Panoramica sulla ricerca scientifica

La scienza ora è la base, l’educazione scientifica è necessaria per noi stessi prima di tutto. In Italia molti giovani universitari temono di dedicarsi alla vita da ricercatore poiché non abbastanza finanziata e supportata, il che gli preclude la scelta di alcuni corsi di laurea che principalmente hanno sbocchi in ambienti simili. Abbiamo intervistato alcuni ricercatori da differenti parti del mondo per avere un’idea generale di come sia strutturato l’ambiente della ricerca e cercare di scoprire insieme quali sono i punti deboli di un settore che ancora oggi non riesce a prendere il volo in Italia.

Silvia, PhD in Informatica e Linguistica computazionale (Monaco di Baviera)

Come descriveresti l’inizio del percorso da ricercatore universitario?

Iniziare un percorso di ricerca è difficile perché spesso appena usciti dalla magistrale non hai idee chiare su cosa vuoi concentrarti. Personalmente, mi ritengo fortunata perché il professore che mi supervisiona mi ha indirizzato verso temi per i quali avevo mostrato interesse durante i colloqui. All’inizio la sfida sta nel familiarizzare col nuovo ambiente e con le nuove tempistiche del laboratorio nelle quali ti ritrovi.

Dove lavori tu, è sempre necessario che un professore ti prenda sotto ‘la propria custodia’ per indirizzarti in una carriera di ricerca, o nella tua esperienza sei riuscita a creare e mantenere una tua carriera totalmente indipendente?

Dove lavoro io, il professore che supervisiona e’ fondamentale per lo svolgimento della propria ricerca. Ci incontriamo settimanalmente per decidere come proseguire.

Qual è la caratteristica più bella della ricerca per te?

Imparare nuove cose ogni giorno è sicuramente la cosa che preferisco. Inoltre, fare ricerca significa spendere tempo a migliorare vecchi metodi o ad inventarne di nuovi scambiando le proprie idee con il supervisore o con i colleghi e trovo che questo aspetto sia molto stimolante.

Immaginavi di fare la ricercatrice, o è una scelta intrapresa nel mezzo del percorso universitario?

Ho sempre avuto in mente di proseguire con la carriera da ricercatore, ma l’idea si è fatta ben presente solo durante la magistrale perché ho iniziato ad interessarmi a un’area specifica del mio campo.

Durante la tua esperienza hai per caso vissuto momenti di forte competitività tra te i tuoi colleghi? Se sì, quali sono i modi per gestirli al meglio? Il processo di selezione per diventare dottorando e’ sicuramente una competizione da vincere. Tra i miei colleghi non trovo questa forte competitività: ognuno pensa alla propria ricerca e ci aiutiamo a vicenda senza secondi fini. Non saprei dire se in Italia ci sia piu competitività tra i dottorandi. Tra colleghi di magistrale però ne ho notata parecchia.

Laura, Ricercatrice a tempo indeterminato presso CNR-ISM (Roma)

Come descriveresti l’inizio del percorso da ricercatore universitario?

Ad essere sincera mi sono affacciata nel mondo della ricerca un po’ titubante, ritrovandomi ad intraprendere un dottorato senza esattamente aver programmato di farlo ma ora, guardando indietro, sono contenta di aver fatto questa scelta. Ovviamente sono stata anche molto fortunata perché per me è stata una bellissima esperienza sia a livello umano che professionale, un inizio davvero incoraggiante che mi ha spinto a continuare ad amare la ricerca e tentare di restare su questi binari, non tutti i miei amici/colleghi sono stati così fortunati.

Dove lavori tu, è sempre necessario che un professore ti prenda sotto ‘la propria custodia’ per indirizzarti in una carriera di ricerca, o nella tua esperienza sei riuscita a creare e mantenere una tua carriera totalmente indipendente?

Mantenere una carriera totalmente indipendente, soprattutto all’inizio, credo sia impossibile e probabilmente anche controproducente per due motivi principali:

  1. è davvero difficile avere le idee completamente chiare dopo la laurea, o meglio magari si hanno fermamente in mente progetti tanto forti ed entusiasmanti concettualmente quanto poco concretamente pratici e di fatto irrealizzabili nella realtà.

Ad esempio, io avevo in mente un sistema multi-compartimentalizzato (più è complicata la parola più suona figo …), formato da liposomi e nanoparticelle per veicolare farmaci e DNA, per fare diagnostica e terapia, tutto in un unico pratico pacchetto.

Inizialmente ero entusiasta di questa idea, peccato che, come mi ha suggerito la mia relatrice, sembrava poco pratica da un lato perché un sistema del genere rischiava di essere troppo grosso per applicazioni biomediche “ostruendo le vene del povero topo e inducendone la morte” e dall’altro perché il progetto era forse troppo ambizioso “già non è facile farne funzionare una, tu vorresti provarci con tre?”. Alla fine ho lavorato su nanoparticelle metalliche funzionalizzate con molecole organiche per applicazioni in nanomedicina, il campo di ricerca che mi ero prefissata .

  1. i consigli di professori e ricercatori senior sono sempre da ascoltare, poi ognuno può decidere di ignorare quello che sente, ma per farlo bisogna prima capire a fondo quello che ci viene detto, credo che questo valga in generale. Ascoltare i suggerimenti di qualcuno che ha più esperienza non fa mai male, a patto che non si perda la propria individualità e il proprio punto di vista. Nel mondo della ricerca bisogna essere aperti al dialogo e, se possibile, non essere mai troppo arroganti (purtroppo molti “professoroni” sono esattamente l’opposto).

Nella mia esperienza, lo ripeto ancora perché è davvero così, sono stata fortunata, ho avuto professori, ricercatori, dottorandi che mi hanno seguita, aiutata, “indirizzata” se vogliamo verso una linea di ricerca che era proprio quella che avevo sognato in principio. Poi il mio carattere mi porta ad appassionarmi praticamente a qualsiasi cosa faccia, perciò per me è facile amare il mio lavoro.

Qual è la caratteristica più bella della ricerca per te?

Amo la ricerca, ma come ogni mente sperimentale che si rispetti non ho particolare entusiasmo per la ricerca pura in sé.

Quando lavoro su qualcosa penso sempre alle applicazioni che ogni linea di ricerca comporta: affinare un sistema biocompatibile per applicazioni in nanomedicina, sviluppare un sistema pratico ed efficace per immagazzinare ossigeno nello spazio o capire i meccanismi primordiali che hanno portato alla nascita della vita elementare, migliorare l’efficienza delle celle solari… Quindi per me l’aspetto più bello della ricerca, oltre al brivido della sfida di capire qualcosa che ancora non è noto, è sapere di lavorare su qualcosa che potrà un giorno servire ad uno scopo reale, che potrà essere utile ad altri, il punto di partenza o almeno una linea guida da seguire per raggiungere un obiettivo concreto.

Immaginavi di fare la ricercatrice o è una scelta intrapresa nel mezzo del percorso universitario?

Quando mi sono iscritta a Fisica alla Sapienza mi dipingevo, una volta laureata, in qualche specie di bunker/laboratorio con occhialoni e camice bianco stile “Il laboratorio di Dexter” a seguire progetti di ricerca top secret di grande importanza. Man man che proseguivo gli studi mi sono resa conto delle difficoltà che avevo di fronte: le lacune scientifiche dovute al liceo classico; la mancanza di fiducia che molti altri mostravano pensando al futuro della ricerca; la pressione del restare indietro, di non riuscire a macinare esami come gli altri; la noia di molti corsi che non potevano essere più lontani dal concetto di ricerca che immaginavo; le esperienze poco rassicuranti che dottorandi e giovani ricercatori raccontavano sull’essere “più o meno pagati” (più “meno” che “più”) e sul mondo del precariato e molte altre… Insomma tutto questo mi ha fatto iniziare a pensare di voler lavorare nel privato, quindi dopo la laurea magistrale ho fatto subito qualche colloquio e alcuni mi hanno anche richiamato, ovviamente per lavori rispetto i quali la mia laurea non c’entrava assolutamente nulla. Mentre facevo questi colloqui, su consiglio di alcuni amici e spronata da mia madre (che è sempre sul pezzo), mi sono iscritta ad alcuni test per dottorati di ricerca in Fisica e affini, alla fine mi sono ritrovata ad avere una borsa a Roma Tre per il dottorato in “Scienze della Materia, Nanotecnologie e Sistemi Complessi”.

Molti studenti temono anche la forte selezione ed esclusione che vi è in determinati contesti. Durante la tua esperienza hai per caso vissuto momenti di forte competitività tra te i tuoi colleghi? C’è più o meno competitività che in Italia? Ti Se si, quali sono i modi per gestirli al meglio?

Essere stata fortunata nelle scelte che ho fatto, nell’aver lavorato in gruppi di ricerca multidisciplinari aperti e pronti al dialogo, nell’aver incontrato tanti ricercatori entusiasti e disponibili a collaborare e condividere la propria esperienza scientifica mi ha aiutata a crescere e coltivare le mie competenze in un ambiente sereno. Certo, la competitività fa parte del mondo della ricerca ed è giusto che sia così perché sprona ad essere più produttivi ed efficienti, ma può anche essere molto difficile da gestire, la pressione è tanta, in Italia come all’estero, forse di più fuori dai nostri confini perché si incontrano persone con i background più diversi che spesso portano ad avere energia e determinazione fuori dal comune. Penso che per affrontare la competizione scientifica un buon approccio sia quello di tenere la testa alta, di restare fermi sui propri passi, di non mollare alle prime difficoltà ma contemporaneamente di sapere anche quando è il momento di tirarsi indietro. Quando le cose non vanno come si vuole e non si riesce in nessun modo a farle funzionare si deve fare un passo indietro, tirare una buona boccata d’aria, rimboccarsi le maniche e riprovare, se però neanche questo dà risultati si deve ingoiare il rospo e ammettere che la cosa non si può fare.

Professor Alex Iosevich, Professor of Mathematics, Phd, University of California at Los Angeles

How would you describe the early beginning of the career of a young researcher in the environment of the US universities?

La situazione è davvero molto simile nelle università statunitensi. Molti eccellenti matematici che hanno in precedenza scelto la specializzazione in questo ambito in seguito affrontano diversi campi perché temono che una carriera da ricercatori non sia fattibile. A dire il vero, l’era dei big data ha portato opportunità senza precedenti per le persone portate in matematica e che hanno studiato matematica, che includono occasioni di ricerca anche nel privato.

In your working environment, for an aspiring researcher, is it possible to pursue a career independently since the start? Or is it always necessary to have the support and help of “already settled” professors in order to be introduced to the world of research?

E’ sempre molto utile poter contare sull’aiuto di un ricercatore esperto, ma nell’epoca di Google è molto più semplice per un giovane ricercatore farsi un’idea. Ad ogni modo, un mentore è quel che ci vuole per aiutare un ricercatore a capire come passare dall’essere un “consumatore” di matematica ad un creatore di idee.

In your opinion, what is the greatest aspect of research in the US system?

Il più grande aspetto della ricerca negli Stati Uniti è l’indipendenza di cui possono disporre i ricercatori. Non esiste una gerarchia nell’ambito della ricerca e ciò significa che qualsiasi ricercatori è libero di sviluppare il proprio progetto.

Have you ever had in mind, before the start of your college experience, the goal of becoming a researcher? Alternatively, was your choice shaped and determined during your undergraduate studies?

Prima dell’inizio della mia esperienza al college, volevo diventare uno storico, insomma studiare Storia. Dato che l’università americana consente di seguire corsi a volte molto distanti tra loro pur frequentando una facoltà principale, sono stato fortunato a provare molte cose diverse prima di buttarmi sulla matematica. In più, un fattore che influenza negativamente la scelta di un giovane aspirante ricercatore è la competitività e la natura selettiva del settore.

During your career, have you ever experienced moments of strong competition with your colleagues? How would you compare this aspect with respect to the Italian system?

Quando ero Assistant Professor presso University of Missouri, ci erano diverse giovani persone ad uno stadio simile di carriera. Questo ha inevitabilmente dato vita ad un’atmosfera di competizione, ma non mi è sembrata particolarmente diversa da quella avvertita nelle università italiane, come ho avuto modo di vedere durante le mie visite a Padova, Milano, Napoli e Bergamo. E’ probabile che ci sia un po’ più di competizione nel sistema statunitense perché le posizioni lavorative non assicurano un tenore di vita sicuro immediato e si può ottenere una salario maggiore in base alla propria esperienza.

In your opinion, what are the means that should be used in order to guarantee and preserve a healthy competition in the research environment?

E’ importante consentire ai ricercatori capaci di veder assicurati i loro privilegi e il compenso che corrisponde al lavoro che svolgono. Il sistema accademico in qualsiasi paese è convinto che le persone sono desiderose di andare avanti e avanti oltre le loro capacità, ma è ingenuo pensare che questo possa continuare a verificarsi su larga scala senza misure di incoraggiamento adeguate.


Diderot
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Lorenzo Feltoni Gurini
Lorenzo Feltoni Gurini
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Tommaso Mancini
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