Finalmente si respira

Ho trovato un taccuino sul quale appuntavo ogni pensiero. Vecchio e impolverato lui, al contrario i ricordi non lo sono mai. Non sapevo se buttarlo oppure no, ma alla fine ho deciso di sfogliare qualche pagina. Parlavo della gente che incontravo per caso. Delle fotografie strappate alla quotidianità delle persone comuni, ritratti precisi che delineavano il loro carattere descritto tra le linee ben definite dei loro tratti. Insomma, avevo la capacità di immortalare la vita degli altri, ma non la mia. E così avevo iniziato a scrivere, prendendo spunto da ciò che vedevo per poter scovare anche un po’ di me tra quelle pagine scritte fitte fitte. Rileggendolo mi sono tornate alla mente quelle persone che descrivevo minuziosamente, specialmente una.

Una pagina senza data raccontava di una donna. Una bella bionda. Ho provato a chiudere gli occhi per tornare a quel momento. A quei tempi ero un operaio, il mio primo lavoro. Una giornata di settembre, ero un ragazzetto che lavorava con i suoi colleghi a San Giovanni. Ridevamo e scherzavamo, quando ad un tratto passò quella bella bionda. Oggi la riterrei una ragazzina, ma allora, per noi era una vera donna. Aspettava un bambino e dalla dimensione del pancione era sicuramente alla fine della gravidanza. Sembrava stanca e affaticata, ma sul suo volto si leggeva la felicità. Come tutte le donne dell’epoca portava le giarrettiere, perché i comodi collant ancora non esistevano e soprattutto perché non poteva indossare indumenti che le stringessero la pancia. Nonostante il suo viso sereno, si notava che qualcosa non andava bene. C’era un dettaglio che mi sfuggiva, ma che le stava fin troppo stretto, così tanto stretto da non permetterle di sfoggiare del tutto il suo sorriso. Era appena scesa dall’autobus quando ci accorgemmo di lei e per una signorina in quelle condizioni era una tortura viaggiare con i mezzi. Mentre camminava, i nostri occhi la inseguivano. Era sicura di sé, fin quando una delle giarrettiere le scivolò fino alla caviglia. Dopo essersi controllata attorno se qualcuno la stesse guardando, si chinò con il suo pancione per tirarla su. Non si accorse di noi, eppure la stavamo fissando. Era imbarazzata, mentre cercava di sistemarsi la giarrettiera si teneva stretto il vestito perché non salisse sopra al ginocchio. Fece qualche passo in più e poco dopo le caddero tutte e due le giarrettiere, e scivolarono così anche le calze, rimanendo arrotolate alle caviglie. Il suo viso era diventato tutto rosso, cercava di rimediare in qualche modo, ma le sue gambe sottili non tenevano ferme quelle stupide giarrettiere. Il suo sguardo imbarazzato in un attimo riprese sicurezza, si guardò intorno e in mezzo alla strada ci lasciò a bocca spalancata. Si tolse le sue belle scarpette poggiando quei piedini delicati sul marciapiede sporco, sospirò e velocemente tirò via calze e giarrettiere, nascondendole di corsa nella borsa. Poi, riprese a camminare a testa alta e con gran classe. Noi eravamo stupiti, continuavamo a fissarla senza stancarci e nel frattempo pensavamo che avesse proprio delle belle gambe, altro che quelle calze fastidiose che la coprivano. Nessuna donna si sarebbe mai permessa di mostrare le gambe alla gente, eppure lei lo aveva appena fatto. Erano troppo strette da non farla sentire libera ed erano troppo larghe da farla sentire a disagio, e quando qualcosa non fa sentire a proprio agio se stessi, va eliminata all’istante. La bella bionda non aveva buttato via solo le giarrettiere, ma aveva scacciato gli occhi giudicanti della gente e le lingue taglienti dei passanti, e con il suo bel pancione e la borsa chiusa ermeticamente continuava a sorridere passeggiando.


Francesca Motta
Francesca Motta
Caporedattore

Francesca, o “Frap”, è l’autrice più prolifica della redazione, una lavoratrice instancabile. Studia Farmacia alla Sapienza, parla poco ma scrive tanto! Sappiamo tutti che nei lunghi silenzi alle riunioni di redazione escogita piani per torturarci e farcela pagare per tutto il tempo e la pazienza che le facciamo perdere.

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