Il WMO lancia l'allarme

Il WMO (World Meteorological Organization) un’organizzazione intergovernativa di carattere tecnico con sede a Ginevra, è uno degli istituti specializzati delle Nazioni Unite e ne fanno parte 188 Stati. Il suo compito è quello di raccogliere dati a livello globale di natura metereologica e idrogeologica per poter contribuire alla protezione dell’ambiente, della sicurezza alimentare, delle risorse idriche e dei trasporti.

L’agenzia pubblica annualmente un report, lo Statement on the State of the Global Climate1, nel quale espone la situazione climatica globale, evidenziando i probabili impatti che le attività di oggi avranno sulla salute del pianeta negli anni avvenire e tutti i rapporti di causalità tra i fenomeni registrati. L’ultima pubblicazione da parte del WMO arriva in un periodo di grande preoccupazione e trova il mondo concentrato sull’emergenza Covid-19, ma segnala un insieme di dati critici che la rendono nel complesso a dir poco agghiacciante. Diderot cerca di riportare il più fedelmente possibile l’analisi del WMO per sollecitare l’attenzione dei lettori in tempo di quarantena.

Sembra un film, ma è solamente la distruzione ambientale di cui siamo i primi responsabili. Andiamo a dare un’occhiata!

Temperatura media globale e concentrazione di gas serra

I primi dati del report riguardano l’andamento della temperatura media globale, un fattore che, ormai non è una novità, non cessa di aumentare. Le indagini del WMO denunciano un incremento della temperatura terrestre di circa 1.1°C. Per capire perché si parla di incremento, è necessario specificare che le stime vengono calcolate prendendo come punto di riferimento la temperatura dell’era preindustriale, che si aggirava attorno ai 14°C. Di conseguenza, tutto quello che sta accadendo da più di 100 anni è unica responsabilità dell’industrializzazione accanita, di un programma di salvaguardia ambientale giunto estremamente in ritardo e della totale assenza di una coscienza ecologica. Una coscienza ecologica della quale forse solo adesso si ha una leggera parvenza. Qual è il significato di un dato del genere? Indica che la Terra è su una graticola e sta cuocendo lentamente. Questo incremento inarrestabile è dovuto alle concentrazioni sempre maggiori di gas serra, tra i quali i protagonisti indiscussi sono il diossido di carbonio, il metano e l’ossido di diazoto, con concentrazioni che hanno abbattuto ogni record precedente. Lo scorso anno le emissioni hanno raggiunto nuovi massimi, superando quelle del 2018, a riprova del fatto che l’efficacia delle politiche ambientali è ancora troppo debole per contrastare il problema.

Era, infatti, probabilmente già tardi quando nel 2015 le Nazioni Unite compresero l’urgente necessità di rallentare questo aumento fino ad arrestarlo; per questo è stato siglato il famoso Accordo di Parigi nell’Aprile del 2016, il cui punto principale era proprio quello di limitare la crescita ad un massimo di +2°C entro fine secolo. Inutile dire che ad ora siamo lontani anni luce dal rispettare quanto stabilito. Il rapporto UNEP2 2019 mostra come la Terra stia andando incontro a un aumento di temperatura di ben 3.2°C dai livelli preindustriali. Per il direttore esecutivo dell’UNEP, se non si agisce subito “l’obiettivo dell’1.5°C sarà ormai fuori portata prima del 2030”. Il direttore parla di triplicare se non addirittura quintuplicare gli sforzi a livello globale. Il 2019 è stato il secondo anno più caldo mai registrato, superato solo dal 2016. Se il battito di ali di una farfalla scatena la tempesta dall’altra parte del mondo, le conseguenze dell’aumento della temperatura e della concentrazione di gas sono devastanti, soprattutto per quanto riguarda la condizione di oceani e ghiacciai.

Oceani

Il WMO comunica che nel 2019 gli oceani hanno vissuto quasi 2 mesi di temperature insolitamente calde, durante i quali almeno l’84% di essi è stato attraversato da un’ondata di calore. Il picco è stato toccato lo scorso settembre nel Pacifico, le cui acque hanno risposto al surriscaldamento repentino con la proliferazione di alghe tossiche, causa della morte di circa 100 milioni di esemplari di merluzzo e con l’apertura innaturale di centinaia di migliaia di cozze sulle spiagge della California. “Si tratta di uno dei maggiori danni subito dall’ecosistema marino che io abbia mai visto in vita mia” commenta in un’intervista al TheGuardian Jackie Sones, coordinatore del programma di ricerca marina presso il centro Bodega Bay, in California.

Questa catena di eventi è correlata alla capacità degli oceani di assorbire circa il 90% del calore immesso nell’atmosfera, di fatto contribuendo a limitare l’aumento sregolato della temperatura atmosferica, ma allo stesso tempo provocando ripercussioni devastanti sulla condizione della fauna marina mondiale. Il riscaldamento degli oceani ha impatto anche sul sistema climatico ed è il maggior responsabile dell’innalzamento del livello dei mari, dell’alterazione delle correnti oceaniche e dei percorsi delle tempeste, così come dello scioglimento di banchi di ghiaccio galleggianti.

La questione non riguarda esclusivamente il calore: i nostri oceani sono il vero polmone della Terra, produttori di circa il 50% dell’ossigeno che respiriamo e sono anche in grado di assorbire le emissioni di CO2, attenuando così l’impatto sul cambiamento climatico che hanno le emissioni inquinanti. Il pianeta non molla, non si dà per vinto, tenta di mettere in campo i propri meccanismi di arginamento e riparazione, ma vi sono anche importanti conseguenze negative, come l’aumento di acidità degli oceani e il cambiamento del pH dell’acqua, che danneggia la vita di numerosi organismi, fra i quali coralli, crostacei e molluschi, compromettendone la sopravvivenza. Si tratta del fenomeno che prende il nome di acidificazione ed è strettamente associato alla deossigenazione dei mari: dal 1950 ad oggi si è registrata una perdita di circa il 2% dell’ossigeno presente negli oceani. L’effetto combinato dei due processi chimici rappresenta di fatto la più grave minaccia per gli ecosistemi oceanici: è previsto che la copertura delle barriere coralline diminuirà fino al 70%-90% di quella attuale. Fenomeno di cui abbiamo avuto una prima dimostrazione nel 2018 con lo sbiancamento e poi la morte di ben un terzo della grande barriera corallina australiana (conseguenza degli effetti climatici del 2016).

Ghiacciai e Ghiaccio Artico

Le alte temperature che stanno segnando il nostro pianeta portano a risultati decisamente tristi: la distribuzione di ghiaccio marino artico segna nuovi record minimi. Quella dello scioglimento dei ghiacci è una vecchia storia, ma rimane attuale e le foto degli orsi polari morenti non sono state diffuse per caso, così come quelle delle lande rocciose emerse in Antartide dopo i più recenti scongelamenti in blocco. Nel 2019, l’estensione media mensile dei ghiacci a settembre (di solito la più bassa dell’anno) è stata la terza più bassa mai registrata nella storia e la massa della calotta glaciale della Groenlandia ha subito una perdita pari a 329Gt. Per rendere l’idea, stiamo parlando di 329.000 miliardi di chili di ghiaccio che non torneranno nel giro di due settimane. È la devastazione! Altri ghiacciai millenari come quelli dell’Alaska e della Patagonia hanno iniziato a sciogliersi e ciò contribuirà all’innalzamento dei mari. Si teme inoltre che possa rappresentare un serio rischio per la salute dell’uomo, in quanto all’interno del permafrost potrebbero essere addirittura conservati virus millenari ai quali il nostro sistema immunitario è estraneo, ben più pericolosi dell’attuale Covid-19 che ha messo il nostro sistema sanitario in ginocchio. Può sembrare uno scenario improbabile, ma nel momento in cui si verificano cambiamenti così sostanziali nella natura del pianeta, persino ipotesi di questo genere devono essere valutate e tenute sotto controllo.

Impatto

Quali sono le conseguenze della Crisi Climatica sulla nostra vita? Il WMO parla di minaccia alla salute umana, alla sicurezza alimentare, agli ecosistemi e ai flussi migratori, evidenziando come il cambiamento climatico sia il filo rosso che collega profondamente ambiti insospettabili. Nel 2019, le alte temperature da record di Australia, India, Giappone ed Europa hanno influenzato negativamente benessere e salute, causando la diffusione di numerose malattie ed un alto numero di decessi.

Rimanendo in ambito malattie, l’alterazione delle condizioni climatiche dal 1950 stanno rendendo più facile la riproduzione per le specie di zanzare Aedes aegypti e la trasmissione da parte di queste del virus tropicale della dengue, che registra annualmente dai 50 ai 100 milioni di contagi. Si tratta di una malattia che solo nel 5% dei casi non ospedalizzati rappresenta una seria minaccia, ma non va sottovalutata la correlazione tra ambiente e salute, in quanto, venendo meno il primo, potrebbe facilmente essere messa a rischio la seconda.

Il WMO tiene in considerazione anche l’aumento della frequenza con cui si verificano quei fenomeni che compromettono le risorse naturali, come siccità, cicloni tropicali, alluvioni e ondate di calore nelle aree del globo. La grave siccità in Indonesia e nei paesi vicini ha portato alla stagione degli incendi più significativa dal 2015 e non possiamo non ricordare che il numero di incendi segnalati nella regione brasiliana dell’Amazzonia è stato superiore alla media decennale. Più di recente, l’Australia ha vissuto una stagione degli incendi eccezionalmente prolungata e grave nella seconda parte del 2019 con ripetuti focolai che sono proseguiti fino a gennaio 2020. Emblematiche le tristissime immagini degli animali che, terrorizzati dall’incendio, scappano per cercare rifugio nelle braccia dei pompieri.

Catastrofi naturali tra cui cicloni tropicali e pesanti alluvioni stanno colpendo il nostro pianeta con una frequenza insolita. Esempi lampanti sono il ciclone Idai nell’Africa sud-orientale, il ciclone Fani nell’Asia meridionale, l’uragano Dorian nei Caraibi e le inondazioni che si contano a decine in Iran, Filippine ed Etiopia. Tutti questi eventi hanno avuto un impatto così forte sulla vita delle popolazioni dei luoghi colpiti da aumentare il numero di profughi in seguito alla distruzione di infrastrutture e centri abitati. I profughi del clima esistono per davvero e secondo quanto riportato tra gennaio e giugno 2019 altri 6,7 milioni di individui si sono sommati ai precedenti, per un totale di quasi 22 milioni, contro i 17,2 milioni nel 2018.

Aspettative per il Futuro

Nel 2010 si pensava di avere ancora 30 anni a disposizione per poter limitare ed eliminare le conseguenze del riscaldamento globale. Oggi sappiamo di averne a disposizione solo altri 10 per rimediare prima di giungere ai cosiddetti punti di non ritorno. L’idea dei punti di non ritorno è stata introdotta 20 anni fa dal Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (IPCC) e tengono conto di tutti quegli avvenimenti come la perdita della banchisa nell’Antartico occidentale e della foresta amazzonica, il disgelo estensivo del permafrost e altre componenti chiave del sistema. Sono in totale 30 e vengono considerati “di non ritorno” perché possono arrivare a limiti estremi e poi cambiare in modo irreversibile e improvviso. Proviamo a capire meglio. Immaginiamo la Terra come un enorme muro che resiste fino a 30 colpi di martello. Il 31° colpo potrebbe essere quello decisivo. In passato si pensava che questi punti critici sarebbero stati scatenati solo una volta che l’aumento della temperatura fosse arrivato al valore di +5°C, ma stando agli ultimi rapporti IPCC potrebbero aver già avuto inizio tra i +1° e i +2°C. Ogni piccolo aumento nella temperatura aumenta il rischio che si verifichi uno dei 30 punti di non ritorno. Con il +1°C del riscaldamento attuale, si pensa che 9 dei 30 siano già in corso. Tutti gli impegni presi in precedenza giunti a questo punto non sono più sufficienti. Le proposte nazionali attuate finora porteranno ad un ulteriore aumento delle emissioni, limitato e inferiore ai livelli precedenti certo, ma pur sempre insufficiente per l’obiettivo concordato. Si è deciso quindi di porre un nuovo limite di crescita a 1.5°C entro il 2030. Tuttavia, il raggiungimento di tale soglia richiede spese e investimenti di enorme portata a causa del mancato impegno mostrato negli anni precedenti.

Coronavirus

Quest’anno il nostro pianeta è stato messo di fronte a una nuova minaccia: il Covid-19. Il nuovo coronavirus che ha causato finora la morte di oltre 22.000 persone, con un incremento quotidiano costante su scala mondiale. Per far fronte a quest’emergenza sono state adottate delle misure contenitive che hanno portato, e stanno portando nel resto del mondo, ad una temporanea, ma gravosa, chiusura di scuole, posti di lavoro e luoghi pubblici, con il conseguente confinamento delle famiglie nelle proprie case. Alcune analisi hanno evidenziato come, in merito alla situazione attuale in cui il mondo si trova, sospeso in uno stato di attesa, si sia verificato un calo drastico delle emissioni tossiche nelle più disparate aree industriali del mondo. Già a metà febbraio, secondo un’analisi di Lauri Myllyvirta del Centre for Research on Energy and Clean Air, le emissioni di anidride carbonica in Cina rispetto a 30 giorni prima erano diminuite del 25% e quelle di biossido di azoto del 37%, il consumo di carbone delle centrali del 36% e l’utilizzo della capacità di raffinazione del petrolio del 34%.

Dalle immagini qui sopra è possibile notare come anche in Italia ci sia stata una riduzione progressiva della concentrazione di biossido di azoto nell’aria, il pericoloso inquinante emesso soprattutto dal traffico veicolare e dagli stabilimenti industriali. Tutti abbiamo visto con un sorriso i video che ritraggono l’acqua limpida di Venezia piena di storioni. C’è una grande preoccupazione circa questa parentesi che avrà vita esigua: Li Shuo, consulente di Greenpeace Asia, ha sottolineato come in passato, a seguito di restrizioni temporanee, fosse stata osservata la tendenza delle aziende a recuperare la produzione persa, generando così quello che viene definito un inquinamento di rappresaglia.

Come NON viene affrontata l’emergenza climatica durante la quarantena

Abbiamo fin qui riportato dati ufficiali e considerazioni di esperti di eventi già accaduti o che accadranno. È giunto il momento di fare una piccola riflessione sulla situazione attuale. Abbiamo accennato ai collaterali effetti “positivi” di questa quarantena planetaria ma di come possano, nell’imminente futuro, ritorcersi contro di noi. Adesso proviamo però a dare uno sguardo a quello che sta accadendo ed è già accaduto a causa di questa pandemia. Tutti abbiamo sentito parlare, o abbiamo perfino sperimentato, la corsa all’accaparramento delle mascherine per proteggerci dal contagio del Covid-19. Sebbene gli esperti abbiano ripetuto più e più volte che indossarle se non si è affetti dal virus non previene il contagio, ben pochi sanno che le normali mascherine in tessuto, quelle che si vedono in volto ai medici nelle serie televisive, non servono a molto. Le uniche efficaci alla protezione e alla prevenzione sono solo quelle certificate con filtro FFP2 o FFP3, e anche per queste si è verificata una corsa a chi arriva primo.

Che fine hanno fatto le migliaia di mascherine utilizzate finora?

Alcuni operatori dell’organizzazione internazionale di tutela del mare, l’Ocean Asia, hanno rinvenuto nei giorni scorsi diverse mascherine di diverso tipo e colore sulle spiagge e nel mare di Sokos di Hong Kong. Gary Stokesu, fondatore del gruppo ambientalista Oceans Asia, ha dichiarato di aver trovato 70 maschere scartate a 100 metri dalla spiaggia e altre 30 maschere al suo ritorno una settimana dopo.

Il mancato smaltimento corretto di questi dispositivi di sicurezza potrebbe avere un impatto ambientale rilevante, considerato anche che sono composte per la maggior parte di polipropilene: una materia plastica di sintesi, ottenuta da frazioni del petrolio utilizzata in diversi ambienti, da quello sportivo a quello dell’industria alimentare per l’imballaggio di prodotti come yogurt o margarina, ma anche semplicemente nei bicchierini da caffè o nei tappi delle bottiglie di plastica. Questo materiale si decompone in tempi non rapidi e, in questo caso, rende le mascherine difficili da rompere. Quest’ultimo fattore, aggiunto ai precedenti, aumenta il pericolo per la fauna, marina e forestale, che potrebbe ingerire le mascherine monouso o con filtro FFP2 o FFP3 scambiandole per cibo, azione che potrebbe provocare gravi danni alla salute o anche condurre gli animali alla morte. Non sappiamo inoltre quali altri danni potrebbe contribuire a provocare. Si è visto dopotutto come gli effetti dell’inquinamento non siano immediatamente visibili sulla flora e sulla fauna. Ad esempio, è stato di recente scoperto che le tartarughe marine, specie protetta, a causa dell’ingestione della plastica abbiano sviluppato una nuova malattia prodotta da virus dell’herpes che può facilmente degenerare in tumori.

Nell’articolo di oggi ci siamo soffermati brevemente sullo scenario mondiale: cosa è accaduto, cosa sta succedendo e cosa accadrà. Se i governi del mondo non cominceranno ad adottare misure più ferree per ridurre le emissioni di sostanze tossiche nella nostra atmosfera e per garantire il migliore smaltimento dei rifiuti le opzioni relative al nostro futuro non sembrano essere le più rosee.

La situazione pandemica attuale ci ha dimostrato come in condizioni di emergenza siamo capaci di agire al meglio ma anche come i governi e tutti noi siamo ciechi difronte alle esperienze altrui. La Cina aveva già dimostrato come una semplice raccomandazione all’essere attenti e a lavarsi le mani non fosse sufficiente, ma finché non siamo stati colpiti direttamente non avevamo dato peso alla cosa. È successo a noi come, e soprattutto, agli altri Paesi del mondo che fino a poco fa avevano sottovalutato il problema e adesso stanno procedendo alle misure di contenimento. Purtroppo, la natura egoistica dell’uomo è sempre evidente: finché non accade a me, non mi interessa.

Prevenire e prepararsi, non il semplice prevedere, sono l’azione giusta nei confronti di quasi tutti gli eventi sociali, ambientali e culturali ma molti esperti hanno già detto la loro sul nostro futuro. Si dovrebbe provare a smettere di ascoltare la scienza solo quando ci è comodo e guardare anche più in là, verso ciò che non ci piace o ci fa paura. Nella speranza che ciò accada e che vengano presto presi dei seri impegni a riguardo, Diderot riporta l’appello firmato dal segretario delle Nazioni Unite nell’introduzione del rapporto del WMO:

“Chiedo a tutti - dal governo, la società civile e i leader aziendali ai singoli cittadini- di prestare attenzione a questi fatti e iniziare urgentemente un’azione per arrestare i peggiori effetti del cambio climatico. Abbiamo bisogno di più ambizione sulla mitigazione, sull’adattamento e nei finanziamenti in tempo per la conferenza climatica (COP26) che si terrà a Glasgow a novembre [2020]. Questo è l’unico modo per garantire un futuro più sicuro, prosperoso e sostenibile per tutte le persone, su un pianeta sano.”

La responsabilità non è unicamente degli alti funzionari, dei leader mondiali o delle associazioni ambientali. Il tema ambiente riguarda tutti e l’impegno deve partire da ognuno di noi perché, come ci insegnano fin dalle scuole elementari, ognuno nel suo piccolo può fare la differenza.

Note:

  1. Archivio: https://public.wmo.int/en/our-mandate/climate/wmo-statement-state-of-global-climate
  2. Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente. Opera dal 1972 contro i cambiamenti climatici
  3. Se vuoi saperne di più vedi: https://www.treccani.it/enciclopedia/organizzazione-meteorologica-mondiale
  4. Vedi: https://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Clima-rapporto-UNEP-2019-la-Terra-verso-un-aumento-di-temperatura-di-3-virgola-2-gradi-Onu-non-si-puo-piu-aspettare-c0766ee4-e2dc-4d07-8404-ffc64954fa83.html
  5. Vedi: https://www.nonsoloanimali.com/trovate-nel-mare-di-hong-kong-centinaia-di-mascherine-gettate-in-acqua-dopo-luso/ e https://www.yeslife.it/2020/03/25/covid-19-mascherine-spiagge-mare-rischio-ambiente/

Diderot
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Valerio Garofalo
Valerio Garofalo
Social Media Manager

Valerio è studente di Psicologia presso l’Universita Pontificia Salesiana e regge abbastanza bene il ritmo di studi. Sembra un poco di buono, ma in realtà è un valido collega di lavoro e si dimostra capace di saper sopportare la tensione in situazioni di difficoltà. Tra i suoi mille pregi è anche un ottimo gestore delle Instagram stories della pagina.

Flaminia Di Paolo
Flaminia Di Paolo
Vice-caporedattore, Graphic designer

Brillante studentessa di Comunicazione Pubblica e di Impresa presso La Sapienza di Roma, “Flami” è il fiore all’occhiello della redazione. Le sue qualità sono pressoche illimitate e tra queste rientra quella di problem-solver. Gentile e creativa, è la disegnatrice di fiducia di Diderot.

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