La Bolivia riabbraccia la democrazia

In questi ultimi giorni si sono svolte le elezioni Presidenziali in Bolivia, che hanno visto trionfare, già al primo turno con maggioranza assoluta, il candidato Luis Arce del partito socialista MAS-IPSP. Una vittoria non solo politica, segno di un incredibile percorso fatto dal popolo boliviano, che mette in luce, per noi osservatori stranieri, le profonde differenze tra i popoli sudamericani e quelli “occidentali”, e la pochezza attuale di molte delle classi politiche del nuovo e del vecchio continente (tra cui, ahimè, quella italiana, che non fa bella figura per molti personaggi, non solo delle attuali opposizioni).

Quella boliviana è, quindi, una storia sui generis, che merita di essere approfondita partendo da lontano, anche se non molto. Da un un momento che ritengo chiave per capire come sia iniziato tutto ciò: l’uccisione di Ernesto Che Guevara a La Higuera, nel cuore del Paese.

Quello fu un momento significativo non tanto per la nascita dell’attuale partito di governo, avvenuta molti anni dopo, ma per lo spirito del popolo boliviano stesso, che, non essendo mai stato libero nemmeno dopo la formale fine del periodo di colonizzazione, realizza per la prima volta che è possibile un’alternativa: l’indipendenza.

È questa l’ennesima dimostrazione del grande errore commesso dalla CIA nel decidere di assassinare Che Guevara non calcolando la grandissima forza che quell’uomo avrebbe espresso da morto forse ancor più che da vivo, diventando non solo un simbolo ma il combustibile che continua ad alimentare molti cuori nella scelta di combattere contro l’ingiustizia e la sopraffazione.

Gli anni che vanno dal 1967, morte del Che, al 2005 sono turbolenti. Il governo del Paese come purtroppo accade spesso in Sudamerica, passa di volta in volta nelle mani di uomini corrotti che, al prezzo delle vite del popolo boliviano, lavorano solo per finire sul libro paga di grandi paesi occidentali (USA in primis), svendendo le risorse della Bolivia in cambio di lauti compensi.

La rabbia nel popolo aumenta, i disordini crescono, la polizia e i militari sparano e fanno strage sulle folle in protesta: è questo il clima che si respira in Bolivia fino al 2005, per 40 anni, fino all’elezione di Evo Morales.

Evo Morales, “El Indio”, fu il primo presidente boliviano di origini amerinde (indigene) e il secondo presidente socialista ad essere democraticamente eletto nella storia, dopo Salvador Allende in Cile. Fu un’elezione pacifica, senza che nel Paese avvenisse una rivoluzione armata, con la conseguenza, però, che incontrerà gli stessi problemi di Allende, con una fine (per ora) fortunatamente diversa. Morales vince le elezioni per la prima volta nel 2005 con il 54% dei voti, viene rieletto nel 2009 con il 67% e nel 2014 con il 60%.

Evo Morales, ‘El Indio’

In un Paese il cui scenario era caratterizzato da povertà, arretratezza, egemonia di grandi cartelli della droga e gravi problematiche sociali e sanitarie, il percorso di riforme intrapreso da El Indio rappresenta un’esperienza politica ammirevole: nel 2016, il tasso di povertà assoluta scende dal quasi 37% del 2004 al 16%, e nel 2008 la Bolivia viene riconosciuta, a livello internazionale, come terza nazione del Sudamerica libera dall’analfabetismo, dopo Cuba e Venezuela. Risultati simili sono stati ottenuti sfruttando le grandi ricchezze minerarie del Paese, attraverso nazionalizzazioni che hanno restituito alla Bolivia quanto prima era stato svenduto all’estero, garantendo fondi per lo sviluppo delle politiche sociali.

Purtroppo, tutto questo andava evidentemente contro gli interessi delle grandi multinazionali che operano in Bolivia, con un’unica, prevedibile, conseguenza: la morte della democrazia.

Il modus operandi seguito fu lo stesso utilizzato dalla CIA in qualsiasi altro Paese sudamericano: Morales vince le elezioni di nuovo nel 2019, viene accusato di “brogli”, la destra insorge con l’appoggio dei militari interni e di quelli statunitensi e le strade del Paese si macchiano del sangue del popolo che difende il suo presidente, costretto a fuggire per evitare la morte. In tre parole: colpo di Stato.

Potreste sostituire le parole “Morales” e “Bolivia” con Maduro e Venezuela, Allende e Cile, Lula e Brasile ecc. e non servirebbe cambiare nulla in questo articolo.

A questo punto immagino di dover prevenire eventuali critiche, che potrebbero sostenere come Morales, e gli altri che ho citato, siano dei bugiardi, dittatori e dicerie simili. Queste versioni fanno molta presa attraverso il nostro sistema di “informazione” così carente, anche se, per queste, potrò fornire subito una risposta. Non riesco ad immaginare come si possa discutere sulle immagini e i video del popolo boliviano, cileno e venezuelano trucidati a sangue dai “democratici” dell’opposizione: non vendono Photoshop ai Paesi socialisti, c'è l’embargo che non gli fa arrivare nemmeno viveri e medicine pur di farli crollare.

Mentre, ad exemplum, per la fine di Allende ci sono documenti ufficiali della CIA, consultabili ovunque, che mostrano come Salvador sia stato ucciso dagli USA, per instaurare, al suo posto, la dittatura di Pinochet, e tutti gli altri casi simili; a sostegno delle “tesi” che vedono i presidenti socialisti come dittatori ci sono principalmente video Instagram di Influencer del luogo, spesso nemmeno nativi, che, tra uno yacht e l’altro, gridano dal profondo della loro ricchezza contro l’oppressore.

Questa però si chiama propaganda, della peggior specie, non tesi.

Tornando alla Bolivia, arriviamo finalmente a parlare delle elezioni di ieri.

In quest’ultimo anno, dopo il Golpe, abbiamo potuto assistere solo ad una Presidente auto-proclamata e a continue stragi e rappresaglie contro gli Indios in tutto il Paese, ma, proprio per questo, è così incredibile quanto è avvenuto: il popolo boliviano non si è arreso e non è insorto con violenza, ma ha continuato a chiedere elezioni democratiche a gran voce, senza sosta, e non solo le ha ottenute, ma, come nel 2019, sotto la vigilanza internazionale, le ha vinte con una maggioranza schiacciante, eleggendo Luis Arce, vice di Morales, come nuovo presidente e riabbracciando la propria libertà, la propria democrazia.

L’auspicio è che Arce possa riprendere il percorso intrapreso da Morales e andare avanti verso altre, necessarie conquiste di cui la Bolivia necessita assolutamente, ma, soprattutto, l’augurio è quello che molti Paesi del latinoamerica possano prendere esempio dall’esperienza boliviana e che, ma questa è un’utopia, Europa e USA permettano a questi Paesi di essere indipendenti e liberi.

Jallalla Bolivia!

Diderot
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