Elezioni USA 2020: cosa rimane di uno degli Election Day piu' strani di sempre

Un Presidente uscente, Donald Trump, che, non solo non riconosce la vittoria dell’avversario, ma denuncia anche colossali brogli elettorali, e repubblicani in strada armati di fucile, con elettori dem ad Atlanta che si armano di conseguenza: solo alcuni dei seguiti di uno spoglio lunghissimo, durato quasi una settimana.

I punti da analizzare sono molti, ma la sensazione più forte, che rileva su tutti, è che in America, e nel mondo, non si stia festeggiando tanto per la vittoria di Biden, quanto per la sconfitta di Trump: un po’ come nel calcio, quando la tua squadra sta ottenendo pessimi risultati, eppure festeggi perchè la tua avversaria ha perso.

Questo, sebbene sia certamente un festeggiamento più che giustificato per la fine di una delle Presidenze più assurde del mondo democratico, evidenzia come, anche sul lato Dem, vi sia una grande povertà di contenuti, che si può meglio riassumere con la frase più ricorrente tra gli addetti ai lavori che seguono il partito blu: “Biden non fa rumore, non ha personalità, è un moderato che sa sfruttare gli errori di Trump”.

Un atteggiamento ricorrente non solo in America, ma anche negli altri paesi che hanno conosciuto la cosiddetta “deriva populista” (nell’anti-storica accezione negativa del termine): esempio più vicino a noi è proprio il nostro, l’Italia, dove il PD sta ricostruendo i propri consensi non tramite una politica di sinistra, ma godendo, in silenzio, dei disastrosi e roboanti errori targati Matteo Salvini. Tuttavia, se queste “tattiche” possono aumentare la percentuale di voti oggi, denotano una povertà di proposte e di caratura politica di partiti che, invece, dovrebbero costruire il proprio consenso in modo attivo e che, sguazzando in questa passività, un giorno faranno i conti con una grande sconfitta.

Tornando, quindi, a Biden, nelle giuste celebrazioni per la sconfitta di Trump, ci si sta dimenticando non solo che il Tycoon ha preso quasi 71 milioni di voti, record del Presidente più votato della storia americana battuto solo dai quasi 75 di Biden, denotando un paese spaccato a metà, ma anche che, l’ormai, nuovo Mr. President non sia una personalità tanto nuova, solo più moderata.

Biden stesso, infatti, nei suoi 40 anni di politica, si è dichiarato più volte “conservatore quanto ad aborto ed esercito”, in Senato si è opposto al busing, la pratica che cercava di favorire l’integrazione razziale attraverso il trasporto degli studenti in scuole al di fuori delle aree di residenza, ha votato per il “Defense of Marriage Act”, che proibiva il riconoscimento federale per le coppie dello stesso sesso e ha gestito il passaggio del “Comprehensive Crime Control Act”, la legge responsabile dell’incarcerazione di migliaia e migliaia di giovani, soprattutto afro-americani, per reati minori, definita, poi, da lui stesso un grande errore.

Inoltre, ha fatto parte per anni della Commissioni Esteri del Senato, dove si è occupato di controllo degli armamenti e di Nato, votando a favore dell’intervento militare nella ex-Jugoslavia.

Ha votato a favore anche per la guerra in Afghanistan del 2001, nel 2002 appoggia senza esitazioni l’invasione dell’Iraq e ha gestito la politica di guerra nientemeno che di George W. Bush.

Insomma, non il cambiamento che sarebbe servito a questo paese e ad un Partito Democratico che non ha il coraggio di scegliere personalità veramente di frattura, almeno a prima vista, come Bernie Sanders.

La mossa politica più efficace di Biden è stata la scelta di Kamala Harris come vicepresidente: donna, giovane e di colore, che, a livello di consensi e a livello mediatico, nel contesto di oggi significa una cosa sola: bingo.

Una personalità sicuramente diversa da quella di Biden, ma il cui personaggio, costruito intorno a quel mediaticissimo “I’m speaking”, nasconde diverse controversie nella sua storia personale: alcune voci, proprio del movimento Black lives matter, infatti, hanno sottolineato come, nella sua lunga carriera da procuratrice, soprannominata, “di ferro”, Harris abbia varato provvedimenti contro le droghe leggere, assicurando gli arresti proprio di tantissimi minori nelle comunità nere e latine, difeso più volte, andando anche contro delle iniziative, la pena di morte in California, evitato di intervenire ed indagare su violenze della polizia e difeso il sistema delle assicurazioni private contro delle proposte di sostegno alla sanità pubblica.

Torna, quindi, forte la sensazione della celebrazione della fine di Trump, ma non del trionfo di idee progressiste. L’altro punto, poi, da analizzare è più tecnico, ma sicuramente fondamentale: proteste così incidenti di brogli possono esistere solo in un sistema dove regna l’incertezza. Il paese, infatti, che da sempre interferisce nelle elezioni in Sudamerica, denunciando brogli e alimentando disordini civili e colpi di Stato se non vince il candidato da loro supportato, dovrebbe riflettere di più sul proprio sistema elettorale, marchiato da instabilità e arretratezza.

E’ difficile, infatti, poter immaginare in un paese democratico del XXI secolo che il risultato di un’elezione così importante possa arrivare una settimana dopo l’inizio dello spoglio, con molti punti oscuri sulla regolarità di alcune procedure e, soprattutto, per via dell’esistenza del voto via posta.

La modalità di voto via posta, infatti, se alleggerisce i seggi di uno dei paesi più popolosi al mondo, dall’altro lato non può non rappresentare un’incognita: come poter accertare che non ci siano non solo brogli, ma veri e propri sabotaggi alle cassette in strada dove vengono depositati i voti, spesso anche anticipati, o durante il macchinoso processo di trasporto ai seggi e di conteggio?

Forse un sistema più sicuro avrebbe anche limitato le ridicole proteste di Donald Trump, che in questi giorni infiamma i social di accuse di “furto di elezione”.

Insomma, in conclusione, questa elezione presidenziale ci restituisce un paese diviso, un sistema carente e un partito Dem debole: tutti elementi riscontrabili in molti paesi, denotando un problema di decadenza nelle nostre società, proprio in seguito al quale nascono certi personaggi, che poi non trovano, quindi, opposizione, e il ciclo ricomincia: il che dovrebbe far riflettere su molte criticità di oggi indipendenti dalla politica, ma che in essa si riflettono, rappresentando una società superficiale e povera culturalmente, che va incontro ad un futuro incerto quanto lo spoglio elettorale americano del 2020.

Speriamo che i prossimi 4 anni mi smentiscano.


Diderot
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