Piacersi e accettarsi: la lotta contro gli standards sociali di bellezza

Alzi la mano chi, nel periodo del lockdown, non si è mai imbattuto in un meme o in una vignetta che ironizzasse sull’aumento di peso in quarantena. Sarà di sicuro capitato a tutti di vedere foto di influencer con corpi gonfiati da Photoshop o slogan del tipo “quando usciremo da questa quarantena saremo tutti dei ciccioni”. Tuttavia, l’ironia sull’aumento di peso non ha fatto ridere proprio tutti, specialmente chi quel tipo di corpo lo vive tutti i giorni, o gli attivisti dei movimenti per la body positivity e fat acceptance, che da anni portano avanti battaglie che si muovono esattamente in senso opposto. La polemica sul fenomeno è scoppiata come una miccia, specialmente dopo che Chiara Ferragni e Fedez, seguiti da altri, hanno postato foto dei loro corpi ingrassati da Photoshop o dopo il caso di body shaming nei confronti della giornalista Giovanna Botteri. È necessario ammettere che a tutti o quasi sarà scappata una risata o un sorriso nel vedere sui social uno dei meme in questione, di cui sono sommerse le nostre bacheche, la vera domanda da porsi è la seguente: perché i memes sull’aumento di peso in quarantena ci fanno così tanto ridere quando magari non dovrebbero, o meglio, come mai il fatshaming è diventato così permeante nella nostra cultura da non accorgercene nemmeno più?

Cos’è quindi oggi il body shaming, come si declina e da dove nasce la lotta a questo fenomeno, come possiamo identificare più prontamente gli atteggiamenti grassofobici e quali ideali porta avanti esattamente la filosofia bodypositive?

Il movimento per la body positivity professa, in primo luogo, l’accettazione del proprio corpo e il self love, oltre che la liberazione da standars di bellezza eteroimposti, che sollecitano l’adeguamento ad un modello corporeo proposto come l’unico possibile e socialmente accettabile.

Si fa paladino dell’idea che ognuno debba avere un’immagine positiva del proprio corpo, che tutti abbiano pari dignità e pari diritto ad essere rappresentati, eliminando la sperequazione che innegabilmente esiste tra corpi magri e corpi grassi.

Il movimento body positive, al contrario di ciò che solitamente si pensa, ha una storia vecchia di almeno cinquant’anni e affonda le sue radici proprio nel movimento per la Fat Acceptance, sviluppatosi negli Stati Uniti intorno agli anni 60. In questo periodo storico, in seguito all’avvento della società dei consumi, assistiamo ad un repentino e quanto mai inaspettato cambiamento negli standards di bellezza: la donna in carne, che prima era emblema di sensualità ed avvenenza, basti pensare alla corporeità di icone come Marilyn Monroe o Sophia Loren, perde carisma e diventa ora il phisique du role della donna guardiana del focolare, benestante e capitalista e, spesso, non ancora emancipata dall’uomo. Il movimento della Fat Acceptance nasce dunque con l’obiettivo di recidere il collegamento ideologico creatosi tra persone in carne e consumismo, manifestando contro lo stigma sociale del peso e contro quell’identità priva di fondamento.

Il movimento cresce e si sviluppa soprattutto negli USA, dove viene fondato il Fat Underground movement, principalmente da donne di colore, e viene siglato il Fat Liberation Manifesto, intorno agli Settanta. Da quel momento, la fat acceptance prende piede molto più rapidamente e conta un numero sempre maggiore di seguaci e sostenitori. Nel 1969 viene fondata la NAFA (National Association to Advance Fat Acceptance) con lo scopo di difendere i diritti e migliorare lo stile di vita delle persone grasse, che già allora erano costrette ad affrontare serie difficoltà di inserimento lavorativo e accettazione sociale. Negli anni 90 vede la luce il The Body Positive Movement, che non solo ha lo scopo di sensibilizzare sui disturbi del comportamento alimentare, ma decide di battersi fermamente per portare avanti la convinzione che ogni corpo sia giusto e meriti rispetto per ciò che è.

La body positivity inizia dunque ad essere un fenomeno diffuso, quasi dilagante in alcune parti del globo, tanto che alcuni brand notano questa nuova forma di promozione del corpo e di auto accettazione e decidono di fare propria la filosofia body positive. Il primo brand a muoversi in tal senso fu Dove nel 2004, peccato che il risultato ottenuto non fu quello di promuovere la self acceptance, ma di alimentare polemica e insoddisfazione. Il brand infatti decise di usare, per una sua pubblicità, corpi di donne “normali” (o almeno ritenuti tali), abbracciate tra loro che ci invitano ad “amarci con le nostre imperfezioni”. La campagna di Dove venne duramente criticata da numerosi movimenti e attivisti, che non sentendosi rappresentati affatto dall’operazione commerciale, hanno piuttosto intravisto una nuova forma di strumentalizzazione del movimento e della corporeità femminile a fini commerciali. Le principali critiche mosse a Dove vertevano sostanzialmente su due punti, ossia il concetto di corpo ritenuto normale e quindi socialmente accettabile e quello di corporeità imperfetta: chi e cosa decide che un corpo debba essere ritenuto “normale” ed un altro no? Rispetto a cosa dovremmo sentirci imperfette e perché? Il brand venne dunque accusato, come molti altri in seguito, di aver sfruttato la filosofia body positive per strategie di marketing, non con l’intento di promuovere un’equa rappresentazione di tutti i corpi, ma propinando un’idea di una bellezza naturale, attraverso una fotografia del reale che è in realtà molto più variegata di quello che viene presentato nella campagna. Allo stesso tempo, ancora oggi ad anni di distanza dalla nascita dei movimenti per la fat accepatance, moltissimi brand che dichiarano di abbracciare tale filosofia non rendono operativa nei fatti questa loro intenzione, scegliendo di non produrre i loro modelli in taglie che vadano oltre la 44 o la 48, rendendo quindi ancora più difficoltoso per le persone grasse trovare vestiti che non siano quelli fatti su misura e che spesso risultano essere molto costosi.

Inoltre, per comprendere davvero gli ideali che muovono il movimento e l’importanza che esso riveste, è necessario chiedersi da quali fondamenti ideologici tragga origine, quindi cercare di rispondere alla domanda sul perché, ancora oggi dopo anni di lotte, il corpo di una persona grassa faccia inevitabilmente sorridere o sia accompagnato da stigma sociale e repulsione. Per comprendere, è necessario rivolgere uno sguardo alla rappresentazione visiva e iperbolica che viene comunemente fatta delle persone grasse: vengono considerate buffe, goffe o simbolo di pigrizia. Nei film il personaggio grasso ci diverte perché commette gaffe, errori, è rozzo o comunque sgraziato nel suo complesso e piazzato lì proprio per provocare la nostra risata. All’idea della persona grassa si accompagna spesso anche quella della persona inetta, ingorda o pigra. Questo tipo di rappresentazione non fa altro che alimentare la repulsione, rendendoci una società inevitabilmente grassofobica, in cui l’immagine di un corpo grasso viene guardata con approvazione solo se rappresenta il “prima” in un post motivazionale o in uno spot sulla perdita di peso.

Una volta compresa l’origine della nostra ilarità, torniamo alla dibattuta questione sui meme grassofobici, cercando di comprendere i meccanismi che vi sono alla base: durante la quarantena è stato più difficile muoversi o praticare sport, sia all’aria aperta che nelle palestre, le persone sono state costrette loro malgrado ad una vita più sedentaria ed il cibo ha acquistato un valore differente, cucinare è diventato un modo per impegnare il tempo, per gratificare il nostro palato o per sentirci più vicini alle persone che amiamo e non possiamo vedere. Nelle nostre teste diventa quindi chiara ed evidente come non mai un’uguaglianza elementare: cibo più pigrizia uguale grasso, pensando così che tutte le persone grasse lo siano per lo stesso motivo, riducendo ad una formula elementare quello che è un universo infinito di possibilità che non conosciamo e non dobbiamo avere la pretesa di valutare.

Questa concezione diffusa, non fa altro che alimentare ancora il meccanismo che ci obbliga a fornire sempre spiegazioni per come si presenta, com’è o com’è diventato il nostro corpo, su come scegliamo di mostrarlo, spiegando e raccontando cosa ci ha portato a quel punto, sia che si tratti un corpo magro che di un corpo grasso. Ci ritroviamo accerchiati dal metro di giudizio del “troppo”, per cui un corpo è sempre troppo grasso o troppo magro, troppo tatuato, troppi piercing, troppo vestito o troppo poco. Ecco perché il body shaming è oggi una questione che riguarda tutti, gli uomini come le donne e i giovani come gli adulti, perché ognuno di noi almeno una volta si è sentito inadeguato nel rapportarsi ad uno standard, muovendosi all’interno della dicotomia che va dall’autoironia alla storia strappa lacrime, nel tentativo di giustificare la propria corporeità, tentativo che porta con sé la convinzione che essa sia in qualche modo sbagliata. L’autodeterminazione e l’auto accettazione rimangono le armi più potenti che abbiamo a disposizione per combattere questo stigma, oltre ad un vasto insieme di “buone pratiche” che possano portarci a smettere di valutare i corpi altrui come se si trattasse di un argomento che ci riguarda. È auspicabile che la lotta al body shaming possa continuare ad essere una questione politica per la difesa di diritti ed un’attitudine mentale che aiuti a non ledere la libertà di autodeterminazione altrui, non solo un hashtag acchiappa like o una strategia di incremento delle vendite.

Fonti:

  1. https://sites.williams.edu/engl113-f18/foreman/the-fat-underground-and-the-fat-liberation-manifesto/

  2. https://www.naafaonline.com/dev2/about/index.html


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