 del secolo scorso che in Brasile si parla di “meticciato”, termine con cui viene indicata l’esistenza di una società brasiliana multietnica in cui coesistono abitanti di origine indigena, africana e anche europea. Gli individui di origine africana sono presenti nelle regioni nord-est e sud-est del paese, mentre i discendenti degli indios popolano principalmente le aree settentrionali. Nei 514 anni trascorsi dall’arrivo degli europei in Brasile, gli indigeni sono stati vittime di un genocidio su larga scala che li ha visti privati delle terre e che li ha costretti a migrare, abitando in condizioni spaventose dentro squallide baracche lungo il ciglio delle strade, mentre i loro leader vengono sistematicamente presi di mira e uccisi da milizie private.

Nonostante ci sia un impegno istituzionale per realizzare una piena uguaglianza tra bianchi e neri, (ad esempio la politica delle quote universitarie per studenti negros), in Brasile permane un razzismo endemico verso gli indios, che vengono ancora considerati inferiori persino dalla legge.

Anche i favelados non esistono legalmente, proprio come i posti in cui vivono: spesso molti di loro non possiedono né un documento d’identità né un indirizzo e per tale ragione fare un censimento dell’effettiva popolazione di una favela diventa complicato.

Nelle favelas esistono in ogni caso delle “leggi”: da un lato ci sono i narcotrafficanti che si contendono il controllo della zona e cercano di imporre le proprie regole alla popolazione; dall’altro c’è la polizia che per far rispettare l’ordine e per contrastare l’azione criminale dei narcotrafficanti, non risparmia pestaggi e arresti sommari. Neanche i bambini sono esentati da tutto questo.

L’assenza di una politica amministrativa efficiente nelle favelas ha aumentato il potere dei trafficanti, la proliferazione delle gang e per limitare la corruzione nel 2008 è stato avviato un programma di pacificazione dal Governo dello Stato di Rio de Janeiro che prevede l’insediamento sul territorio di una polizia speciale, l’Upp (le Unidade de Polícia Pacificadora) che, invece di riportare la quiete nelle strade delle favelas, spesso è protagonista di conflitti a fuoco con gli abitanti della zona e bande criminali.

In una ricerca, relativa agli anni 1992-2001, della Commissione contro la Violenza e l’Impunità dell’Assemblea, si identificavano circa 400 capi delle comunità povere legati alla criminalità.

Non si può affermare che tutte le associazioni di abitanti delle favelas siano dominate dai trafficanti, ma comunque sono molti i dirigenti che hanno rapporti con i criminali.

Secondo alcuni, esiste un codice sociale comune proibisce ai residenti delle favelas di essere coinvolti in attività malavitose all’interno della loro stessa favela e l’ordine viene mantenuto dalle organizzazioni che si sostituiscono al potere dello Stato.

Un esempio è la recente pubblicazione sui social di un particolare comunicato da parte di un gruppo di narcotrafficanti di stampo comunista, il Comandos Vermelhos, che decide di prendere le redini della situazione Covid-19: “Ragazzi state a casa. La cosa sta diventando seria e ci sono persone che la prendono per divertimento. I brasiliani corrotti hanno detto alla gente di non uscire più, c'è una piccola città che gioca a non ascoltare. Ora starete a casa … il coprifuoco sarà tutti i giorni dalle 20:00, chiunque venga catturato per strada imparerà a rispettare gli altri. Vogliamo il meglio per la popolazione. Se il governo non ha la capacità di ripararlo, il crimine organizzato lo risolve.”

Infatti, il governo del Brasile, guidato da Jair Bolsonaro, ha compiuto alcuni piccoli ma non sufficienti passi con l’obiettivo di limitare il rischio di diffusione del nuovo Coronavirus. Così, i trafficanti di droga hanno preso le proprie misure nei bassifondi di Rio de Janeiro per arginare la diffusione del virus.

Pur non potendo ignorare tutti gli aspetti puramente negativi che caratterizzano le favelas, al loro interno trova moda di emergere, in un certo senso, la protezione nei confronti del “fratello”, la cura del prossimo.

E’ proprio quello che ho potuto vedere con i miei occhi, in quella piccola favela del Sud del Brasile, in cui, a prescindere dal contesto sociale ed economico, si vive in profonda fraternità e comunità.

“Il mio compagno di vita è malato, ha un problema ai polmoni e per questo è stato licenziato. Io soffro di una malattia ulcerosa gastroduodenale e per questo sono stata licenziata. I nostri figli non hanno soldi nemmeno per crescere i propri bambini, ma nonostante ciò cercano di aiutarci il più possibile. Stavo per morire, mi servivano cure immediate, ma non avevo abbastanza soldi. Poi mi hanno aiutata.” Queste sono le parole di una donna dell’Ocupacao do Justo che ho potuto ascoltare, attonita. Parole dette con fatica, con gratitudine verso i propri favelados che, nonostante le loro case senza pavimento, nonostante la loro povertà, sono riusciti ad allestire una piccola raccolta fondi e a pagarle le cure.

Lei oggi è viva grazie a loro.

Lei oggi è qui per testimoniare che, anche se non si ha più nulla da mangiare, anche se non si ha più nulla in cui credere, l’unica cosa che rimarrà in questo popolo meraviglioso è il senso di comunità, l’amore per il prossimo e la grande dignità umana che forse noi europei dovremmo riscoprire.

Note:

  1. https://www.lavozdegalicia.es/noticia/sociedad/2020/03/25/narcotrafico-brasileno-teme-coronavirus/00031585163762482216104.htm

  2. https://www.mdzol.com/mundo/2020/3/24/narcos-decretan-el-toque-de-queda-en-las-favelas-de-brasil-69087.html

  3. https://canaln.pe/internacionales/coronavirus-narcotraficantes-impusieron-toque-queda-favelas-brasil-n409359


Diderot
Diderot

Dalla volontà di impegnarsi in qualcosa di utile che prende vita Diderot, sito divulgativo libero e indipendente, che nasce dal desiderio di proporre una modalità di informazione differente, basata su ricerca, esperienza e passione di giovani che scrivono per altri giovani, per rappresentare un’alternativa ad un ambiente saturo di notizie selezionate e ragionamenti vuoti.

comments powered by Disqus