Social media e rivoluzioni sociali

Vi siete mai fatti delle domande sull’origine dei movimenti sociali? Le grandi rivoluzioni. L’inizio del cambiamento. Da dove viene la voglia di combattere, lottare fino agli estremi delle forze per un futuro migliore?

Ce ne parla Manuel Castells (sociologo spagnolo naturalizzato statunitense) nel suo libro Reti di indignazione e speranza (2012) quando definisce la società odierna come «società in rete» (network society). Le reti digitali, secondo l’autore, influenzano profondamente la mente umana attraverso i social media, andandosi a depositare nelle parti più intrinseche e nascoste di ognuno di noi. Per questa ragione, le reti agiscono su due fronti importanti e complementari: il fronte emotivo/psicologico e quello dinamico/sociale. Un movimento sociale nasce per fronteggiare delle situazioni di ingiustizia che coinvolgono un considerevole gruppo di persone, un intero Paese per esempio. Alla base di ogni movimento però c’è sempre un individuo o un piccolo gruppo di persone animate da paura, entusiasmo, speranza; e affinché un movimento sociale prenda vita, c’è bisogno che la spinta emotiva dei singoli si unisca a quella di altri. È qui che gli uomini si sentono pronti ad agire in massa, spalleggiandosi e generando nuovi sentimenti, quali la solidarietà, la forza reciproca e l’indignazione collettiva.

Il sentimento comune e condiviso sta alla base di ogni rivoluzione, ma c’è qualcos’altro di altrettanto fondamentale che fa da pilastro portante. Viviamo nella società del web 2.0, navighiamo, scriviamo post, condividiamo notizie, articoli, video, foto in continuazione e su qualsiasi social network. Quasi tutti hanno a disposizione un account Instagram, Facebook, Twitter; ed è proprio questo che Castells ci illustra. Abbiamo uno strumento potentissimo, il web, e spesso falliamo nel saperlo utilizzare efficientemente. Fallimento che deriva dalla convinzione che nulla potrà mai cambiare grazie ad un video condiviso o un like su Twitter. E se ci sbagliassimo?

Alcuni esempi di situazioni di ingiustizia che i movimenti sociali provano a superare sono: assenza di democrazia, ingiustizia, brutalità della polizia, sessismo, razzismo, corruzione, povertà.

Si può far riferimento a due casi di rivoluzioni sociali, nei quali è possibile identificare le circostanze difficili sopra elencate: «La rivoluzione per la libertà e la dignità» in Tunisia (anche chiamata «Rivoluzione dei Gelsomini», 2010-2011) e «La rivoluzione del 25 gennaio» (2011) in Egitto. L’aspetto comune a entrambe le rivolte è l’elemento che sancisce l’inizio dell’insorgere popolare cioè un’azione estrema che, facendo scalpore e essendo ripresa in modo da diventare virale online, agli occhi delle persone risulta come termine ultimo e decisivo della loro indignazione e determinazione ad agire. Castells scrive: “Ogni rivoluzione ha la sua data di nascita e il suo eroe ribelle.” Il venditore ambulante Mohamed Bouazizi che si è autoimmolato di fronte alla sede di un ufficio governativo tunisino e la studentessa Asmaa Mahfouz che ha postato un video in cui chiedeva di scendere in Piazza Tahrir a protestare con lei, sono i due eroi ribelli, i due elementi scatenanti delle proteste. Si può sottolineare, inoltre, che le due proteste vantassero come tratto essenziale la libera connessione e comunicazione tra i vari social media, siti di social networking, blog virtuali e reti televisive satellitari, sfruttati al meglio per sensibilizzare il resto del Paese su quanto accadeva in una specifica località. Tra i mezzi più importanti si possono citare: Facebook, Twitter, Instagram, YouTube, Al Jazeera¹ e gli innumerevoli blogger che contribuivano ad alimentare la rabbia e ad innescare le proteste, dando voce anche ai più giovani.

Per capire a fondo il ruolo chiave dei social network e in che modo le persone lo abbiano captato e sfruttato al meglio, analizziamo degli esempi pratici. Durante la “Rivoluzione dei Gelsomini”, i partecipanti organizzarono dei dibattiti in piazza, effettuarono riprese di loro stessi e diffusero i video su Internet. Il giornalista blogger Zouhair Yahiaoui fu incarcerato e morì in prigione, e altri blogger critici come Mohamed Abbou e Slim Boukdir furono arrestati e detenuti per aver denunciato la corruzione del governo tunisino. Nonostante la censura e la repressione, il popolo non si è arreso e ha trovato la propria valvola di sfogo in reti satellitari come Al Jazeera. Infatti, nacque un collegamento solido tra i giornalisti manifestanti armati di cellulari attivi nel fotografare e registrare, e Al Jazeera che ritrasmetteva le immagini a tutta la popolazione. Con il passare dei mesi, la rete televisiva riuscì a sviluppare un programma di comunicazione in grado di collegare i telefonini direttamente al suo satellite, in modo da permettere alle persone che protestavano in piazza di richiedere di essere trasmessi a tutta la popolazione solo con un clic. Infine, per dibattere e comunicare su Twitter i dimostranti utilizzarono l’hashtag #sidibouzid (luogo di nascita e del suicidio di Mohamed Bouazizi), riferendosi in questo modo alla rivoluzione tunisina.

Andando avanti con gli esempi, durante la rivoluzione in Egitto, particolarmente importanti furono le reti delle tifoserie delle squadre di calcio come al-Ahly e Zamolek Sporting, che avevano una lunga storia di scontri con la polizia alle spalle. Gli appelli a manifestare erano inviati tramite Facebook, utilizzato anche per prendere decisioni su come agire, mentre su Twitter e attraverso gli SMS si coordinarono le azioni. Il social network si è dimostrato uno strumento potente e “immortale” ancora una volta. Quest’ultima caratteristica emerse chiaramente nella risposta da parte del regime egiziano alle manifestazioni in atto, che decise di chiudere l’accesso a internet in tutto il Paese, disattivando anche le reti cellulari. Ciò che fu chiamato «blackout» non riuscì a durare più di cinque giorni né a fermare i movimenti in Egitto, che evitarono l’incomunicabilità della rivoluzione grazie all’aiuto cruciale di Al Jazeera e di altri tradizionali canali di comunicazione come fax, radio amatoriali e modem analogici, attraverso i quali i manifestanti si scambiarono le informazioni.

Tutto questo è conosciuto sotto il nome di “Primavera araba” e si colloca tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011. Nello stesso anno, Mohamed Bouazizi è stato insignito del Premio Sakharov ² per la libertà di pensiero, insieme a Asmaa Mahfouz e altri quattro personaggi per il loro contributo a “cambiamenti storici nel mondo arabo”. Questi eroi ribelli ci dimostrano l’importanza del ruolo dei social media nelle rivoluzioni sociali. Mostrandoci una rivolta meno lontana e sicuramente più plausibile. Grazie alla storia, tocchiamo con mano la possibilità che un cambiamento sociale possa iniziare da un post o da un semplice hashtag. Quindi alla domanda “E se ci sbagliassimo?” la risposta è senz’ombra di dubbio sì, ci sbagliamo. Il social network è l’unico strumento che abbiamo, la nostra voce, la nostra possibilità, la nostra scelta. Angela Davis (attivista del movimento afroamericano statunitense, militante del Partito Comunista degli Stati Uniti d'America fino al 1991) scrive nel suo libro La libertà è una lotta costante (2015): “Non penso che ci possiamo rivolgere ai governi, a prescindere da chi detiene il potere, per fare un qualcosa che solo i movimenti di massa possono fare.”

Spesso ci si domanda: “Ma io cosa ne parlo a fare sui miei social se non ne so niente a riguardo e ho pochi follower?”

Fortunatamente, questo “problema” è facilmente risolvibile dal momento che, proprio perché sguazziamo agilmente tra i social media e le pagine internet, non viene difficile pensare di poterci informare e contemporaneamente informare conoscenti, amici e seguaci. Le Rivoluzioni (quelle con la R maiuscola) non sono nate per caso, ma perché qualcuno ha deciso che si stava varcando un limite e che la situazione era diventata insopportabile. Quel qualcuno si è poi rimboccato le maniche e ha agito. Come abbiamo visto per la Primavera araba, tutto è partito da un video virale, qualcosa che ha suscitato l’attenzione del mondo intero, che ha risvegliato in molti la voglia e la richiesta di un cambiamento.

Attualmente, il video che ha dato il via all’insorgere popolare è quello della morte di George Floyd ³. Scegliere di non parlare, diffondere, condividere equivale alla scelta di chi decide consapevolmente di stare in silenzio. Come diceva Sartre: “Ciò che non è assolutamente possibile è non scegliere.” Serve una presa di coscienza e di posizione per sfruttare nel modo più umano, solidale e giusto possibile, gli strumenti che abbiamo a disposizione. Quante persone devono ancora soffrire e morire a causa di una nostra scelta?

Note e riferimenti bibliografici:

  1. Al Jazeera è una rete televisiva satellitare con sede in Qatar, talvolta menzionata come Al Jazira.

  2. Il Premio Sakharov per la libertà di pensiero è un riconoscimento dedicato allo scienziato e dissidente sovietico Andrej Dmitrievi? Sacharov, istituito dal Parlamento europeo nel 1988 allo scopo di premiare personalità od organizzazioni che abbiano dedicato la loro vita alla difesa dei diritti umani e delle libertà individuali. Viene consegnato ogni anno in una data prossima al 10 dicembre, in ricordo del giorno della firma della Dichiarazione universale dei diritti umani; https://it.m.wikipedia.org/wiki/Premio_Sakharov_per_la_libert%C3%A0_di_pensiero

  3. Per leggere qualcosa in più sulla morte di George Floyd: https://diderotnews.com/publication/blackouttuesday/

  4. Manuel Castells; Reti di indignazione e speranza. Movimenti sociali nell’era di internet; Università Bocconi Editore; 2012


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