La velocita' ci sta uccidendo?

Questo testo è ispirato ad un articolo pubblicato il 9 ottobre sul numero 1123 di Internazionale e ha lo scopo di analizzare alcune caratteristiche dell’evoluzione sociale, il ribaltamento dei valori e la necessità che si crea in ogni persona di far della propria vita un continuo dinamismo, come se fosse una corsa verso una meta inesistente giustificata dalla competizione.

Innanzitutto, ci tengo a precisare che questo breve testo non tende a una critica netta del modello di vita tipico di questi tempi perché per quanto esso possa essere polemizzato, ha comunque determinato una nuova caratteristica nei giovani, ovvero quella che ci permette di poter gestire più situazioni insieme, magari scollegate tra loro, ma comunque formative per la nostra persona.

Che vuol dire?

L’esperienza è importante e formativa in ogni tipo di ambiente: più situazioni abbiamo vissuto in determinati contesti e più siamo ricchi dentro con la capacità di riflettere sotto più punti di vista. Radicalizzarsi dietro una singola idea, una singola esperienza è sinonimo di limitarsi.

La velocità ci sta uccidendo?

“Presto” è sempre troppo tardi, bisogna fare tutto adesso, immediatamente. Fare una pausa, rimandare, fermarsi, rallentare vuol dire perdere un’opportunità e dare vantaggio alla concorrenza. La velocità ormai misura il successo: la smania di avere tutto subito è diventata la base della vita di molte persone e per certi versi è figlia di una società sempre più connessa ed influente.

IL culto della velocità, o meglio del DINAMISMO, è un fenomeno che già si è evoluto nello scorso secolo. Nel Manifesto del Futurismo del 1909, Filippo Tommaso Marinetti annunciava: “noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova; la bellezza della velocità”. Questa contemplazione rifletteva il profondo cambiamento di valori culturali portato dalla modernità e dalla modernizzazione. La misura dell’efficienza era data dalla capacità di massimizzare e velocizzare la produzione attraverso la programmazione del comportamento umano.

Non si può però stare al passo ogni giorno con le continue innovazioni giornaliere, alla moda, ai trend, c’è chi ci riesce e chi ne fa la propria vita, ma attenzione a non limitarsi a quello, perché si può ricadere facilmente nella bolla del capitalismo finanziario che ci governa.

Dedicarsi alla continua innovazione ci fa perdere di vista quanto siamo ricchi dentro e di che cosa siamo ricchi, creando dentro di noi un minestrone sconclusionato che non ha uno scopo, ed un uomo senza uno scopo preciso e utile per la società, non è un essere umano.

In teoria si dovrebbe pensare che la propria giornata sia formata da 8 ore di lavoro, 8 ore di tempo libero, 8 ore di riposo, ma questa teoria si addice, purtroppo, più ad un’epoca passata che alla nostra.

Prima più si lavorava e più il proprio status sociale si innalzava; ora più si è connessi e più si è nella wave del momento, con l’illusione di essere maggiormente coinvolti nella realtà. Il mondo virtuale ci sta piano piano illudendo facendoci dimenticare alcuni valori non poco importanti quali pazienza, sostenibilità, comunità, cooperazione, generosità, sottigliezza e riflessione.

Questo riscontro si ha soprattutto in ambito economico. Il Capitalismo è cambiato, si è evoluto in un capitalismo finanziario che si fonda su un cambiamento radicale del modo in cui si calcola il valore economico. Esso non dipende più dalla relazione di titoli monetari e finanziari con le materie prime, prodotti, fabbriche o immobili, bensì dal loro rapporto con altri titoli finanziari come valute, opzioni, obbligazioni ipotecarie, bitcoin e mille altre innovazioni finanziarie.

Grazie ai computer e alle reti ad alta velocità la maggior parte delle transazioni vengono eseguiti da algoritmi in pochi nanosecondi. Gli algoritmi possono programmare altri algoritmi di negoziazione in grado di adeguarsi all’istante senza alcun intervento umano. Quindi il valore dipende da quanto sia rapida l’ottimizzazione del proprio mercato rispetto a tutta la concorrenza; è una catena continua che si è creata per ottenere la supremazia nel mondo del marketing. Più sei veloce e investi sulla scienza e più vinci la concorrenza.

Economicamente il concetto è chiaro, politicamente non troppo.

Il capitalismo ebbe successo perché ci ha fatto vedere come si potesse avere tanta ricchezza in poco tempo grazie all’espansione dei mercati; riflettiamoci un attimo: un mercato si sviluppa per spazio (per esempio costruzione di nuove fabbriche), per la differenziazione (creazione di un’infinità di nuovi prodotti) e per il tempo (accelerando la permanenza di un prodotto nel mercato). Quando l’espansione nello spazio e la differenziazione arrivano al limite, per espandere il proprio mercato si fa affidamento solo sull’accelerazione del ricambio dei prodotti.

Questo è il fenomeno che si sta vivendo ora, come è anche il motivo per cui gli artisti emergenti riescono ad inventarsi un mercato dal nulla creando una continua e differente collezione di articoli, canzoni o idee varie, senza uno scopo preciso se non quello di mantenere il proprio business attivo (in realtà quelli che creano il mercato siamo noi stessi ascoltatori, se noi non esistessimo loro non avrebbero nemmeno la lontana idea di continuare a dedicarsi a queste attività). È palese che le tante tecnologie createsi per metterci in contatto stiano profondamente sviluppando divisioni sociali, economiche e politiche, così da personalizzare le masse, permettendo a individui singoli di ricevere e fare affidamento solo sulle notizie tagliate a misura per loro senza preoccuparsi di altri punti di vista. Questo fenomeno sta contagiando anche l’istruzione la quale è vittima di una frammentazione di discipline, dipartimenti e piani di studio. Molti si lamentano che i giovani di oggi non leggono o non scrivono più come si faceva una volta, ma questo in realtà è un approccio sbagliato: i giovani leggono e scrivono molto più che in passato, il problema è come lo fanno! Quando si è online ci si dedica a queste attività in modo differente, e sempre a causa della velocità.

È bene dunque rivisitare alcuni nostri luoghi comuni, uscendo dalla professionalizzazione che ci hanno fatto credere essere vincente per vivere. L’ambiente scolastico alle volte è estremamente competitivo sia tra i professori che tra gli studenti e ciò ha un riscontro negativo sulla formazione di un proprio pensiero critico.

Se la competizione continuerà a sovrastarci sia nelle scuole che nel mondo dell’economia, la formazione personale verrà meno, e di questi tempi è sempre più difficile prendere tempo per riflettere e pensare, rispetto ad adeguarsi alla società delle influenze.


Tommaso Mancini
Tommaso Mancini
Consigliere generale

Tommaso studia Fisica presso La Sapienza. È uno dei piu fantasiosi del gruppo, autore di gran parte degli articoli di scienze del sito. Non è molto attivo sui social, ma contribuisce silenziosamente alla causa.

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