Il Marchese De Sade e la visione pasoliniana del fascismo

«Il mio modo di pensare, si dice, non può essere approvato. Ebbene, cosa me ne importa? Sarebbe un pazzo colui che adotti un modo di pensare solo per piacere agli altri.» (De Sade)

Se mai vi siete chiesti da dove derivi il termine “sadico”, sappiate che trova la sua origine nel marchese De Sade e nella sua viziosa filosofia libertina. Mefistofelicamente raffinato, il marchese De Sade visse nella Francia prerivoluzionaria, occupandosi di letteratura, filosofia e politica. Passò molto tempo della sua vita recluso, prima in carcere, anche alla Bastiglia, e poi all’“albergo dei pazzi” di Chanteron, dove scrisse buona parte delle sue opere più celebri.

Scrittore prolifico, al limite dell’ossessivo, di romanzi e racconti, drammi teatrali e saggi filosofici, viene considerato anche uno degli esponenti dell’Illuminismo più radicale. Tutte le sue opere sono connotate da un eroe protagonista che si macchia delle più aberranti azioni, intellettualmente giustificate in seguito, finalizzate a ribaltare i valori comuni di virtù e vizio, dando al primo una connotazione negativa, al secondo, invece, una forza trionfante derivatagli dalla sua coerenza con la realtà naturale e le sue leggi.

Ampliamente criticato dai suoi contemporanei (Napoleone in persona definì “la nuova Justine” come “il libro più abominevole generato dalla fantasia più depravata”) , il Divin marchese è stato e continua ad essere oggetto di numerosi studi, volti a provarne l’autenticità filsofica e intellettuale; perfino Benedetto Croce, severo critico dei filosofi-artisti e dei libertini come Sade, ha affermato che: «il marchese de Sade asserì dure e coraggiose verità, di quelle verità da cui si suol torcere il viso, quasi che in tal modo si riesca ad annullarle». Tema fondamentale dell’opera di Sade è la totale-universale inversione ragionativa, per cui tutto ciò che di norma si crede bene, per la maggioranza dell’umanità, diventa male e viceversa: così il mostruoso diventa meraviglioso, il brutto affascinante, gli escrementi cibo, la vita morte e il piacere eterno tedio.

La perversione sadiana, leggendo i suoi scritti, è palesemente e intimamente felice e soddisfatta della propria devianza. Colonna portante del suo pensiero è il tema del potere: per Sade è un diritto, ma un diritto che va conquistato. I personaggi che detengono il potere, nell’opera di Sade, sono coloro che sono riusciti a superare i pregiudizi morali, tutto ciò in antitesi con il resto dell’umanità. Per alcuni l’origine fortunata rende il potere più accessibile, per altri il raggiungimento è più difficoltoso, poiché ostacolati dall’arcaica situazione di miseria.

Ma il potere non è soltanto uno ‘status’ acquisito per nascita o socialmente, ma è anche, e soprattutto, una decisione e una conquista: è realmente potente solo colui che è capace di raggiungerlo attraverso le sue sole forze e tutta l’energia messa in campo. In tal senso Sade è in parte “democratico”, concepisce difatti anche personaggi potenti che sono via via saliti dalle classi più basse e meno favorite della società; in tal modo, i punti di partenza del potere possono esser le due situazioni estreme opposte, l’enorme fortuna da una parte, l’estrema miseria dall’altra.

Sostenitore della rivoluzione, Sade non ama chi nasce potente, bensì chi lo diventa: così le stesse idee rivoluzionarie di uguaglianza e libertà sono, in Sade, argomenti attraverso i quali viene affermato il diritto dell’uomo al dominio. Tutto ciò accade proprio nel momento in cui le distinzioni scompaiono e i miserabili vengono elevati alla stessa condizione dei nobili. Per l’anti-eroe sadiano il crimine è un’affermazione di potere, non ha il benché minimo timore di un’ eventuale punizione divina in quanto ateo. All’uomo che si lega al male non potrà mai accadere nulla di male!

Questo è il tema centrale di tutta la sua opera, il male porta bene mentre il bene porta male, la virtù è una disgrazia mentre il vizio una costante prosperità; la virtù rende agli uomini i più infausti malanni, ma non perché li espone ad eventi sfortunati, bensì perché, se si elimina l’idea fantasiosa di virtù, qualsiasi miseria e disgrazia diventa occasione di piacere, così anche i più grandi tormenti si fanno immense voluttà. Per Sade, l’uomo che assume il potere diventa inaccessibile al male in quanto nessuno gli può far del male, è colui che può tranquillamente aspirare alla soddisfazione di tutte le passioni. Ed è così che, ne Le 120 giornate di Sodoma, s’impegna nel compito, ai limiti dell’impossibile, di fare un dettagliato elenco di tutte le deviazioni ed anomalie umane.

Chi riprese queste tematiche, per applicarle al contemporaneo, fu il bolognese Pier Paolo Pasolini, con la sua semiomonima pellicola: ‘’Salò o le 120 giornate di Sodoma’’. Mischiando il libertinismo sadiano ad una struttura dantesca del contenuto, l’autore ci presenta quattro Signori, rappresentanti dei poteri della Repubblica Sociale Italiana, il Duca (potere di casta), il Vescovo (potere ecclesiastico), il Presidente della Corte d’Appello (potere giudiziario), e il Presidente della Banca Centrale (potere economico), i quali incaricano le SS e i soldati repubblichini di rapire un gruppo di ragazzi e ragazze di famiglia antifascista; dopo una severa selezione, si chiudono con loro in una villa di campagna, arredata con opere d’arte e presidiata da un manipolo di soldati nazifascisti , instaurando, tramite l’aiuto di meretrici attempate, per centoventi giornate una dittatura sessuale regolamentata da un puntiglioso Codice, che impone ai ragazzi assoluta e cieca obbedienza, pena la morte.

«Deboli creature incatenate, destinate al nostro piacere, spero non vi siate illuse di trovare qui la ridicola libertà concessa dal mondo esterno. Siete fuori dai confini di ogni legalità. Nessuno sulla Terra sa che voi siete qui. Per tutto quanto riguarda il mondo, voi siete già morti.» (Il duca)

Giunti a destinazione, i Signori danno lettura del regolamento: per tutta la durata del soggiorno, i Signori disporranno indiscriminatamente e liberamente della vita di tutti i membri della comunità, che devono loro assoluta obbedienza, rispettando le leggi e gli ordini da loro impartiti, e dovranno soddisfare tutte le loro richieste e i loro desideri senza eccezioni. In caso di disobbedienza andranno incontro a terribili punizioni. Pasolini, rivedendo in de Sade la riproduzione più cristallina del totalitarismo della Ragione e della sua indifferenza all’umano, colloca la scelleratezza sadiana sullo stesso piano dell’autoritarismo ‘fascista’, e mostra, attraverso la disgustosa ripetitività del gesto di profanazione dell’individuo, l’assoggettamento radicale e diabolico all’arbitrarietà del potere.

«il reale senso del sesso nel mio film è quello che dicevo, cioè una metafora del rapporto del potere con chi gli è sottoposto. Tutto il sesso di de Sade, cioè il sadomasochismo di de Sade, ha dunque una funzione ben specifica, ben chiara. Cioè quella di rappresentare ciò che il potere fa del corpo umano, la riduzione del corpo umano alla cosa, la mercificazione del corpo. Cioè praticamente l’annullamento della personalità degli altri, dell’altro. È quindi un film non soltanto sul potere, ma su quello che io chiamo “l’anarchia del potere”, perché nulla è più anarchico del potere, il potere fa praticamente ciò che vuole e ciò che il potere vuole è completamente arbitrario, o dettatogli da sue necessità di carattere economico che sfuggono alla logica comune. […]per i nostri giorni, lo prendo come metafora del rapporto del potere con chi è subordinato al potere, e quindi vale in realtà per tutti.

Evidentemente la spinta è venuta dal fatto che io detesto soprattutto il potere di oggi. È un potere che manipola i corpi in modo orribile, che non ha niente da invidiare alla manipolazione fatta da Himmler o da Hitler. Li manipola trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore, istituendo dei nuovi valori che sono dei valori alienanti e falsi, i valori del consumo, che compiono quello che Marx chiama un genocidio di culture viventi, reali, precedenti.»

Unendo l’intuizione del marchese de Sade riguardo l’utilizzo del potere attraverso il controllo del sesso, e l’analisi marxista, Pasolini svela la correlazione fra la dominazione di classe e la sopraffazione sessuale. In Sade tuttavia, secondo alcuni, è però presente anche una critica dura e spietata del potere in quanto tale e, secondo quanto espresso dallo scrittore Fulvio Abbate in un articolo: «Pier Paolo Pasolini, di Sade non comprese nulla, il senso dell’opera del nostro marchese è una barricata letteraria contro il potere e non una legittimazione dello stesso nella sua forma più assoluta e prevaricante.»

Ad ogni modo, in quel periodo Pasolini denunciava lo sfacelo “culturale e antropologico” dell’Italia e delle classi popolari italiane a opera della spietatezza livellatrice delle classi dominanti: intuizioni che furono meglio recepite solo molti anni dopo la sua morte, a partire dalla fine degli anni ottanta, e considerate potenti e profetiche. È l’ultima pellicola di Pasolini che, negli ultimi mesi della sua vita, terminata con un omicidio, sentiva radicarsi intorno a sé un sentimento di ostilità, anche in relazione alle sue prese di posizione politiche e intellettuali sulla situazione italiana, le stragi e i misteri di Stato; Pasolini probabilmente temeva per la sua vita.

Probabilmente , messa in conto la possibilità della sua morte, continuò nella sua indagine come per una sfida finale nei confronti del mondo, convinto più che mai di gettarsi contro l’indifferenza degli italiani e l’assuefazione inculcata dal potere.


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