Dieta Chetogenica

Molti grassi, un po’ di proteine e zero carboidrati. Questa la dieta firmata USA che negli ultimi anni ha spopolato nel mondo promettendo drastiche perdite di peso senza quell’incessante senso di fame.

Ma sarà davvero così?

Ad oggi il mondo scientifico vede una netta divisione tra chi la ritiene una moda poco salutare destinata a scomparire, e coloro che trovano in questo regime alimentare non solo una soluzione pratica al crescente problema dell’obesità, ma anche un solido sostegno per alcune patologie tra cui diabete, epilessia e Sindrome da Deficienza del Glut 1. Ma andiamo per passi. Occorre prima di tutto definire quella che è la filosofia che governa la “zero carbo”.

Dieta chetogenica: che cos’è?

La Keto Diet (così chiamata dagli americani) si basa su un semplice concetto: non fornire più al corpo zuccheri, cioè la “benzina” che l’organismo brucia per ottenere energia, cosìcchè questo li esaurisca e debba necessariamente andare a ricavarla da un’altra fonte. Quest’ultima è quel fastidioso adipe in eccesso. Questo processo prende il nome di Chetosi, che porta ad un rapido consumo del grasso corporeo, a patto che la regola “no carbo” sia seguita con costanza.

Dieta chetogenica: perché meno fame?

Questa demonizzazione dei carboidrati però porta ad un altro lato positivo che altre diete non vantano: un minor senso di fame. Com’è possibile ciò? Secondo una ricerca condotta dall’ Obesity Prevention Center presso il Boston Children Hospital, i carboidrati ad alto indice glicemico (cui fanno parte le farine raffinate ormai alla base della nostra piramide alimentare) pare inducano una forte dipendenza dal cibo a causa del senso di appagamento otteuto in seguito all’assunzione, agendo come una vera e propria droga. Inoltre, questi alimenti portano la glicemia ad un’impennata, che sarà poi seguita da un brusca discesa, falsamente registrata dal corpo come “carenza di nutrienti”, a cui farà fronte inducendo il senso di fame. L’effetto finale è quello del Carb Starving (fame di carboidrati), che con la dieta chetogenica verrà presto a mancare man mano che il corpo si abitua al nuovo regime alimentare, rendendolo di fatto meno faticoso da mantenere e quindi garantendo maggiori probabilità di successo.

Il rovescio della medaglia

Sebbene i lati positivi risultino piuttosto intriganti, questa dieta non è esente da pericoli, ed è qui che il mondo scientifico vede una sua spaccatura. Pare, infatti, che lo stato di chetogenesi indotto dalla carenza di carboidrati, porti all’accumulo di alcuni acidi detti corpi chetonici che, se troppo abbondanti, finiscono per indurre uno stadio di acidosi nel corpo e un affaticamento dei reni, deputati al loro smaltimento attraverso le urine. Ben più rischiosa in quanto più comune, risulta però un assunzione sbilanciata dei grassi, che protende verso i saturi, a discapito di monoinsaturi e polinsaturi. Mentre questi ultimi svolgono una funzione protettiva verso il sistema cardiocircolatorio, i primi sono invece responsabili della maggior parte delle patologie ad esso associate.

La keto diet in medicina

Il dibattito non accenna a diminuire, attirando sempre più l’interesse del mondo scientifico, che pare aver trovato dei punti comuni. Stiamo parlando di quelle situazioni in cui il deficit glucidico gioca un ruolo favorevole nell’attenuare la manifestazione di alcune malattie, prima fra tutte l’epilessia. La dieta nacque attorno agli anni 20, dopo che alcuni medici si accorsero che, in seguito al digiuno, la frequenza delle crisi epilettiche diminuiva in modo consistente. Seguirono, negli anni, studi e sperimentazioni su varie patologie che coinvolgevano gli zuccheri, giungendo a quella che sembra essere l’unica cura per la Sindrome da Deficienza del Glut 1, dovuta ad una mutazione che comporta un mancato ingresso nel cervello di glucosio, la sua fonte di energia. Sembra che questa mancanza venga compensata dai corpi chetonici, prodotti a sufficienza solo una volta indotta la chetogenesi. Più delicato, invece, sembra essere l’approccio verso il diabete. Occorre in primis distinguere le due forme più comuni: tipo 1, di natura autoimmune che porta alla distruzione delle cellule deputate alla produzione di insulina, e tipo 2, meno debilitante e dovuto ad una progressiva insensibilità delle cellule all’insulina prodotta.

In quest’ultimo caso, la dieta chetogenica, può migliorare il controllo glicemico e portare alla regressione della malattia stessa attraverso l’indotta perdita di peso. Nel diabete mellito di tipo 1, invece, i benefici che portano ad un ritardo nel manifestarsi dei danni secondari, incontrano la patologia renale diabetica, sensibile a surplus proteici e ai corpi chetonici ed è quindi richiesta un’attenzione maggiore.

Che si tratti di una moda o di un rivoluzionario stile di pensiero, i benefici della dieta chetogenica sembrano piuttosto evidenti, anche se non mancano i cosiddetti sides effects (effetti collaterali) tipici di questa forma di digiuno, che in alcuni casi possono portare a danni piuttosto importanti, specie laddove viene a mancare la supervisione medica. È opportuno non dimenticare che si tratta di un regime alimentare temporaneo, da non protrarre per troppi mesi e che richiede costanza, facendo attenzione al temuto “effetto yoyo”, che in breve tempo può far tornare i chili di troppo al loro posto. Ad ogni modo, spetta al singolo individuo valutare il rapporto rischi/benefici prima di intraprendere questo o altri percorsi alimentari finalizzati alla perdita del peso in eccesso. Una cosa però è certa: come riteneva Ippocrate, il cibo è la tua prima medicina.


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