Storia e proteste della comunità LGBTQ nel cinema

Nell’ultimo periodo si sta discutendo animatamente se si possa effettivamente attuare una proposta di legge riguardante l’omotransfobia. Giugno, il mese dell’orgoglio omosessuale, è terminato e nonostante le bellissime iniziative che si sono tenute a distanza nel tentativo di sostituire il Pride le aggressioni nei confronti di persone appartenenti alla comunità LGBTQ+ non sembrano aver subito un drastico calo. L’ultima vicenda riguardante la violenza subita da una coppia di Pescara è infatti solo l’ennesimo monito che la dinamica di odio insita nella società non tenderà ad interrompersi in tempi brevi, a meno che non si prendano dei provvedimenti adeguati.

Nei mesi precedenti si è scatenata su Twitter un’aspra polemica mossa da un utente che si lamentava del fatto che nelle ultime produzioni Netflix ci fosse un numero inverosimile di personaggi queer e relazioni omosessuali che, non solo disturbava la sua visione di tali contenuti, ma spiegava oltretutto come statisticamente una rappresentazione così varia fosse non aderente alla realtà. Gli utenti del social sono prontamente insorti e l’utente ha avuto anche una risposta direttamente dalla casa di produzione, la quale ha ribattuto quanto sia fondamentale raccontare storie che siano diversificate in modo che ognuno possa sentirsi compreso e rappresentato, precisando che è proprio la realtà in cui viviamo ad essere così variegata e meritevole di essere raccontata.

La domanda che sorge è tuttavia la seguente: è corretto dare visibilità alla comunità gay e in generale alle minoranze, ma quando una rappresentazione diventa veramente efficace? Per affrontare questo discorso occorre fare una giusta premessa: non tutti i modi di raccontare una storia sono opportuni. Esistono film, serie tv o prodotti audiovisivi che hanno elementi validi che potrebbero offrire un taglio diverso alla storia, eppure molte volte essi non sono sfruttati al meglio.

Perché succede questo? Perché in una società che chiede maggiore molteplicità di personaggi e storie ancora sussistono certe polemiche e stereotipi narrativi?

È opportuno dunque, mettere in evidenza alcune rappresentazioni del mondo queer ormai datate e imprecise, prime tra tutte quelle in cui un certo personaggio che appartiene alla comunità LGBTQ+ abbia un arco narrativo che ruota solo ed unicamente al suo orientamento sessuale o di genere. È innegabile, che tutti quei prodotti filmici e televisivi che negli ultimi vent’anni hanno dedicato pellicole o episodi interi a raccontare le paure e i desideri legate al coming out e alla scoperta della propria identità siano stati non solo indispensabili, ma incredibilmente didattici, riuscendo a portare alla luce tutte quelle problematiche prima ignote al pubblico mainstream. Ad ogni modo, scadere nella banalizzazione e nell’atteggiamento che basti caratterizzare un personaggio solo ed unicamente in base alle sue preferenze sessuali (e agli stereotipi che ne derivano) è errato, non solo perché si tende così a generalizzare un’intera comunità di persone, ma soprattutto perché non dona un quadro veritiero della realtà. Oggettivamente, sarebbe assurdo pensare di poter incasellare le persone solo ed unicamente basandosi su una o due caratteristiche, poiché nella quotidianità individui del genere non esistono.

L’essere umano è dotato di una complessità disarmante, rendendo perciò assolutamente scorretto e fazioso un atteggiamento di categorizzazione a priori. Tutti provengono da un passato da cui sono stati formati in innumerevoli aspetti, un presente nel quale si pongono obiettivi variabili da persona a persona, un futuro mutevole e a volte imprevedibile. In una parola: complessità.

Documentari come “Paris is burning” (1990, diretto da Jennie Livingston), che racconta la nascita e lo sviluppo della ball culture (il primordiale immaginario drag) alla fine degli anni ‘80 a New York ne è un esempio tangibile. I personaggi che animano la vicenda appartengono ognuno in modo diverso alla comunità LGBT, e sebbene le loro storie partano da un contesto di minoranza comune, ognuno ha sogni ed aspirazioni che spaziano totalmente dalla categorizzazione che la società tenta di imporre loro.

Film come “Brokeback Mountain” (2005, diretto da Ang Lee) e “Moonlight” (2016, diretto da Barry Jenkins) forniscono un’ulteriore spunto di riflessione in merito. Sono entrambe storie estremamente drammatiche in cui si cerca non solo di esplorare le difficoltà nel venire a termini con la propria identità, bensì si tende ad estendere il discorso al modo in cui la società si rapporta con il “diverso”, su come si cerchi in maniera fallimentare di uniformare ciò che è “strano”, “inusuale”.

Questo deve essere il fulcro di ogni buona rappresentazione: cercare di rendere umane, complesse, contraddittorie, sfaccettate tutte quelle situazioni che sono entrate nell’immaginario collettivo sotto forma di stereotipo, facendo in modo così di abbattere quest’ultimo dall’interno, di fornire un altro punto di vista. Lo stesso discorso è applicabile perciò anche a tutto quell’insieme di luoghi comuni (come la promiscuità o la tendenza a non avere uno stile di vita stabile) che non sono alla fine così facilmente riscontrabili nella società.

Tuttavia, se la creazione di personaggi e trame bidimensionali è una problematica legata alla parte creativa della realizzazione filmica e seriale, è necessario trattare anche dell’importante lacuna relativa alle opportunità date alle persone queer nella realizzazione materiale di tali contenuti. In parole povere, fare luce sull’immenso divario di possibilità che le persone LGBT subiscono nel cercare di lavorare nell’industria.

Qualche tempo fa è scaturita una polemica che ha diviso in due l’opinione pubblica.

All’attrice Scarlett Johansson era stata offerta la parte di un noto gangster americano transessuale Dante ‘Tex’ Gill in un film in produzione dal titolo “Rub and Tug”, ruolo che però l’attrice si è sentita di declinare date le aspre accuse che le sono state rivolte dalla comunità LGBT. L’opinione pubblica ha attaccato la Johansson recriminandole quanto fosse scorretto che lei, donna cisgender, potesse interpretare il ruolo di un uomo transessuale quando si poteva offrire il medesimo ruolo ad una persona che avesse vissuto questa condizione.

Questa diatriba risulta estremamente inadeguata, nello specifico, per tre fattori.

Il primo è che, solitamente, per uomini che hanno interpretato donne transgender il pubblico e la comunità queer non hanno mai sollevato polveroni di questo genere. Ne è un esempio l’eccellente performance di Eddie Redmayne nel film “The Danish Girl”, con il quale l’attore ha persino ricevuto la candidatura all’Oscar.

Punto numero due: creare dei ruoli che possano essere interpretati solo da una certa categoria di persone è alquanto assurdo e dimostrerebbe un’ulteriore chiusura nei confronti di moltissime persone.

Il terzo invece, si riferisce soprattutto alla parte probabilmente più finanziaria del prodotto filmico. Purché un film riscuota successo deve esserci un pubblico disposto a vederlo. Se il pubblico non è spinto solamente dalla trama, probabilmente un grande traino può essere fornito dal cast, solitamente con qualche nome abbastanza conosciuto. Dunque credo sia lecito supporre che una pellicola avente come protagonista Scarlett Johansson avrebbe portato molto pubblico in sala, rendendo una storia di nicchia accessibile anche a spettatori più vari.

Con questo non si vuole insinuare che non esista un’effettiva problematica riguardante le possibilità che vengono offerte alle persone che rientrino nella comunità LGBTQ+, perché è evidente che essendo sorta una discussione simile ci sia una grande insofferenza di fondo.

Il nodo centrale di questo discorso vuole essere tuttavia l’efficacia con la quale si possa raggiungere un ampio pubblico con una storia che sia ben raccontata. L’equità deve essere perciò un fondamento sul quale si dovrebbe basare la produzione di queste storie, ma occorre che sussista anche una nuova correttezza, una nuova complessità nel raccontarle. Occorrerebbe in definita riuscire a fare un ennesimo salto in avanti, un ulteriore progresso; sono oltre 50 anni che si festeggia il Pride ed è tempo che alle vicende che vediamo accadere nelle nostre vite venga restituita la dignità, la complessità e il rispetto che meritano. Si potrebbe sperare che con questo dunque, il cinema e la realtà possano influenzarsi a vicenda, facendo in modo che, in entrambi, si possa riuscire a conquistare un giusto lieto fine.

Fonti:

  1. https://www.google.it/amp/s/www.repubblica.it/spettacoli/cinema/2018/07/18/news/scarlett_johansson-202076533/amp/

  2. https://www.google.it/amp/s/www.giornalettismo.com/netflix-troppi-personaggi-gay/amp/


Diderot
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Francesca Di Pasquo
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Responsabile video

Studentessa del DAMS di Roma Tre, Francesca “Fru” è entrata nella redazione come responsabile del gruppo interviste video. Esperta di cinema e di qualsiasi film sia stato girato, i membri della redazione sfruttano palesemente le sue doti di regista per realizzare interviste a ripetizione.

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