Venezuela: un Paese dal futuro incerto

LA STORIA

Il Venezuela, nazione indipendente teoricamente dal 1811, oggi viene definito “Repubblica Federale Bolivariana del Venezuela” e si compone di 23 Stati ed un distretto federale, il Distrito Capital.

Com’è comune nell’America Latina, la popolazione venezuelana è caratterizzata dal cosiddetto meticciato: sono tanti i popoli che convivono, etnie indigene mischiate con bianchi di origine ispanica o con creoli e africani, ma anche europei. La storia del Venezuela è particolare e si divincola tra boom economici e profonde crisi economiche e politiche; è la storia di un popolo che vorrebbe vivere pacificamente ma che è costantemente oppresso da una politica economica totalizzante. La porzione di storia del Venezuela che tratteremo inizia dal 1840, anno in cui i caudillos, i leader politico-militari, assieme ai signori locali, scoprono l’oro nero, la futura “fonte” di ricchezza ma anche di povertà del Paese. Agevolato da questa importante scoperta, il Venezuela diventa, nel 1950, il quarto Paese per PIL pro capite al mondo, nonostante le ricchezze derivate dall’estrazione e dal commercio di questo tendano a sfamare maggiormente le bocche dei più potenti, tra cui i funzionari del governo.

Dopo anni di colpi di stato e tumulti, si arriva all’elezione, nel 1958, di Romulo Betancourt, che dà vita ad un periodo pacifico caratterizzato da elezioni e governi civili e democratici che favoriscono, tra il 1968 ed il 1978, un boom economico del Venezuela. In particolare nell’anno 1971 il Paese risulta essere il più ricco del Sudamerica, grazie all’influenza del petrolio, riconosciuto come prima fonte d’entrata del Paese.

Sfruttando i ricavi dovuti all’aumento dei prezzi seguito alla crisi petrolifera del 1973, nel 1975 il governatore Perez trasforma lo stato del Venezuela in un “petrostato”, aumentando così le disparità tra le diverse classi di popolazione.

All’inizio del 1980 l’economia venezuelana si paralizza ed il Pil del Paese diminuisce del 46%. Conseguenze di questa situazione economica precaria sono le proteste dei venezuelani del 1989, puntualmente interrotte dall’intervento aggressivo delle forze armate.

In questa situazione di forte instabilità economica ma anche politica, si fa spazio, tra il 1998 ed il 2013, il governo di Hugo Rafael Chavez, oppositore di Perez. Egli inizialmente illude il popolo venezuelano con sogni socialisti di redistribuzione dei capitali, per poi affermare il suo governo estremo e di sinistra con l’unico scopo di sfruttare il petrolio a favore del suo potere politico, causando poi inevitabilmente il crollo dei prezzi dell’oro nero e la svalutazione costante della moneta venezuelana.

LA POLITICA e L’ECONOMIA

L’attuale capo dello Stato è Nicolás Maduro, mentre Juan Guaidò, attuale Presidente dell’Assemblea Nazionale ne contesta il titolo.

Nicolas Maduro sceglie di sfruttare al meglio, per fini personali, i benefici economici della politica egoistica di Chavez ma, incapace di governare in maniera adeguata, causa una profonda crisi che lacererà probabilmente per sempre il Venezuela: viene creata una nuova criptovaluta (il Petro) e vengono rifiutati (per pura ideologia) gli aiuti economici internazionali.

Al contrario, Guaidò, con l’aiuto “pacifico” dei venezuelani e di potenze occidentali, cerca di rivendicare la linea di successione governativa e di eliminare Maduro e la sua forza militare.

La politica di Maduro è totalizzante e paralizzante per il popolo venezuelano: l’economia è quasi al collasso, il bolivar è quasi totalmente svalutato, la violenza è estrema, le importazioni dall’estero sono controllate e non sempre permesse, la circolazione di informazioni è limitata, così come anche gli spostamenti dei venezuelani. Un esempio di quest’ultimo aspetto si è avuto nel 2019, quando sono stati riaperti due passaggi di frontiera con Cùcuta, chiusi da quattro mesi per volere del presidente Maduro con lo scopo di bloccare gli aiuti umanitari provenienti dagli Stati Uniti. All’apertura dei due passaggi seguì un vero e proprio esodo: in un unico giorno 37 mila venezuelani hanno valicato il confine in modo legale, per poi arrivare nei campi profughi e negli ospedali di frontiera. Le condizioni dei migranti venezuelani però non sono ottimali: nei campi profughi proliferano infezioni, malattie e malnutrizione.

Dal 2015 più di 4 milioni di persone hanno abbandonato il Venezuela per raggiungere altri Paesi quali Colombia, Perù, Cile, Ecuador, Brasile e Argentina. Molti di questi appoggiano la figura di Juan Guaidò, attuale presidente dell’Assemblea Nazionale, nonché oppositore di Maduro. Il Brasile, ad esempio, essendosi schierato a favore dei venezuelani, consente loro di valicare il confine ed entrare nel paese a condizione che il loro passaporto sia scaduto fino ad un massimo di due anni. Infatti notizia certa ma non molto diffusa è che Maduro non sempre permetta di rinnovare i passaporti venezuelani; in questo modo prolifera da uno Stato all’altro anche l’illegale “traffico di passaporti” falsi o rinnovati da altri Stati.

Come riportato dal settimanale italiano “Internazionale”: “Il 5 luglio l’alto commissario per i diritti umani dell’Onu ha pubblicato un rapporto secondo cui le forze di sicurezza fedeli al governo, come le forze d’azione speciale (Faes), hanno assassinato almeno 6.800 persone dal gennaio 2018 al maggio 2019. Ha documentato casi di tortura, che includono l’uso di scosse elettriche e waterboarding (annegamento simulato).”

L’attuale presidente venezuelano Maduro, dirige un governo narcos, utilizzando la mafia locale al fine di contenere la graduale degenerazione del Paese, ma anche di mantenere i rapporti con le potenze alleate, ossia Russia e Cina. Le città venezuelane risultano essere pervase da gruppi armati costituiti insieme da forze armate e da semplici civili assoldati dal presidente: delle vere e proprie gang legali armate di manganelli, armi da fuoco e moto, pronte a razziare e a fare fuoco su chi non rispetta le leggi ed il coprifuoco, che va dalle 18:00 alle 6:00 del mattino. Un altro sviluppo contemporaneo riguarda la modificazione delle mete relative alle esportazioni venezuelane di petrolio dagli Stati Uniti all’Asia: quantità di petrolio e somme di denaro che certamente non coinvolgono il popolo venezuelano. Dal punto di vista economico il Venezuela sta vivendo un crollo totale che è, probabilmente, destinato a concludersi. Considerando che uno stipendio minimo in Venezuela si aggira intorno ad un milione di bolivar, è difficile per un lavoratore comune comprare anche solo una scatoletta di tonno da 140 grammi (il cui costo si aggira intorno ad 1,1 milioni di bolivar), figuriamoci un kg di carne (9,5 milioni di bolivar).

I venezuelani spesso possono quindi permettersi un solo pasto al giorno, con maggiori difficoltà per chi possiede una famiglia numerosa, per chi non lavora e per chi percepisce uno stipendio inferiore alla media. Quindi, a causa della più alta inflazione del pianeta,, il popolo venezuelano si ritrova a vivere con la costante paura di vedere i propri averi svalutarsi quasi del tutto.

I mezzi pubblici sono presenti solo fino al 20%; i benzinai riescono ad offrire poca benzina e sono poche le persone che possono permettersela; la gente muore di fame, non potendo economicamente permettersi il cibo: uno scenario molto triste e raccapricciante, ai limiti dell’umanità.

Dati allarmanti sono quelli relativi a questi ultimi anni: nel 2018, affrontando il quinto anno consecutivo di recessione, l’inflazione in Venezuela ha raggiunto 2 milioni e 900 punti, mentre nel 2019 ha raggiunto il 530%. Il tutto mentre la Banca Centrale nazionale da quattro anni si rifiuta di pubblicare dati riguardanti la propria economia.

IL POPOLO

Per contrastare la povertà molti venezuelani, per proteggere le proprie proprietà o anche solo i propri risparmi, cercano di concludere o di convertire le proprie operazioni con una valuta stabile, quale il dollaro.

Il governo, a cui sono stati resi noti questi espedienti del popolo venezuelano, ha proibito per decreto alla stampa di parlare di questo fenomeno del dollaro parallelo, provando anche a chiudere i portali digitali che riportano il prezzo del dollaro.

Il popolo venezuelano però, volendo a tutti i costi cercare di uscire dalla situazione tragica che si ritrova a vivere, ha incoraggiato la crescita di un altro settore: la “gold farming”, la produzione di oro virtuale e la sua compravendita tramite l’uso di videogiochi e con l’intermediazione di siti web. In questo modo i venezuelani più intraprendenti riescono a guadagnare, tramite questa rete di videogiochi, anche quaranta dollari al mese, rendendola anche la loro principale fonte di reddito. Nonostante la grande affluenza venezuelana a questo nuovo modo di concepire l’economia, vi sono dei rischi da mettere in conto, infatti anche questo mercato è fortemente instabile in Venezuela: ad esempio quando il Paese è stato colpito da interruzioni delle forniture elettriche, la vendita di tali beni è crollata. Un altro sistema escogitato dai venezuelani è lo scambio di bolivar e bitcoin, quest’ultimo inteso come valuta più stabile del bolivar ed utilizzato per tentare di salvare il proprio capitale dall’inflazione. Ma i bitcoin forniscono anche un altro servizio al Venezuela: la possibilità di ricevere soldi dall’estero, impossibile se si utilizzano sistemi come PayPal in quanto i controlli sugli scambi consentono alle banche venezuelane di utilizzare solo la valuta locale Nel 2019, secondo Coindance, un sito che monitora le transazioni in criptovalute, gli scambi tra bitcoin e bolivar venezuelani hanno superato i 6 milioni di euro. Infatti, il Paese si è classificato secondo in tutto il mondo per volume di attività su Local bitcoins, dopo la Russia, facendo così attivare il governo Maduro: questo ha deciso di non monitorare le transazioni in criptovalute, ma di congelare il conto se si ha un movimento di denaro superiore ai 50 dollari. Contrastando la politica di Maduro, proprio per far fronte alle esigenze della popolazione in crisi, molte società venezuelane hanno iniziato ad accettare pagamenti in Bitcoin riconoscendo l’alta volatilità del bolivar, ma soprattutto il suo valore nullo.

Purtroppo la grande crisi economica e politica del Venezuela ricade anche su un settore fondamentale per una società sana: il settore sanitario, giunto praticamente al collasso. Gli ospedali sono sovrafollati; i malati sono disposti l’uno accanto all’altro sul pavimento; scarseggiano gli operatori, i macchinari ed i medicinali, spesso essenziali per salvare le vite dei cittadini; le donne, per la troppa attesa di un posto in ospedale, partoriscono per strada, sui marciapiedi. La sterilizzazione degli strumenti è quasi inesistente e ciò porta all’incorrere di malattie ed infezioni.

Un’altra piaga non indifferente che colpisce il sistema sanitario venezuelano è costituita dalle costanti interruzioni di luce elettrica che causano la morte di non poche persone. Inoltre è da ricordare che è quasi impossibile trasportare privatamente medicinali da un qualsiasi altro Paese al Venezuela: le restrizioni del governo Maduro includono controlli severi agli imbarchi, aerei e non solo, oltre che all’eventuale incarcerazione per trasporto di merce vietata.

Le domande che si pongono i venezuelani e che si pongono un po’ tutti nel mondo sono due: ma un Paese in baratro come il Venezuela come può affrontare una pandemia sempre più in espansione? Ma soprattutto, come può sopravvivere al di là di essa?

Fonti:

  1. www.orizzontipolitici.it

  2. www.wallstreetitalia.com

  3. www.osservatoriodiritti.it

  4. www.internazionale.it

  5. www.blog.ilgiornale.it


Diderot
Diderot

Dalla volontà di impegnarsi in qualcosa di utile che prende vita Diderot, sito divulgativo libero e indipendente, che nasce dal desiderio di proporre una modalità di informazione differente, basata su ricerca, esperienza e passione di giovani che scrivono per altri giovani, per rappresentare un’alternativa ad un ambiente saturo di notizie selezionate e ragionamenti vuoti.

comments powered by Disqus