Blackouttuesday

George Floyd è stato assassinato, soffocato senza aver opposto alcun tipo di resistenza. L’artefice dell’omicidio è un poliziotto, che gli ha tolto il respiro schiacciandogli il collo con il proprio ginocchio, un’agonia durata più di 8 minuti, mentre tre colleghi osservavano indifferenti la scena. I poliziotti richiedono l’autopsia per escludere il soffocamento, insabbiando il normale percorso che avrebbe dovuto svolgere la giustizia. All’inizio delle proteste non vengono neanche arrestati, semplicemente licenziati. L’indifferenza uccide e per questo oggi nasce il #Blackouttuesday. Non si tratta di mettere solamente una foto nera, ma di diffondere informazioni, per combattere l’indifferenza e mettere un fermo, per un giorno, a tutti i tipi di post personali che non riguardino la situazione negli Stati Uniti. È necessario fermarsi e riflettere. Sapendo che la comunità nera è la fascia socialmente più debole, questa tragedia, la frustrazione e l’impotenza, conseguenze delle poche speranze lavorative per la disoccupazione crescente (emblema della crisi post-Covid-19) e quindi anche per la sicura mancanza di un’adeguata assistenza medica, hanno alimentato il fuoco della rivolta. L’ episodio, ultimo di tanti altri nella storia della nazione a stelle e strisce, sembra esser destinato a rimanere impresso nella memoria, questa volta per davvero. Perché per parlarne seriamente bisogna arrivare a bruciare città intere? È mai possibile che nel ventunesimo secolo, nel cuore della civiltà occidentale, per avere giustizia il privato debba ricorrere alla protesta violenta? Sì, è possibile, perché la seconda autopsia richiesta dalla famiglia Floyd smentisce la prima che descrive una morte avvenuta per ipertensione, confermando invece quello che pareva esser ovvio a tutti, cioè morte per asfissia. Troppo frequentemente ci ritroviamo a pensare che la legge non sia effettivamente “uguale per tutti”, così spesso da non sorprenderci quasi più di fronte alle ingiustizie manifeste. È necessario a riguardo fissare un punto chiaro: il problema non è la divisa, ma chi la indossa; il problema non è la legge, ma chi la applica. Non si può fare di tutta l’erba un fascio. Le proteste che hanno avuto origine a Minneapolis per poi spargersi in tutto il resto degli Stati Uniti, fino ad arrivare oggi in Nuova Zelanda, covano certamente episodi di violenza di non poco conto, nonostante molte siano pacifiche.
Le pubbliche autorità hanno fatto di meglio? Video e testimonianze mostrano come i poliziotti siano passati sulle persone con macchine; abbiano spruzzato spray al peperoncino sui bambini,malmenato donne e anziani e demolito le loro stesse auto per criminalizzare un momento di risposta. Sono stati immortalati nel gesto di far “scivolare” accidentalmente mattoni dalle loro mani ai lati delle strade nella speranza che vengano presi dai rivoltosi e avere il pretesto per sparare. Dopotutto, cosa ci dobbiamo aspettare dalla gestione di un presidente che ha scritto: “Troverete a difendere la Casa Bianca dei cani feroci”, richiamando la barbara usanza schiavista di aizzare i cani contro i loro “oggetti” in fuga? Un presidente che ha chiesto al KKK i propri voti, che ha chiesto di sparare per disperdere la folla davanti la propria residenza, di non esser deboli e che ha tenuto un discorso dichiarando guerra ai propri cittadini per poi fare una foto con la Bibbia. Nel suo ultimo discorso ha minacciato di mandare l’esercito per fermare le rivolte, lo stesso esercito che ha giurato di proteggere i cittadini del suo paese. Sarebbe forse più “civile” che l’esercito, la polizia e qualsiasi altra forma di forza armata rispondesse al proprio popolo e alla propria costituzione (chiaramente non razzista) e non all’autorità di chi presiede la Casa Bianca? Per citare la portavoce del movimento #blacklivesmatter Tamika Mallery, “quand'è che troppo è troppo?” Ora è troppo. E per amor di chiarezza nessuna protesta pacifica si è mai conclusa con la conquista dei diritti. Pensiamo alle proteste per i diritti degli omosessuali, alle suffragette. Se distruggere una città è l’unico modo per farsi ascoltare noi dobbiamo fermarci e chiederci perché e come è possibile che si sia arrivati a tanto. Gli Stati Uniti hanno assistito a numerose proteste civili nel tempo, ma non hanno mai portato al conseguimento della giustizia né, tantomeno al riconoscimento de problema, come dimostra il fatto che #blacklivesmatter non è nato una settimana fa, ma nel 2013, in seguito all’assoluzione di George Michael Zimmerman, un americano che aveva sparato al diciasettenne afroamericano Trayvon Martin.

Sapete qual è una delle minacce più assurde dei “civilissimi” americani? “Chiamo la polizia e gli dico che ho un nero nel mio giardino e vuole farmi del male” perché il pregiudizio è alle fondamenta di gran parte dei distretti di polizia degli Stati del Sud. Il white privilege esiste. Dobbiamo accettare che noi bianchi non capiremo mai cosa vuol dire essere di colore. Alcuni obiettano dicendo che non è un privilegio se alla fine si tratta semplicemente di dare dignità ad una persona. Ebbene, se la dignità e il rispetto a priori vengono rivolti solo ad alcune persone, esso è un privilegio. Se ti vengono risparmiati dolore, botte, odio, sofferenze e morte solo per il colore della tua pelle è un privilegio. Questo non vuol dire che se sei bianco non soffri, vuol dire che oltre a tutto quello che può succedere normalmente non patirai altro, soltanto perché hai la pelle bianca. Quello che è successo negli USA non può lasciarci indifferenti, noi non ne siamo immuni. Dobbiamo parlare, dare voce, informarci perché l’odio è ovunque, ha mille forme e agisce quando meno te lo aspetti. È in Italia, in Francia, in Germania, in Giappone, in Spagna. È In tutto il mondo. Non sentir parlare di queste tragedie o esserne distanti migliaia di chilometri non ci renderà immuni. Non basta più dire “Io non sono razzista”. I fatti di questi giorni rendono evidente che bisogna essere contro il razzismo. Questo è un argomento che deve toccare tutti, chi volta le spalle accetta, chi ignora difende i razzisti e gli abusi di potere.

Cosa possiamo fare?


Diderot
Diderot

Dalla volontà di impegnarsi in qualcosa di utile che prende vita Diderot, sito divulgativo libero e indipendente, che nasce dal desiderio di proporre una modalità di informazione differente, basata su ricerca, esperienza e passione di giovani che scrivono per altri giovani, per rappresentare un’alternativa ad un ambiente saturo di notizie selezionate e ragionamenti vuoti.

comments powered by Disqus

Correlato