Covid e Patto di Stabilita': l'UE al tempo del virus

Nell’Italia del Covid termini come spread, MES e Recovery fund hanno monopolizzato i discorsi di politici, giornalisti e opinionisti da tastiera riportando ancora una volta al centro del dibattito il discusso ruolo dell’Unione Europea all’interno dell’economia italiana.

All’ombra di prestiti a fondo perduto, aumento dei tassi di interesse ed eurobond, si è consumato un evento storico ma passato in sordina: la sospensione, per la prima volta dalla sua istituzione, del Patto di Stabilità e Crescita. Per capire l’importanza di tale evento bisogna fare un passo indietro.

Il 7 febbraio del 1992, i dodici paesi membri della Comunità Europea firmano uno dei trattati fondanti di quella che diverrà, un anno dopo, l’Unione Europea.

Il primo dei tre pilastri su cui l’UE si fonda comprende, oltre alla nascita di un mercato comune, la formazione di un’unione economica e monetaria (UEM).

Come intuibile dal nome, la UEM mirava non solo alla creazione di un’unione monetaria europea ma anche a ben più ampi obiettivi di politica economica.

L’adesione all’unione monetaria richiedeva il rispetto del principio di condizionalità, che si traduceva nel rispetto, da parte dei paesi membri, dei cosiddetti criteri di convergenza.

Nei fatti, i criteri di convergenza sono parametri che gli stati sono chiamati a rispettare per poter continuare a far parte dell’unione. I due vincoli fondamentali riguardavano lo stock di debito e di disavanzo pubblico all’interno dei bilanci statali.

Che cosa si intende esattamente con debito e disavanzo? Immaginiamo lo Stato come una grande attività commerciale. Per poter andare avanti, un’attività ha bisogno che le entrate siano quanto meno pari, se non superiori, alle uscite. Allo stesso modo, uno Stato per poter funzionare adeguatamente necessita come minimo che le entrate siano tali da coprire le uscite (situazione di Pareggio di bilancio). Quando le entrate nelle casse statali superano le uscite si ha un Avanzo, mentre quando le uscite eccedono le entrate si parla di Disavanzo di Bilancio, spesso nominato come “deficit”.

In una situazione di deficit, lo Stato per poter continuare a svolgere la propria funzione (pagamento delle pensioni, costruzione infrastrutture, trasferimenti alla sanità pubblica…) può scegliere di finanziarsi in due modi: tramite creazione di nuova moneta o con emissione di debito pubblico, attraverso la vendita di titoli di stato. Ad oggi la prima opzione è da escludere poiché, rinunciando alla sovranità monetaria, l’Italia non può più stampare moneta in modo autonomo.

Di conseguenza, le spese dello Stato possono essere finanziate solo tramite vendita di titoli di stato, su cui lo Stato stesso è costretto a pagare interessi.

Quando si parla di debito pubblico dunque, ci si riferisce all’ammontare di titoli emessi dallo Stato per poter coprire i propri disavanzi annuali.

Spiegati i concetti chiave di disavanzo e di debito, possiamo chiarire le due condizioni necessarie per l’ammissione all’interno dell’unione monetaria (i cosiddetti “parametri di Maastricht”):

  • disavanzo pubblico non superiore al 3% del PIL

  • debito pubblico non superiore al 60% del PIL

La necessità di mantenere fissi questi due parametri sui bilanci pubblici dei paesi europei anche dopo l’avvio dell’unione monetaria porta alla nascita del Patto di Stabilità e Crescita (PSC).

A partire dal 1997 dunque, con l’adesione al PSC, i paesi membri dell’unione monetaria vengono richiamati al rispetto dei vincoli sopra citati sul disavanzo e sul debito pubblico; a questi due parametri viene aggiunto come obiettivo di medio periodo il pareggio di bilancio pubblico, che l’Italia introduce come legge Costituzionale nel 2012, sotto il governo Monti.

Negli ultimi anni, il controllo sulla disciplina di bilancio da parte dell’Unione Europea ha sollevato non poche polemiche, soprattutto a causa delle politiche di austerità spesso imposte dall’Europa (tagli alla spesa pubblica, stretta sulle pensioni..) al fine di indurre una riduzione del deficit dei paesi non in linea con i parametri di Maastricht.

La lunga discussione sulle necessarie modifiche al Patto di Stabilità - come una maggior flessibilità dei parametri o la revisione dei “tempi di rientro”- ha dovuto però attendere l’arrivo del Covid per trovare un riscontro concreto.

Con l’avvento della pandemia, infatti, l’esplosione del debito pubblico e il crollo del PIL da parte di tutti i paesi ha inevitabilmente spinto la Commissione Europea a sospendere il PSC almeno fino alla fine del 2021. Sebbene la sospensione sia per ora solo provvisoria e non definitiva, sembra ormai inevitabile una consistente modifica dei parametri del Patto.

È evidente, infatti, che le gravi conseguenze economiche causate dal Covid non possano essere fronteggiate adeguatamente con vincoli così stretti sui bilanci pubblici.

Si può supporre che, oltre all’introduzione di un nuovo vincolo basato sull’andamento della spesa pubblica su quattro anni, il percorso di revisione del PSC investirà anche parametri chiave, quali il tetto del deficit e quello del debito: parametri che nei fatti la pandemia ha già messo inevitabilmente da parte.


Diderot
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