Luce sulla collina

Il piccolo laboratorio sulla collina lavorava incessantemente e gli sfortunati ricercatori, dipendenti, curiosi che si erano ritrovati là dentro dovevano sottostare a ritmi di lavoro forsennati.

Lì, dietro le pareti bianche e asettiche dell’edificio, le giornate erano allo stesso tempo lunghe e brevi, impegnative e noiose, spietatamente confinate tra due estremi, senza che prendessero mai una via di mezzo che si sarebbe potuta tradurre in riposo per chi stava dentro. Si cominciava presto, si procedeva velocemente e quindi gli errori si andavano sommando finché una di quelle menti brillanti non faceva caso a quel calcolo errato, a quella misurazione non corretta ed ecco che esclamava: “ Fermi tutti, abbiamo sbagliato! ”.

Bisognava ricominciare tutto da capo a nemmeno due ore dall’inizio.

E avanti così per mesi; quegli occhi intrappolati dietro le mascherine protettive quasi non sopportavano più la vista di provette, di bilance, di composti, di prototipi mal funzionanti e allo stesso modo i polmoni sotto i camici avrebbero di gran lunga preferito respirare l’aria fresca della collina anziché le esalazioni pungenti degli acidi e i cuori, quei miseri cuori che battevano di un battito triste desideravano veder realizzati i loro sogni di progresso. Di sogni si trattava, di pure fantasie che solo per caso sconfinavano con la punta dei piedi nella dimensione della plausibilità, ma questo bastava ad accendere la speranza di poter puntare a qualcosa di migliore. Immaginare, lavorare, migliorare.

Queste le direttive che la massa di cervelli laureati si era inflitta al momento in cui era convenuta in quel posto, ma ormai l’energia iniziale scemava e da un po’ aveva preferito cedere il posto all’inerzia, al tirare avanti, in un silenzio tombale e privo di contentezza per i magri successi raccolti.

Proprio nel piccolo laboratorio sulla collina, in un giorno di primavera, uno dei malcapitati che vi lavorava si ritrovò, per caso, a pensare; ovvio, pensare era pratica consueta, soprattutto di fronte alle domande della scienza, ma costui si stava concentrando su altri quesiti che originavano, con ogni probabilità, dal profondo della sua mente.

Cosa stiamo cercando? gli pareva di chiedersi. L’energia, ecco cosa stavano cercando.

Va bene, ma che tipo di energia? pensò tirandosi i lobi. Sostenibile, pulita, quell’energia che sfrutta l’ambiente e non lo rovina. Soltanto questo? si domandò massaggiandosi le tempie. Be’, sì, energia “verde” che fosse però completamente nuova, non le solite vecchie trovate da falsi ecologisti.

Non era niente affatto facile ragionare in un posto così opprimente come il laboratorio sulla collina, silenzioso ma mai del tutto, con quel ronzio di macchine e condizionatori che grattava sempre le orecchie; veniva naturale impigrirsi e ritornare sulle idee già confermate, sui pannelli solari, sulle centrali idroelettriche, al gas naturale. La monotonia è madre della scarsità di idee.

Se potessi farei un giro, se potessi uscirei.

Il viso annoiato e bianco di luci al neon sgranò gli occhi.

Perché sto qui?

Il suo ragionamento fu semplice, come quello dei bambini che giocano: se lui era stato scelto per trovare una fonte energetica “pulita” per il suo mondo, perché non cercarla nel mondo stesso? Non era necessario stare chiusi dietro tabelle e tavole periodiche, anzi era tremendamente dannoso per l’inventiva e la capacità d’astrazione senza le quali la scienza non progredisce. Bisognava uscire, andare fuori, camminare respirare, sdraiarsi tra l’erbetta, rimanerci: era necessario sviscerare lo stesso mondo per ricavarne vantaggio. La porta d’ingresso del laboratorio sulla collina era un po’pesante, ma quel ricercatore riuscì benissimo ad aprirla e finalmente a vedere quei dolci fianchi verdi baciati dal sole. Laggiù, poco più lontano, le pale eoliche silenziosamente compivano il loro dovere e si lasciavano abbracciare dal vento; erano quelle ad alimentare la struttura.

Si accovacciò e strinse un pizzico di terriccio tra la punta delle dita ed osservò, guardò fisso quei corpuscoli infinitesimali che senza dubbio mangiava, respirava, starnutiva ogni giorno ma che in quei secondi erano semplicemente “ruvido” sulla sua pelle, incolore, inodore, insapore, insignificanti eppure così misteriosi. Teneva stretta tra le falangi una parte di mondo cui apparteneva e se era vero che una goccia d’acqua aveva lo stesso contenuto di un oceano, allora anche quei millesimi di terra erano ricchi di tutto ciò di reperibile sul pianeta.

Di corsa dentro, aprire la porta di nuovo, fatto, allestire il microscopio elettronico, fatto, chiamare un assistente, fatto, spegnere le luci, fatto, non aprire le dita, fatto, osservare, analizzare, sbalordirsi, fatto, fatto, fatto.

Sciocchi, troppo sciocchi erano stati a pensare tutto quel tempo che la materia fosse composta soltanto da elementi, soprattutto la povera terra, il terreno, che si è visto sottoposto a tutti i possibili trattamenti per capire di quali benedette sostanze fosse risultato. Era convenientemente facile credere che si fosse giunti ai propri obiettivi semplicemente compilando una tabella con scritte le percentuali di nichel, ferro e silicio.

Quel sognatore nei panni di scienziato vide di più: mise a fuoco il microscopio e udì il clangore dei primi binari stesi cento anni prima dal magnate Rockefeller per trasportare il suo petrolio, il tremore dei ghiacci siberiani al passare del treno partito da Parigi poco meno di un mese prima, gli sbuffi di fumo mortale dalle ciminiere delle fabbriche che in ampie volute ingrigivano il cielo, i suoni metallici delle officine Ford che sfornavano prodigi della tecnica a inizio secolo, le urla degli strilloni che sventolando fogli di giornale ammaliavano i passanti con le notizie delle ultime scoperte scientifiche, il vociare curioso e vispo degli spettatori delle Esposizioni Universali, il ronzio di un computer, uno shuttle che partiva alla volta del cielo, il tono stupito di chi per primo aveva spalancato gli occhi davanti a una realtà in trasformazione e aveva sospirato: “Meraviglia”.

E lesse sul monitor del telescopio anche la negligenza di chi quella terra l’aveva da sempre calpestata, l’incuria in cui l’uomo la aveva abbandonata, l’immondizia di cui la aveva arricchita; il mondo era avvelenato e opponeva sempre più resistenza ai tentativi di aumentare il dosaggio di letalità da parte dei suoi abitanti. Quella polvere raccolta dalla collina del laboratorio sembrava supplicarlo di porre fine a questo strazio e nella regolarità dei reticoli cristallini leggeva preghiere di misericordia, pietà per il pianeta che stava morendo. Il buon Edison aveva detto : “ Finché l’uomo non sarà in grado di riprodurre un solo filo d’erba, la natura potrà ridere della sua cosiddetta conoscenza scientifica” ; e se invece l’uomo uccideva fili d’erba anziché crearne di nuovi? In casi simili la natura non rideva, lo poteva assicurare quello scienziato lì, anzi, la natura piangeva sommessamente, nessuno la sentiva perché era dolce e delicata e la brutalità degli animi umani l’aveva ridotta ad una sofferenza solitaria, ignorata dagli stessi cui aveva dato tanto, abbandonata a se stessa e forse anche offesa da simile ingratitudine.

Quanto ancora aveva senso parlare di ricerca di fronte a uno scenario tanto raccapricciante? Il pianto del mondo è triste, lo pensava quello scienziato lì, così mesto da aggrapparsi al cuore e trascinarlo a fondo come un macigno pesante che non fa prendere sonno. Che dire? Che fare? Dove poter riscoprire tutto quello che si era guastato in così poco tempo? L’unica soluzione era recuperare la vitalità di quanto era stato guastato in così poco tempo, per certi versi, credé di pensare lo scienziato, si doveva tornare a quando, sdraiandosi con l’orecchio poggiato, si poteva percepire il caldo battito provenire dal sottosuolo e sentirsene confortati perché qualcosa era animato, qualcosa laggiù era vivo. Eccola, eccola finalmente la nuova fonte energetica per cui tutti sembravano essere impazziti: il futuro avrebbe bussato alle porte del presente portando con sé l’idea di alimentare il mondo con la sua essenza, con l’anima ricca di gioia, amore, calore che traspirava durante l’estate e brezze di serenità e nostalgia che regalava nelle notti di inverno. Mai più quello strazio, mai più impietose visioni e grida strazianti di tanta bellezza ignorata da chi guardava soltanto “avanti”.

Reagire, bisogna reagire.

Una lampadina aveva rischiarato il buio di una mente del laboratorio e di lì a breve sarebbe stata seguita da centinaia di simili per trarre nuova energia, stavolta buona, che carezzasse la natura anziché distruggerla, che potesse cancellare il cupo ricordo di quella sofferenza sussurrata e chi lo sa magari strappare per davvero un sorriso a quella verde collina.


Lorenzo Feltoni Gurini
Lorenzo Feltoni Gurini
Vice-presidente

Studente di Biotecnologie presso La Sapienza di Roma, ha da subito sostenuto con entusiasmo il progetto di Diderot. Un gran vice-presidente, trascorre le pause dallo studio arrabbiandosi con il resto della redazione.

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