La cultura dello stupro

La violenza di genere è uno di quei delicati argomenti che debbono essere trattati con particolare attenzione. Per chi se ne interessa o si sente coinvolto sembra che se ne parli a sufficienza e invece lo si fa ancora troppo superficialmente e nessuno sembra voler davvero ascoltare. Questo perché nella società attuale la violenza di genere non riguarda un ambito separato dalla vita di tutti i giorni ma è insita nella nostra cultura da sempre, ed è difficile comprendere un problema quando se ne fa parte. Per prima cosa quindi è bene fare attenzione alle parole che si usano, a come si usano e a quali significati portano, a come vengono recepite e interpretate.

Iniziamo quindi a fare un po’ di chiarezza partendo proprio dalle parole.

Con stupro si intende l’atto di costringere una persona tramite violenza a subire o compiere atti sessuali. Questo non comprende solo il rapporto sessuale vero e proprio (in questo caso si parla di violenza carnale) ma anche di penetrazione con oggetti, o un rapporto orale.

Su 100 casi di stupro nel 90% le vittime sono donne. Questo è un dato da non sottovalutare per due motivi. Primo, perché se la percentuale è così alta, allora c’è un problema di fondo, vuol dire che si tratta di qualcosa che succede più che spesso, che è istituzionalizzato e normalizzato. Come per il femminicidio non si tratta di “chi” è la vittima, ma delle motivazioni: se alla base si trova il possesso della donna, l’affermare una posizione di dominio su essa, un modo di pensare che mira a sminuire un atto del genere e avvalora la visione della donna come oggetto è facile capire che il punto è un altro e ha radici ben profonde. Basti pensare che allo stupro come qualcosa di sottovalutato e quotidiano si faceva riferimento ai tempi di Ovidio e dell’epica classica, in cui gli dèi scendevano sulla terra e possedevano (questo il termine utilizzato) le donne e le ninfe più belle. Perfino Achille, l’eroe che tanto viene decantato nell’Iliade, è figlio dello stupro subito dalla ninfa Teti. Dovremmo quindi pensare che sia un concetto superato e invece purtroppo non è così.

Il secondo motivo è che se il 90% delle vittime è composto da donne, vuol dire che esiste un 10% di uomini che subiscono violenza. Sembra un argomento ancora più tabù della violenza di genere perché nella nostra cultura l’uomo è visto come una figura forte, virile e dominante, non di certo come una possibile vittima. Infatti, spesso si tende a sminuire l’atto se non a considerarla una cosa impossibile, ma anche gli uomini possono essere e sono vittime di questi eventi, sia per colpa di altri uomini sia per mano di donne. È comunque doveroso considerare che probabilmente i meccanismi che entrano in gioco nelle forme di violenze femminili e maschili siano diversi, ma accomunati tuttavia da una ipersessualizzazione e oggettificazione del corpo umano che sembra ormai radicatasi nel pensiero comune. È importante sottolineare che l’unico centro italiano antiviolenza maschile si trova a Roma.

Parliamo di dati e di percentuali per chiarire il quadro. Una donna su tre è vittima di violenza sessuale, soprattutto nella fascia di età tra i 16 e i 70 anni. Spesso si pensa che il colpevole sia qualche sconosciuto, un immigrato, un senzatetto, un violento, un matto, un ubriaco per strada ma i numeri, ancora una volta, parlano chiaro. La maggioranza dei colpevoli è composto da amici e colleghi, poi ci sono partner o ex.

Il problema di fondo nasce però da qualcosa di più grande, dal modo di vedere e considerare i ruoli dell’uomo e della donna nella nostra società. Non si può parlare di violenza di genere, di cultura dello stupro, di catcalling (di cui si approfondirà successivamente) se non si fa riferimento al concetto di mascolinità tossica e alla figura di maschio alpha, indipendente e forte, che la società propina ormai da decenni. L’infanzia dei bambini in particolare è quella fase della crescita in cui si installano queste credenze, questi obsoleti modi di pensare. Se al bambino dunque si insegna che i maschi giocano con le pistole e i supereroi, al contrario alle bambine si insegna ad essere principesse educate. Questo è ciò che si intende alla radice del problema. Continuare a considerare l’individuo umano come una perfetta scissione di identità binarie e bidimensionale è al giorno d’oggi pura ipocrisia. Si vive in un modo ipercontaminato da fattori ed elementi di tipo sociale, politico ed economico così diversi e contrastanti tra loro che è poco plausibile pensare che la realtà in cui si è inseriti non si modifichi e venga modificata dall’individuo.

Tuttavia, avendo osservato tutte quelle cause che portano alla violenza di genere, sembra doveroso osservarne anche le conseguenze.

Quali sono perciò le conseguenze di una violenza? C’è chi reagisce cadendo in una profonda depressione, chi cerca di combattere il senso di malessere, chi si distacca completamente dal mondo pensando che tutto ciò che ha intorno non sia reale, chi non riesce più ad avere un rapporto normale con il proprio corpo. Su 100 vittime, 17 si tolgono la vita. Alcune hanno problemi relazionali sociali e sessuali, gli ultimi per la paura di rivivere la violenza subita. Uno degli effetti più evidenti è il senso di colpa che ricade sulla vittima. Si sente colpevole e sporca per quello che le è accaduto, dandosi la colpa. “Avrei potuto essere più forte”, “Avrei potuto fare questo”, “Forse se non avessi detto/fatto questa cosa, allora …” e tutto questo deriva dall’istituzionalizzazione sociale di un evento del genere. Qual è quindi la vera definizione di questo fenomeno? Cultura dello stupro è il termine usato a partire dagli studi di genere, dalla letteratura femminista e postmoderna, per analizzare e descrivere una cultura nella quale lo stupro e altre forme di violenza sessuale sono comuni, e in cui gli atteggiamenti prevalenti, le norme, le pratiche e i media, normalizzano, giustificano, o incoraggiano lo stupro e altre violenze sulle donne.[2]

È solito che nella cultura occidentale lo stupro venga normalizzato e giustificato, questo ce lo testimonia il fatto che spesso la prima domanda che viene fatta quando una ragazza è vittima di stupro è “Sì ma com’era vestita?”, deresponsabilizzando totalmente chi ha compiuto la violenza e concentrando il focus sulla donna, sulle possibili azioni che lei avrebbe potuto fare o non fare per salvarsi da una situazione scomoda. Viene giustificato perché spesso la prima cosa che si pensa è “ok, c’è di peggio” o “vabbè ma so’ ragazzi” (il tipico “boys will be boys”) azzerando la responsabilità delle loro azioni, soprattutto se avviene in gruppo è considerato una goliardata.

Atti che incoraggiano questo fenomeno sono, ad esempio, i recenti casi del gruppo Telegram in cui si scambiavano foto intime (anche di bambine) e senza il consenso, ma più in generale se si va nei profili Facebook o Instagram di moltissime ragazze si possono leggere frasi che recitano i soliti “cosa NON ti farei”. Questo perché ci si dimentica che ogni persona, uomo o donna che sia, è padrona del proprio corpo e può fare di esso quello che vuole, teoricamente senza dover incappare in revenge porn[3] o nella sottrazione di proprie foto intime e private. Basti pensare che solo fino a qualche anno fa lo stupro all’interno del matrimonio era normale perché se si era sposati era un dovere della donna soddisfare l’uomo anche se non voleva.

Le autrici di “Transforming a Rape Culture”, un testo pubblicato nel 1993, definiscono la cultura dello stupro come:«(…) un complesso di credenze che incoraggiano l’aggressività sessuale maschile e supportano la violenza contro le donne. Questo accade in una società dove la violenza è vista come sexy e la sessualità come violenta. In una cultura dello stupro, le donne percepiscono un continuum di violenza minacciata che spazia dai commenti sessuali alle molestie fisiche fino allo stupro stesso. Una cultura dello stupro condona come “normale” il terrorismo fisico ed emotivo contro donne. Nella cultura dello stupro sia gli uomini che le donne assumono che la violenza sessuale sia “un fatto della vita”, inevitabile come la morte o le tasse.»

È gravoso sottolineare inoltre dell’esistenza di diverse forme di violenza, prima fra tutte quella verbale. Il fenomeno del catcalling è qualcosa che tutte le donne subiscono almeno una volta ogni tanto, quando camminano per strada. L’esempio più chiaro è “ciao bella” o un fischio per la strada. E spesso molti lo giustificano chiamandolo complimento ma per essere tale chi lo riceve dovrebbe esserne felice e non sentirsi offesa, arrabbiata, sporca o addirittura colpevole.

Le parole sono importanti e veicolano significati. Il fatto di dire una cosa piuttosto che un’altra fa passare dei messaggi. L’importanza dei termini e il loro utilizzo è fondamentale in numerose questioni concernenti gli uomini, come ad esempio i numerosi titoli di giornale in cui gli atti di violenza nei confronti delle donne tendono sempre a dipingere l’aggressore come un “gigante buono”, un “‘marito passionale”, un “padre col vizio del cellulare”. Se non si usano gli aggettivi giusti si depotenzia il significato, lo si fa slittare in secondo piano, come se non gli si attribuisse l’importanza e la gravità che merita. Il cambiamento avviene anche attraverso le parole che si sceglie di utilizzare. Il medesimo discorso vale per alcuni slogan femministi più radicali come “DEAD MEN DON’T RAPE” (“gli uomini morti non stuprano”) o il più recente “MEN ARE TRASH” (“gli uomini sono spazzatura”) ai quali la controparte maschile risponde con un cantilenato “NOT ALL MEN” (“non tutti gli uomini”), dei quali è comprensibile notare la problematicità e l’ipocrisia. Di questo discorso ci sembra importante evidenziare l’inclusività che il movimento femminista è necessario che possieda e la presa di coscienza degli uomini dei privilegi e sociali di cui la società li ha investiti.

Quando si parla di violenze e si usano gli slogan di cui sopra lo si fa con due obiettivi ben precisi: dare valore al dolore che una violenza porta; e fare in modo che tutte le singole esperienze si sommino tra loro per far capire che alla base del genere maschile c’è un problema di aggressività, di esaltazione della violenza. Non tutti gli uomini sono colpevoli o brutte persone, come è ovvio che tutte le vite contano (riferimento a “black lives matter” e a “all lives matter”), ma se si usano determinati slogan è per far luce su un problema importante. Le persone decenti quando vengono messe davanti a un problema si chiedono se hanno fatto qualcosa per alimentarlo e/o se possono aiutare ad eliminarlo perchè tutti siamo responsabili anche del comportamento degli altri.

In conclusione, è possibile trovare una soluzione ad un fenomeno che si perpetua da millenni?

Probabilmente non nel breve termine, ma è oggi che si deve agire. I cambiamenti, le parole, l’educazione che si impartisce oggi formerà la società del domani. Uomini e donne in grado di parlare da pari a pari, che siano considerati e si considerino tra di loro come degni del medesimo rispetto.

Fonti:

  1. https://www.centrouominimaltrattanti.org/page.php?sede_di_roma

  2. https://it.wikipedia.org/wiki/Cultura_dello_stupro

  3. https://diderotnews.com/publication/revenge-porn/

  4. https://www.istat.it/it/violenza-sulle-donne/il-fenomeno/violenza-dentro-e-fuori-la-famiglia/numero-delle-vittime-e-forme-di-violenza


Diderot
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Flaminia Di Paolo
Flaminia Di Paolo
Vice-caporedattore, Graphic designer

Brillante studentessa di Comunicazione Pubblica e di Impresa presso La Sapienza di Roma, “Flami” è il fiore all’occhiello della redazione. Le sue qualità sono pressoche illimitate e tra queste rientra quella di problem-solver. Gentile e creativa, è la disegnatrice di fiducia di Diderot.

Francesca Di Pasquo
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Responsabile video

Studentessa del DAMS di Roma Tre, Francesca “Fru” è entrata nella redazione come responsabile del gruppo interviste video. Esperta di cinema e di qualsiasi film sia stato girato, i membri della redazione sfruttano palesemente le sue doti di regista per realizzare interviste a ripetizione.

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