Brexit, un racconto da Londra

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Usata migliaia di volte. Scritta su notiziari, striscioni e social media. Urlata nei megafoni delle piazze e nei microfoni del parlamento inglese: ma cos'è veramente e quando ha avuto inizio la Brexit?

A Settembre 2019 mi sono trasferita a Londra. Tutte le persone cui lo dicevo erano felici per me, ma un secondo dopo mi chiedevano: “E come fai con la Brexit?”. Ho sempre risposto scrollando le spalle, perché dopo tre anni di problemi, la Brexit mi sembrava lontana ed irrealizzabile. Poi, un giorno di Novembre, a Kensington, un uomo inglese sulla trentina con cui stavo avendo una discussione mi ha detto: “Vedi? È per questo che facciamo la Brexit!”, indicandomi. Non mi sono mai sentita così disprezzata: quelle parole e quello sguardo carico di disgusto per la prima volta nella mia vita mi hanno fatto sentire un ospite sgradito e la cosa più strana era che non vedevo grandi differenze tra me e quell’uomo che a modo suo mi stava cacciando. Quando mi sarò laureata, la Gran Bretagna sarà già fuori ufficialmente e tutti gli italiani che si sono trasferiti in un paese membro dell’UE per mantenere i loro diritti saranno le vittime del nazionalismo inglese. Vi racconto un processo tortuoso e sofferto, visto attraverso gli occhi di un’europea in Inghilterra.

Nel 2016 Collins Dictionary l’ha resa parola dell’anno, dopo aver tracciato un aumento del suo utilizzo del 3.400%. Stando a Oxford English Dictionary, il termine risale al 2012, a coniarlo fu Peter Wilding, il fondatore del think tank British Influence. Lo stesso Wilding ha poi definito la sua invenzione “un triste epitaffio per il declino e la possibile caduta di una nazione”. Da questa forte definizione e dai dati precedenti, è facile capire perché l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea ha costituito un momento storico significativo per tutti.

Il tema della Brexit non è poi così recente, in realtà: le radici della spinta anti-EU andrebbero fatte risalire a poco dopo l’ingresso della Gran Bretagna nell’UE nel 1973. A distanza di solo due anni infatti, nel 1975, il neo-governo Laburista, il partito della working class inglese, propone un referendum per rimanere o meno nelle comunità europee. Trent’anni dopo, nel 2013, a parlare di nuovo di referendum per l’uscita dall’Europa è un primo ministro: David Cameron, leader del partito Conservatore e premier dal 2010. In un discorso, Cameron parla dell’elevato livello del debito, della “mancanza di competitività”, del “controllo del pensiero” e della “perdita di fiducia della gente nelle istituzioni di Bruxelles”, annunciando poi una rinegoziazione dei trattati EU-UK e un successivo referendum relativo alla permanenza nell’Unione, pur essendo lui stesso convinto che la Gran Bretagna non debba uscirne. La Brexit diventa così possibile e il partito euroscettico UKIP (United Kingdom Independence Party) è sempre più popolare, merito anche del suo leader dal carisma populista e nazionalista, Nigel Farage, anche conosciuto come The man who made Brexit, come recita il titolo di un documentario su di lui di Channel 4.

23 Giugno 2016. Il Regno Unito sceglie di lasciare l’UE. ‘Leave’ supera ‘Remain’ marginalmente: 52% contro 48%. Il Paese è spaccato quasi a metà e soprattutto emerge fortemente la frattura tra le nazioni dello stato: Scozia e Irlanda del Nord vogliono restare, Galles e la maggior parte dell’Inghilterra no. E poi c’è la capitale cosmopolita, Londra. I toni si fanno drammatici, perché la sensazione di essere trascinati fuori dall’Europa contro la propria volontà brucia per il 48% dei tre quarti di inglesi andati a votare (72.2%) e ancora di più sul quarto della popolazione che ha sottovalutato (o dovrei dire sopravvalutato) i connazionali. Ma un referendum, in una democrazia moderna, dovrebbe essere l’espressione più diretta della volontà popolare. Dunque, Brexit sia. Ma a quali condizioni? Cameron, sconfitto, rassegna le dimissioni. Poche settimane dopo, Theresa May diventa primo ministro, avendo vinto le primarie tra i conservatori, con un obiettivo è tanto chiaro quanto ostico: compiere la volontà dei cittadini e proporre un deal soddisfacente per tutti.

Gennaio 2017. La PM delinea la strategia per portare a compimento la Brexit. Le problematiche da tenere a mente per entrambe le parti sono innumerevoli: salvaguardare l’economia inglese, chiarire le future opportunità per il Regno Unito. Ad aggiungersi al resto, c’è un nodo da sciogliere tra Irlanda ed Irlanda del Nord, conosciuto come ‘the Irish border backstop’. Le 310 miglia di confine aperto, dove merci e persone circolano liberamente, sono attraversate ogni giorno da migliaia di lavoratori. Cosa succederà quando un territorio sarà parte di Schengen in quanto paese UE e l’altro no? L’opzione del backstop vedrebbe l’Irlanda del Nord mantenere alcune condizioni comuni a Irlanda ed UE, con lo scopo di lasciare il confine il più aperto possibile; d’altra parte, questo significherebbe trattare diversamente una parte del paese e Theresa May non può permetterselo, non con le spinte secessioniste della Scozia. Una cosa che ho imparato in questi mesi a Londra è che il Regno non è poi così Unito. La Brexit ha inasprito conflitti antichi che caratterizzano la politica inglese da secoli e la lunga trattativa ha esasperato le differenze culturali e ideologiche all’interno delle varie regioni. Ma l’Articolo 50 mette sotto pressione le trattative: l’accordo deve essere raggiunto entro due anni. La data di scadenza è il 29 Marzo 2019. Le negoziazioni hanno inizio in estate e a Novembre dell’anno seguente si ha una prima bozza approvata dai membri dell’UE. La situazione all’alba del voto dei parlamentari inglesi è molto tesa. Gli MPs votano, 432 contrari, 202 favorevoli. Storicamente è la più grande sconfitta del governo, che viene sfiorato dalla possibilità di un voto di sfiducia e di un’elezione generale a pochi mesi dalla scadenza dettata dall’Articolo 50. Il 12 Marzo 2019 c’è una nuova votazione. È ancora un fallimento: 391 contro 242. La May a questo punto si gioca il tutto per tutto: promette di ritirarsi se la sua proposta verrà accettata. Il 29 Marzo, giorno della scadenza dei due anni, il risultato della terza votazione è 344 contro 286. Il fallimento è totale.

La primavera porta importanti novità: l’Unione concede un prolungamento al 31 Ottobre, con l’obbligo di partecipare alle elezioni europee di maggio per il Regno Unito. Gli inglesi scelgono UKIP, il partito anti-EU, per rappresentarli nel parlamento di Bruxelles. A giugno la May si ritira, e a luglio Boris Johnson Bojo diventa primo ministro della Gran Bretagna, con la promessa di trascinare fuori dall’Europa il paese entro il 31 Ottobre, con o senza un deal. Le prime proposte vengono rifiutate dall’UE e BoJo si impegna sulla questione irlandese. Mi sono appena trasferita a Londra, e il clima generato dal nuovo leader è strano e non rassicurante, tantomeno per chi viene dall’Europa e crede nell’Europa. Gli inglesi sono stufi e in molti danno fiducia a chiunque possa chiudere il capitolo Brexit una volta per tutte. Il 17 Ottobre viene annunciato che è stato trovato un accordo. Non c’è tempo e il parlamento inglese si riunisce di sabato per dibattere: non accadeva da 37 anni. Sono giorni di grande tensione. Il 12 Dicembre è fissata un’elezione generale e con l’avvento di Halloween, la seconda scadenza per la Brexit passa senza una conclusione. Noi siamo in giro a festeggiare (mascherate ovviamente), e cosi tutto il resto della capitale inglese. Questo ulteriore ritardo sembra tanto uno scherzo di Halloween e l’idea che la Brexit possa farsi realmente sembra sfumare, allontanarsi nelle mani dell’incompetenza e del disaccordo dei politici. Siamo giovani, ci penseremo domani.

Dicembre 2019. Boris e i conservatori vincono le elezioni con una maggioranza notevole, guadagnando ben 365 seggi: l’ultima vittoria cosi schiacciante per la destra inglese risale al 1983. Queste elezioni sono particolarmente significative. Non solo, infatti, viene premiato il partito che ha fatto della Brexit uno slogan (“get Brexit done”) e penalizzato quello che non ha comunicato con efficacia e fermezza una posizione sul problema più straziante per gli elettori (al punto tale da perdere il supporto di zone storicamente Labour come la Blyth Valley). Ma la terza forza politica del paese diventa un partito separatista, lo Scottish National Party, che guadagna 48 seggi. È la prova che la Scozia non vuole uscire dall’Europa ma dal Regno Unito. In questi risultati, tanto prevedibili quando amari, c’è la fotografia di un paese in un momento storico. Grazie alla mia università, ho l’occasione di recarmi alla BBC per assistere alla maratona notturna per scoprire in diretta i risultati. Il conto alla rovescia per l’exit poll viene proiettato sul palazzo della sede, a Oxford Circus, della BBC, e contribuisce a creare quella suspence già ampiamente diffusa. Ovviamente piove. I mesi in Inghilterra mi hanno fatta abituare alla pioggia, soprattutto quella sottile e fina che poi all’improvviso diventa diluvio, tipica di Londra. Non mi dà più molto fastidio, mi sono quasi abituata. Ma quella pioggia sulla capitale era piena di significato. Mi trovo con due miei amici, Balint, di Budapest, e Jonas, tedesco e polacco. Un bel mix, siamo molto diversi, ma siamo anche molto simili. Europei, con sogni e passioni, che hanno scelto di lasciare casa per inseguirli in un paese fratello. E ora, sotto la pioggia incessante, insieme a decine di studenti come noi, simili e diversi, possiamo solo guardare la giornalista che mostra alla Gran Bretagna i risultati. La cartina geografica divisa per constituencies si tinge di blu, la Scozia, interamente gialla, sembra già un’entità a parte. Quella notte è stata un po’ l’addio alle ultime speranze che la Brexit potesse effettivamente non avvenire. Ci credevamo, i giovani inglesi ci credevano ed era giusto così. Wilding, l’inventore della parola Brexit, la descrive duramente come una sindrome narcisistica avviata da nostalgici ciarlatani perché i veri politici non hanno avuto la forza di guidare. Lo sconforto e l’amarezza di Wilding, quella sera come oggi, è anche il nostro, ma solo quando questo capitolo potrà dirsi chiuso avremo tutti la possibilità di voltare pagina e guardare avanti.

Con un tale supporto in parlamento, è facile per il primo ministro Johnson far approvare la sua proposta di deal. E cosi avviene, il 23 Gennaio. Quando, pochi giorni dopo, Bruxelles dà il suo ok, non ci sono più ostacoli. Il 31 Gennaio 2020, nel momento in cui le lancette del Big Ben segnano le 11 (mezzanotte CET), il Regno Unito esce dall’Unione Europea. Quel giorno ero a casa, e per tutto il tempo io e le mie coinquiline siamo state indecise se recarci o meno a Westminster. Era una situazione pericolosa, ma anche storicamente irripetibile. Era la fine di un viaggio, la cui parte conclusiva avevo vissuto da vicino, non potevamo perdercela. Ho messo la mia maglietta con la bandiera europea e insieme ci siamo dirette al parlamento. Migliaia di persone riempivano la piazza, ma la situazione tuttavia era più tranquilla del previsto. Avevamo la sensazione che avremmo trovato tante persone come noi, che erano venute a salutare e testimoniare. Invece la piazza era piena di persone felici che celebravano il loro ‘Independence Day’, con il conto alla rovescia degli ultimi secondi nell’Unione Europea. La cosa più triste è stata trovarsi circondate anche da giovani, che cantavano e ballavano. La cosa più fastidiosa, invece, è stata vedere un gruppo di ubriachi di birre e di vittoria che si sono arrampicati sulla statua di Winston Churchill. La mancanza di rispetto storico di entrambe le cose mi ha turbata e mi ha fatto riflettere. In questi mesi non ho potuto fare a meno di parlare di Brexit spesso e con qualunque inglese conoscessi. La mia curiosità era soprattutto capire da dove provenisse la rabbia nei confronti dell’Europa per la gente comune. Non ho avuto molte testimonianze dirette, perché Londra è una città cosmopolita dove ogni spicchio di mondo è rappresentato, rispettato ed integrato. Ma quello che ho capito è che se la classe politica non se ne occupa, la ricerca di un colpevole su cui scaricare i problemi di una nazione cadrà sempre su chi è diverso ma vicino. La xenofobia e il razzismo sono due serpi che si sviluppano in seno anche ai popoli dove meno te lo aspetteresti. E gli ultimi anni ne sono stati una vera e propria testimonianza a livello globale. Ma tornando alla nostra piccola grande comunità europea (perché ricordiamoci che era nata come Comunità, con la CEE), non si può pensare che non ci siano stati errori da entrambi le parti, come nella stragrande maggioranza delle separazioni. E dal momento che sul passato bisogna riflettere per poi agire su presente e futuro, la Brexit rimane una lezione amara per gli inglesi e per tutti gli europei. Da una parte, per capire che da soli non si può fare quello che si fa insieme (e credo che la pandemia di Covid-19 stia già mettendo alla luce le conseguenze della solitudine); dall’altra, per ricordarsi che alla base delle organizzazioni internazionali deve esserci l’identificazione storica e culturale dei membri. Altrimenti è un edificio costruito su fondamenta instabili che cederanno alla prima scossa.

Note: Tutte le immagini utilizzate sono state scaricate dal sito www.pixabay.com


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