Cinema, Razzismo e #Blackrepresentation

Il sogno americano: quante volte ci si è persi a fantasticare sul mondo perfetto e meritocratico degli Stati Uniti d’America? Ultimamente sembra ci sia stato un cambiamento repentino che ha trasformato questo sogno in un vero e proprio incubo, lontano da quell’idea di benessere e felicità che ha avuto tanto successo nell’immaginario collettivo. Un’ondata di ingiustizia, paura e terrore si è rivelata agli occhi del mondo, ma la brutale uccisione di George Floyd è solo la punta dell’iceberg. Alla base di questa struttura di ghiaccio sono raccolti centinaia di anni di schiavismo, segregazione, discriminazione. Com’è stato possibile tutti ciò? Com’è possibile che adesso, mentre l’intero pianeta si trova già di fronte al disastro pandemico causato dalle morti del Covid-19, si sia accesa nuovamente questa fiamma di odio? La verità è che quella fiamma non si è mai spenta. La realtà è che per la maggior parte delle persone bianche, agiate, cisgender, eterosessuali, normodotate, quello che sta accadendo in America è irreale. Percepire sulla propria pelle la discriminazione, la non-accettazione, l’odio basati unicamente su qualcosa che fa semplicemente parte di sé è un fardello estremamente pesante da portare ogni giorno della propria esistenza, per giunta è molto difficile anche solo da immaginare. Tuttavia non è questo il punto: l’importante non è immedesimarsi, l’azione fondamentale è ascoltare, comprendere, supportare. In ogni contesto dovrebbe divenire una priorità l’ascolto del prossimo, l’empatia. Persino Hollywood, il luogo dove tutti i sogni diventano possibili, non si è mai potuta ritenere esente dalle discriminazioni razziali. Assume perciò una rilevante importanza cercare di comprendere, anche attraverso la rappresentazione cinematografica, in che modo il razzismo e le P.O.C siano state percepite dal pubblico nel corso degli anni e fino a che punto le storie raccontate sul grande schermo abbiano impattato la società di oggi.

In pochi sanno forse che il primo film americano divenuto un colossal è una pellicola basata sul razzismo. Può apparire bizzarro, incomprensibile, eppure “The Birth Of A Nation” (“Nascita Di Una Nazione”) di David Wark Griffith descrive la nascita del Ku Klux Klan, ottenendo non solo un enorme successo da parte della critica, ma soprattutto dal pubblico fruitore. Era il 1915, anno in cui, grazie proprio a questa produzione, il cinema americano avrebbe cominciato a divenire sempre più imponente sulla scena internazionale. Fortunatamente l’ondata di odio promulgata da questo film, anche se dopo diversi decenni, sembrò arrestarsi. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale e con il fiorente boom economico, le produzioni cinematografiche ampliarono sia temi che generi, così che nel 1962 “To Kill A Mockingbird” diretto da Robert Mulligan (in Italia conosciuto come “Il buio oltre la siepe”) poté vedere la luce, portando con sé numerosi cambiamenti. La pellicola, basata sull’omonimo romanzo di Harper Lee, racconta la storia di un avvocato di nome Atticus Flinch (interpretato da Gregory Peck) che assume l’incarico di difendere il giovane afroamericano Tom Robinson (Brock Peters) accusato ingiustamente di aver violentato la figlia del suo datore di lavoro. Non solo il film ricevette giudizi estremamente positivi sia dalla critica che del pubblico, ma vinse addirittura tre premi Oscar e il premio Gary Cooper a alla 16esima edizione del Festival di Cannes. Questo segnò decisamente un punto di svolta. Lentamente si cercava di sradicare dall’ immaginario collettivo l’idea della supremazia della “razza bianca”, tentando di mostrare la molteplicità delle storie e della cultura nera. A piccoli passi si cominciava a raccontare vicende che fino a quel momento erano rimaste nell’ombra, ad abbattere stereotipi sbagliati ed offensivi (ne è un esempio la Black-face) che erano riusciti ad insediarsi nello sguardo comune.

Il processo tuttavia non si rivelò mai semplice da realizzare ed anzi, è doveroso sottolineare la matrice razzista che segnò l’industria americana per numerosi anni. Basti notare che la prima donna nera a vincere un Academy Awards come miglior attrice non protagonista fu Hattie McDaniel nel 1940 per il film “Gone With The Wind” (“Via Col Vento”) nel ruolo della domestica Mami, categoria di personaggi in cui lungamente sono stati confinate le P.O.C. nel corso della storia del cinema. Occorrerà aspettare 51 anni prima che un’altra donna di pelle scura si aggiudichi la stessa statuetta. Sarà Whoopi Goldberg ad essere investita del premio con il film “Ghost” nel 1991. Come se non fosse abbastanza assurdo solamente questo divario immane, se si considera ad oggi il numero di donne nere ad aver vinto un Oscar nella categoria più ambita, vale a dire quella della miglior attrice protagonista, il conto generale che ci si apre di fronte agli occhi è agghiacciante: solo una, Halle Berry, nel 2002 con il film “Monster’s Ball”.

Quali sono perciò effettivamente quei prodotti cinematografici che sono riusciti ad entrare nella cultura popolare americana? Quali storie sono state talmente potenti da essere state il veicolo attraverso cui la rappresentazione nera è riuscita ad arrivare ad il pubblico mainstream? Secondo Rotten Tomatoes i tre film più influenti del 21esimo secolo sono Blakkklansman (2018), Us (2019) e Black Panther (2018), ma di cosa trattano queste pellicole? Il primo dei tre, diretto da Spike Lee, racconta la storia di Ron Stallworth, primo investigatore afroamericano a Colorado Springs all’inizio degli anni ’70, che decide di intraprendere una pericolosa missione: colpire il Ku Klux Klan affidandosi ad un collega infiltrato, Flip Zimmerman. Il film è la perfetta risposta al vecchissimo “Birth Of A Nation”: con una regia incalzante e una struttura della storia molto solida, rappresenta gli appartenenti al KKK come fantocci di cui si fa sberleffo e dai quali il protagonista trova il modo di riaffermare dignitosamente le proprie origini. Del secondo, diretto da Jordan Peele, la particolarità risiede soprattutto nel genere: è un horror che ha per protagonista Adelaide che, accompagnata dal marito e dai figli, torna nella casa sulla spiaggia dove è cresciuta. Quattro sconosciuti mascherati, tuttavia, bussano alla loro porta, dando vita ad un incubo inimmaginabile. È una storia il cui tema dell’identità (culturale e non) è estremamente centrale, rifacendosi al primo esperimento horror del medesimo regista (il film “Get Out”).

Il terzo è probabilmente quello maggiormente conosciuto al grande pubblico. Diretto da Ryan Coogler, basato sul personaggio di Pantera Nera della Marvel Comics, il film è prodotto dai Marvel Studios e distribuito da Walt Disney Studios Motion Pictures, ed è il diciottesimo film del Marvel Cinematic Universe. La trama ruota attorno al ritorno a casa del giovane principe T’Challa nella nazione tecnologicamente avanzata del Wakanda. Ben presto però è costretto a richiedere l’aiuto dell’agente della CIA Everett K. Ross per difendere il trono ed evitare una guerra civile. Il film ha ottenuto un notevole successo di critica e pubblico, stabilendo vari record di incassi e venendo candidato a svariati premi cinematografici, tra i quali l’Oscar al miglior film, diventando il primo film di supereroi a ricevere questa candidatura.

Cosa ci mostrano perciò questi lavori cinematografici? Sicuramente ci raccontano storie che meritano di essere ascoltate, ma ancora di più danno spazio a persone che meritano allo stesso modo di tutti di lavorare nell’immensa industria che è il cinema. Registi, sceneggiatori, attori, tecnici, scenografi, costumisti, montatori, produttori: ognuno merita l’opportunità di far parte dell’ambito sogno Hollywoodiano. Abbiamo bisogno di vedere sul grande schermo persone che somiglino sempre di più alle persone che siamo e che conosciamo. Si ha la necessità di conoscere, imparare da queste storie, comprendere da dove nascono e a cosa aspirano. Il cinema deve essere un sogno, ma occorre che riesca a prendere a piene mani dalla realtà che lo circonda. Rappresentazione, inclusione, rispetto: è fondamentale che si dia ossigeno, che si crei sempre di più lo spazio che queste vicende meritano, perché ancora oggi non tutti riescono a respirare.

Fonti:

  1. https://editorial.rottentomatoes.com/guide/best-black-movies-21st-century/

  2. https://it.m.wikipedia.org/wiki/Premio_Oscar


Diderot
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Francesca Di Pasquo
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Responsabile video

Studentessa del DAMS di Roma Tre, Francesca “Fru” è entrata nella redazione come responsabile del gruppo interviste video. Esperta di cinema e di qualsiasi film sia stato girato, i membri della redazione sfruttano palesemente le sue doti di regista per realizzare interviste a ripetizione.

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